08 agosto 2016

Immigrazione e mercato immobiliare







Correva l’anno 2011 quando, come ben sappiamo, l’UE commissionò all’ex presidente Napolitano un colpo di stato parlamentare per insediarvi un suo uomo, tale Mario Monti. La responsabilità di tale atto – che sotto il profilo costituzionale era possibile, seppure fosse una “pulcinellata” di pessimo livello giuridico – ricade sulle spalle di Monti (che se ne frega altamente), dell’UE (idem), di Napolitano (idem) e del partito che approvò quel governo, il PD (dell’allora) entusiasta Pierluigi Bersani. I quali tentano, oggi, anch’essi di fregarsene: per questa ragione è necessario, ogni tanto, rammentarlo: visto che, attualmente, ci propongono addirittura una riforma costituzionale. Poiché, se non ci fossero stati i loro voti favorevoli, quel governo non sarebbe mai nato: chi, ancora oggi, è al lavoro pur essendo un anziano completamente inutile al processo produttivo, oppure non riesce ad avere una pensione e campa come può, se ne rammenti.

Sorvoliamo sugli aspetti tragicomici di quei mesi – “dai, dagli un’altra pompata allo spread, così si mettono calmi e buoni” – oppure sulle lacrimucce della Fornero, sulle “trovate” di un super-indagato come Profumo, e sull’inettitudine di gran parte di quei ministri, resta il fatto che – grazie ad alcune trovate da circo Barnum – il mercato immobiliare italiano cambiò radicalmente.

Bisogna riconoscere che, precedentemente, il governo Berlusconi “galleggiava” solo grazie ai tanti conigli dal cappello di un tributarista di nome Tremonti, espedienti come le inutili cartolarizzazioni, le mille sparate sulla vendita di spiagge e cime montane, insomma, un disastro di diverso segno.

L’unica soluzione, per l’Italia, sarebbe stata (e lo sarebbe tuttora), una generosa inversione sulla tassazione, visto che l’indice di Gini continua a raccontare la medesima cosa: in Italia, sono troppo colpite le fasce medio-basse e troppo poco le medio-alte, al punto che il 10% della popolazione (6 milioni) possiede il 50% della ricchezza, mentre il restante 90% (54 milioni) si divide il restante 50%.
Fatta 100 la ricchezza generale del Paese – da non confondere con il PIL, poiché la ricchezza considera anche i valori immobiliari, non solo le loro rendite – sarebbe come se 10 persone si dividessero 50 denari (5 denari a testa), mentre gli altri 90 ricevessero  0,55 denari a testa. Un rapporto, pressappoco, di 1 a 100 nel reddito.
Senza toccare questo problema non se ne uscirà mai, ma non se ne può uscire perché tutti coloro che possono decidere qualcosa, fanno parte dei 6 milioni di privilegiati. Un problema di classe dirigente che si trascina dall’Unificazione, giacché all’epoca trovavamo Rattazzi, Crispi, Sella e Ricasoli mescolati fra di loro, al governo con maggioranze diverse da quelle votate dagli elettori, e così via, come ai giorni nostri.

Monti dichiara subito guerra al patrimonio immobiliare italiano, con una commistione fra morale ed economia che non ha nesso logico né tradizione storica, poiché i valori immobiliari italiani sono troppo alti. Sarà, ma il valore di un immobile dipende da tanti fattori: lo sviluppo costiero italiano è pari a 7.468, e non è proprio vero che una casa nella Westfalia valga come una in Sardegna, che Essen equivalga a Portofino. Per questa ragione, di semplice bellezza, di un mare tiepido per 8 mesi l’anno, i tedeschi hanno i loro valori immobiliari e si tengono il Baltico, noi abbiamo i nostri e ci teniamo il Mediterraneo.
Ma a Mario Monti non sta bene.

Con la tassazione sulla prima casa, nel 2012, ricava per lo Stato 4 miliardi di euro, ed abbatte il valore immobiliare complessivo italiano di circa 2.000 miliardi (quasi l’intero debito pubblico!) con un abbattimento di valore medio, a famiglia, pari ad 82.000 euro! (1)

Si potrebbe pensare ad un venditore d’acciughe salate prestato all’economia, un bocconiano che vende funghi secchi e castagne nel mercato rionale, ma non è così. L’uomo è probabilmente anche stupido, perché ricava 4 miliardi e ne perde 2.000 per il proprio Paese – una qualità non esclude l’altra – ma è, soprattutto, un venduto. A chi?
Al capitalismo “creativo” delle holding finanziarie del Nord Europa, le quali preferiscono “fissare” – ossia far acquistare ai loro clienti – beni immobili. Stesso discorso per le mafie, che devono “ripulire” soldi: niente di meglio che le abitazioni di pregio italiane, che ai 7.468 Km di coste (i più ambiti) aggiunge l’arco alpino e le città d’arte: un vero tesoro. Non è un mistero che il Lago di Garda è, turisticamente parlando, un feudo tedesco.

La disponibilità finanziaria del cliente medio britannico, riferita da un sito come Gateaway.com, è di circa 200.000 euro: in altre parole, l’investitore medio inglese, quando si rivolge al mercato immobiliare, dispone di una cifra intorno a quella quota. L’abbattimento del valore, per famiglia, di 82.000 euro vi dice qualcosa?
Il sacco dei soliti Lanzichenecchi.
Oggi, in Liguria e zone limitrofe (per conoscenza personale, ma in tutta Italia funziona così), inglesi, tedeschi, olandesi…acquistano case per poi usarle in multiproprietà, oppure in affitto per le vacanze tramite i soliti portali Web: si noti che, da un paio d’anni a questa parte, gli stessi portali tendono a non mettere più in contatto diretto il locatario con il locatore, bensì appoggiano “con forza” la transazione bancaria, per lo più di banche irlandesi. Con la scusa della “semplificazione” e della “sicurezza” le banche entrano in questo mercato dell’affitto stagionale, che il governo Berlusconi fissò come termine massimo  di durata in un mese.
Monti riceverà una percentuale? Ah, saperlo…

Una parte degli italiani, però, non vende e si rivolge al mercato dell’affitto, aumentato in pochi anni del 15,9% ed un incremento dei canoni del 6,7%. (2)
Come “assorbire” e far fruttare questi milioni di metri cubi passati dall’uso diretto all’affitto?
Anzitutto, chiudendo i rubinetti delle banche: chi concede più un mutuo? In seconda battuta, ci pensano i cosiddetti “contratti atipici” – quella roba da 700 euro il mese senza nessuna garanzia di un futuro previdenziale, oppure il mercato dei Voucher, aumentato nel primo semestre del 2015 del 67% - ossia, oggi, ti danno solo più la pagnotta, senza companatico. Grazie Renzi! Grazie Job Act!
E le banche, ovvio, si trincerano dietro a quei contratti “farfalla” per non concedere soldi – mentre con la classe politica sono sempre prodighe: esattamente come nella seconda metà dell’Ottocento – tanto, le eventuali “sofferenze”, per un guizzo “d’art nouveau” nella prassi bancaria, le pagano i correntisti.
Ma non basta ancora: 15,9% in più di case da affittare!

Ecco, allora, che gli immigrati tornano comodo: che lavorino nei cantieri o nelle stalle oppure raccolgano pomodori o frutta, va tutto bene, basta che paghino l’affitto, in nero, bianco o grigio poco importa, basta che paghino!
Si prostituiscono? Rubano? Fanno gli ambulanti abusivi? Ma pagano!

Da dove vengono?
Dal continente più sfortunato (geologicamente, insieme all’Australia) del pianeta. Come tutti sappiamo, l’agricoltura nacque nella Mezzaluna Fertile per un intreccio unico di eventi causali/casuali, una combinazione fortunata nella storia umana, senza la quale la vita si sarebbe, probabilmente, estinta dopo la fase dei cacciatori/raccoglitori, come spiega bene Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie.
Dalla Mesopotamia, l’agricoltura s’espanse verso Est e verso Ovest – e dunque anche in Africa – ma nel continente scarseggiavano le terre coltivabili. Ovviamente, con il mutare delle condizioni climatiche, ci furono periodi più favorevoli ma l’Africa, sostanzialmente, rimane la terra con i più vasti deserti del pianeta e terreno povero, semiroccioso, poco adatto all’agricoltura. Difatti, i cereali che si sono affermati sono i più poveri, come il miglio ed il sorgo.

Le aree equatoriali, se disboscate, vanno incontro ad enormi problemi poiché il substrato sul quale vegetano le grandi foreste è una sottile crosta di humus che poggia su strati rocciosi e, se privato del tasso di umidità naturale, si estingue in fretta. Situazione simile alle aree equatoriali del Brasile, che prima o dopo – se continueranno i disboscamenti – andrà incontro ad identico destino.
La condizione dell’Africa è questa: è persino difficile trovare un’area agricola paragonabile alla Pianura Padana, e questo in un intero continente!

Per contro, l’Africa è un vero campo minerario a cielo aperto: non vi è metallo o elemento chimico che non si trovi in abbondanza: dall’Oro al Ferro, dal petrolio al gas, dall’Uranio al Cadmio, al Cromo, al Vanadio, al Tungsteno… la metallurgia mondiale, senza l’apporto africano, sarebbe in grave difficoltà.
Ma, la “stagione storica” nella quale gli africani avrebbero dovuto attrezzarsi per diventare minatori “in proprio”, fu funestata dalla schiavitù, poi dal colonialismo, infine dal neo-colonialismo. Quattro secoli di disgrazie: oggi, nessun manufatto di pregio tecnologico esce dall’Africa,
In questa situazione di degrado umano – non trovo altro termine – si è innestato il cinismo, bieco, delle holding tecnologiche. Attraverso i loro alfieri, i soliti portavoce del capitalismo, soprattutto nordamericano (Kissinger, Luttwak, ecc), hanno sentenziato che 50 milioni d’africani bastano per far funzionare l’apparato estrattivo, a prezzi “concorrenziali”. E gli altri? Li mantiene la FAO?
Tanto per capirci – cifre fornitemi da un ex capocantiere italiano in Africa – la paga di un operaio italiano nella posa delle pipeline petrolifere era di 20 dinari il giorno, quello di un operaio locale (in genere, nigerini) di 1 dinaro.

All’opposto, ancora ricordo il racconto di un compagno di scuola giunto dall’Africa, fuggito dai tetti di una Elizabethville in fiamme (oggi Kinshasa, ex Congo Belga) nel 1960, scappato sui tetti con la famiglia per sfuggire ai guerriglieri rivoluzionari, nell’impeto della liberazione dai belgi. I tempi di Patrick Lumumba.
La madre, però, aveva nella borsa una sacca zeppa di diamanti, che – giunti in Europa – fruttò una fortuna: il capitale per un’azienda della Pianura Padana, rubato all’Africa.
Poche le eccezioni: la Libia, messa al sacco appena possibile dalle soldataglie franco-italo- angloamericane – ovvio, senza farsi notare, basta fornire “assistenza”, armi e soldi – ed il Sudafrica, il feudo della De Beer, la monopolista dei diamanti e dell’oro, dove tutto deve rimanere tranquillo. Il Camerun pareva avercela fatta con l’industria tessile, ma chissà quale minerale attirò la cupidigia della solita multinazionale, e fu la medesima guerra mascherata da evento tribale.
Cosa possono fare?
Scappano.

E, oggi, finiscono nella trappola peggiore che si possa immaginare: il Canale di Sicilia. Nel canale – debitamente sorvegliato dai droni – basta che il mare s’incazzi un po’ ed il “lavoro” è fatto: “87 morti”, “barcone che si rovescia, 56 dispersi”…e così via…si dimentica e s’infrange una delle più antiche regole della marineria: il soccorso in mare.

Perché non possono venire mica tutti qui! Ed è vero.
L’Italia è un Paese deindustrializzato, con un’agricoltura allo sbando grazie a decenni di disinteresse politico, dove pochissimi giovani intendono praticare il mestiere dei padri. Eppure, siamo la prima economia agricola europea per produzione di alimenti biologici: ma la banda larga, per accedere ai mercati internazionali? Gli olandesi ce l’hanno, e vendono i loro pomodori, che non sanno di niente, ovunque. Noi, fuori dalle grandi città, aspettiamo sempre che ci sia la linea.
I migranti salgono, gli Stati del Nord chiudono le frontiere, botte sulle spiagge accanto ai bagnanti. E gli americani ridono: taglia qui, taglia là…alla fine resteranno solo i 50 milioni richiesti!

Se non basta ancora, rendiamo loro le condizioni di lavoro impossibili, al punto che la loro vita si consumi il più presto possibile: 40 gradi, sole, poca acqua, orari da far paura, la sorveglianza a volte addirittura armata, cosa ricordano?
Ci rammentano il rapporto dell’Ispettore per le Colonie Portoghese del 1949, il quale si lamentava che i proprietari terrieri del Mozambico non tenevano da conto abbastanza gli schiavi, sfruttandoli senza pietà: quando uno schiavo moriva, chiedevano semplicemente il rimpiazzo. E suggeriva d’intervenire nella “catena” della fornitura di schiavi, per cercare di rallentare il processo.

Non possiamo, quindi, che fare un caloroso applauso al sindaco di Nardò (4) – Pippi Melone – per aver sancito un regolamento comunale che deriva da un principio semplicissimo, che non attuarlo significa fare sberleffi a tutte le leggi sul lavoro. Altro che Job Act.
Semplicemente – visto che a Nardò i braccianti sono tantissimi – ha sancito che, nei campi, è proibito lavorare dalle 12 alle 16, data l’alta temperatura ed il sole allo zenit. Apriti cielo!
Subito c’è stata la rivolta dei notabili di destra e di sinistra, che sono ricorsi addirittura alla Magistratura ma il Giudice (maiuscolo) non ha fatto altro che confermare il provvedimento, ricordando il buon senso che ispirava una simile decisione e la sua correttezza dal punto di vista giuridico.
Bisogna ricordare che, proprio nelle campagne pugliesi, un paio d’anni fa morì per il caldo una donna italiana, e lo scorso anno un lavoratore immigrato: la morte non guarda in faccia a razze e colore della pelle.

E bisogna pure ricordare cosa vuol dire morire di caldo in un campo di pomodori: significa sfruttare il proprio corpo ben oltre le proprie possibilità fisiologiche – a questo ci pensano i “caporali” – con la disidratazione che avanza – non basta più bere – e la pressione sanguigna scende, allora il cuore pompa sempre di più, fino a schiantare. Una morte da schiavi, da campi di cotone dell’Alabama. E’ mai possibile che, nell’anno 2016, qualcuno debba morire di lavoro in questo modo?!? (5)
Hanno dipinto Melone con colori variopinti, definendolo “fasciocomunista” o “rosso-bruno”, tutti non sense, per definire una persona che si rifà a tradizioni della destra sociale ma che vota e sostiene il M5S, uno dei tanti (per fortuna) ad aver capito che le divisioni destra/sinistra non hanno più senso. Speriamo che sia un esempio, e che altri seguano la sua strada, poiché si cade da un’impalcatura o ci si schianta contro il guard-rail, ma il denominatore comune di queste morti sul lavoro è uno solo: la fatica.

Vorremmo dare un consiglio a Melone, perché non ci sfuggono i rischi che corre: portati sempre appresso un amico fidato come guardaspalle ed una giacca. Sotto la giacca, una Beretta bifilare. Hai deciso di vivere da uomo con la schiena diritta in una terra pericolosa per gli uomini “giusti”: se qualcuno cercherà di piegarti, “seccane” almeno più che puoi. E che Dio ti benedica e ti protegga.

Altro che schiantare la gente perché paghi un affitto.





(5) http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/08/02/nardo-ordinanze-e-processi-non-fermano-lo-sfruttamento-dei-migranti-procura-di-lecce-ddl-contro-il-caporalato-una-schifezza/549010/

01 agosto 2016

Ma guarda cosa vado a trovare…





Mia madre è sempre stata, per me, fonte d’ispirazione: talvolta gravida, nei suoi ricordi, di storie oscure e zeppe di misteri – come capitò per l’intervista che le feci su Toni Bisaglia, dalla quale ricavai le basi per l’articolo Tre morti e una sorpresa in casa (1) – per questo vado a riaprire, ogni tanto, i suoi vecchi diari, piccole agende cariche d’annotazioni.
Del pacco, salta fuori anche uno scarno calepino: una raccolta di manifesti elettorali del PdS, anno 1992, stilato per acchiappare voti prima delle elezioni del 5 Aprile 1992: quelle che, in definitiva, diedero il via al governo Ciampi: difesa della lira, sistema monetario europeo, Tangetopoli…eccetera…anno fecondo quel 1992…

 A parte le vignette di Altan – protagonista il solito Cipputi, essere quasi fuori dal tempo, alcune godibilissime – non resta che uno scarno soliloquio di parole d’ordine desuete, talmente stupide che meritano d’essere riportate.
Giacché, “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente” (Indro Montanelli).

Si parte con il titolo, che viene ripetuto ad ogni pagina in calce per sottolinearne l’importanza, “COGLI L’ATTIMO”. Parole che, oggi, si ritrovano sui social network d’incontri, ma con tutt’altro significato.

ATTENTI AL FUTURO
Ce ne siamo accorti, grazie dell’avvertimento, rispedire al mittente.

SILVIA, FRANCESCA, GIOVANNA, LAURA
Criptico modo d’appressarsi all’universo femminile, tipico dei PCI (e DC): talmente inutili e subalterne da non meritare manco un cognome? La donna? Lato A e lato B. C’è dell’altro?

LA VELA DELLA DEMOCRAZIA HA BISOGNO DI VENTO
Qui, almeno, l’autore si rivela: il Comandante Supremo D’Alema, vergata durante una bonaccia al largo di Ansedonia.

NON LASCIARE IL PAESE IN MANO AI PORTABORSE
Non sono d’accordo. Voglio un vero portaborse, perché se consegno la mia borsa al gelataio di Rignano, chi la ritrova più?

PIAZZA FONTANA, PIAZZA DELLA LOGGIA, ITALICUS, USTICA, STAZIONE DI BOLOGNA: IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI
Dopo quasi un quarto di secolo, il silenzio è diventato un silenzioso rigurgito.

I NODI VENGONO AL PETTINE
Ma va? Perché a voi non fanno mai male?

METTI IL GOVERNO IN CASSA INTEGRAZIONE
Quale, scusi?

REPUBBLICA ITALIANA: FAVORI, ARROGANZA, PRIVILEGIO
Embé, dove sta il messaggio? Ne manca un pezzo?

PRESIDENTE BRILLANTE, DEMOCRAZIA OPACA
Sarà colpa del mutamento climatico, ma le nebbie sono ovunque e ben distribuite.

SISTEMA DEMOCRATICO A RISCHIO
A rischio? Ma va? Credevamo avesse avuto un devastante ictus.

L’OPPOSIZIONE CHE COSTRUISCE
Questo è vero: una buona dose di cemento aumenta il PIL, tutti hanno collaborato. Giusto, bravi.

IL PAESE DELLE ETERNE EMERGENZE
Eterne, appunto.

DOVE I GOVERNANTI NON TRAMONTANO MAI
E i governati? A volte s’incazzano, come le formichine…

VOGLIAMO L’ARIA FRESCA, CI DANNO L’ARIA FRITTA
Ferma, piano…l’Ossido di Carbonio è peggio…

GOVERNO BUGIARDO, STATO SPRECONE
O Stato bugiardo e Governo sprecone? A scelta!

LE FINANZE FANNO ACQUA, LA FINANZIARIA ARIA
Le finanze degli italiani, invece, fanno pena: il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza!

MAFIA S.P.A.
Titolo ampiamente utilizzato per definire la corruzione presso il Comune di Roma, anni 2015/16.

PER NOI DONNE IL PALAZZO E’ SOLTANTO UN PIGIAMA
No, qui è sbagliato. E’ anche un reggicalze ed un reggiseno a balconcino.

CHIARE, FRESCHE, DOLCI VOCI DI DONNA
Questo non sapeva cosa scrivere per completare “l’opera” e si è riferito ad un autore della tradizione, un certo Petrarca. Che si è rivoltato nella tomba.

TIENI APERTA LA SINISTRA
Stesso autore del precedente, che è passato dall’antologia ai quiz per la patente: “dare precedenza”, “divieto di svolta”, ecc.

COSA (NON) ABBIAMO FATTO PER MERITARCI QUESTO
Non diteci cosa non avete fatto, diteci come avete fatto, che è stato un gran bel “fare”. Per chi? Di certo non per gli italiani.

Ora, aspettiamo da mamma RAI – dopo i 650.000 euro dati a Campo dell’Orto – il bombardamento di preparazione all’assalto delle truppe cammellate per il “sì” al referendum. Si dice che lo stia preparando Maria Etruria Boschi in persona: un nome, una garanzia.
Possiamo suggerirvi qualche nuovo slogan per stilare un nuovo calepino 2016, anzi, un bel calendario omaggio per il 2017, con le solite bellocce di casa nostra ed le stantie parole d’ordine, copiate – ovviamente – da autori più attuali.

DEMOCRAZIA NEL MONDO BANCARIO
ARIA FRESCA IN PARLAMENTO, LA PUZZA FUORI
LA FINANZA FA BENE ALLA PROSTATA
UNA SOLA EMERGENZA: PIU’ SOLDI PER TUTTI!
RICOSTRUIRE SULLE MACERIE

Basta, non vogliamo offendere la vostra fantasia di ex piccini, pidiessini, diessini, piddini…eccetera…siamo certi che quei 650.000 euro galvanizzeranno le migliori menti per scovare slogan attraenti e grondanti ottimismo, in modo che possiate illudervi di strapazzare a piacimento la Costituzione.
Tanto, quel referendum lo perderete, non illudetevi: oramai gli italiani non sperano più nulla, ma l’occasione di mandarvi affanculo non se la lasciano certo scappare!

(1) http://www.lolandesevolante.net/blog/2011/05/tre-morti-e-una-sorpresa-in-casa/

15 luglio 2016

Parole inutili


A che serve piangere i morti? A niente. Non si confortano i vivi, tanto meno si fa qualcosa per i trapassati.
E’ del tutto evidente che – dalla cosiddetta “primavera araba” – l’attacco è salito all’Europa, non avevamo dubbi in tal senso, e riteniamo che anche la vittoria di Brexit faccia parte di questa strategia: isolare la Gran Bretagna dall’Europa toglie all’UE la metà delle potenzialità d’intervento militare nell’area mediterranea, navi, aerei, uomini e, soprattutto, basi.
La NATO? Qualcuno crede ancora nella NATO come “alleanza” militare? A quel presidio militare statunitense in terra europea? Auguri, gli sciocchini possono accomodarsi. C’è, però, ancora un modo per tentare di fa venire a galla i veri mandanti, che non sono “l’America” – come qualcuno crede – ma forze interne all’apparato militare USA, ai servizi segreti, legati a doppio filo col mondo petrolifero. Che è transnazionale.

Serve a qualcosa bombardare quattro scalzacani nel Nord dell’Iraq o nell’Est della Siria? E’ servito a qualcosa? Allora, se vuoi eliminare la malattia, devi colpire i gangli vitali, le fonti di finanziamento: segui i soldi, non seguire le armi o qualche ridicolo califfo. 
L’Arabia Saudita ha mai preso una posizione chiara ed inequivocabile contro il terrorismo, sia esso nella versione 1.0 chiamata Al-Quaeda e sia nella 2.0, denominata ISIS? No, perché Osama Bin Laden faceva parte della famiglia reale saudita, era uno dei 25.000 che hanno questo privilegio, faceva (o fa?) parte della corte di Ryad.
Ha eseguito con dovizia e professionalità i suoi compiti, dalla Bosnia all’Afghanistan, sempre dalla stessa parte: sempre contro i russi ed i loro alleati, e non diteci che Ryad non sapesse nulla…oh my God…non raccontateci frottole da festa di paese!
Poi è arrivato un altro fantoccio, il cosiddetto Califfo: sarà il cognato del mullah Omar? Od il cugino del cognato dello zio di Saddam Hussein?
Per favore: la carne tritata dei bambini di Nizza sanguina ancora sulla promenade des Anglais, non infiorate l’asfalto con parole indegne, stupide e prive di senso.

Certo, Hollande è in un bel guaio. Quasi completamente ereditato, dai tempi di de Gaulle – ricordate quel “Ici est la France!” pronunciato alla folla di Montreal? Gli americani si chiesero: “Why Canada must be French? –  già, eredità malsane se non puoi permettertelo…ma all’Eliseo, oggi, c’è lui, e qualcosa deve inventarsi. Altrimenti, se ne vada.

La Francia, poi, ha aggravato la sua situazione correndo dietro all’atomo di Areva, e allontanandosi troppo dai destini (e profitti) delle Sette Sorelle, come i tedeschi correvano dietro al progetto Desertec: lì non è stato necessario fare molto, è bastato togliere di mezzo il referente in terra africana, ossia Gheddafi, e nemmeno un Watt giungerà mai dal deserto libico. Anche Mattei fece la stessa fine, pur essendo un petroliere ma – diciamo – un petroliere “illuminato”, che era già di troppo nel mondo del barile puzzolente.

Può fare qualcosa Hollande? Dubito, salvo sganciare un po’ di bombe, ammazzando quattro idioti armati e quattromila innocenti disarmati. Può incarcerare sette milioni di francesi d’origine maghrebina? Nemmeno Marine le Pen potrebbe farlo, anche se magari lo dice, tanto per acchiappare qualche voto.
Un lavoro d’intelligence, sul fronte interno, sarebbe auspicabile, ma richiederebbe anni: nel frattempo, rimarrebbe qualcosa delle città francesi? Sarebbe un “lavoro” sullo stile israeliano: la Francia può permetterselo? L’Europa? Non facciamo ridere.

Sapendo che il flusso di denaro per il “califfetto” & i suoi tirapiedi parte da Ryad, proviamo a ribaltare la situazione.
Sarebbe come, se noi radessimo al suolo Algeri, Tripoli od il Cairo, gli altri bombardassero quattro idioti sulle Alpi o nella Foresta Nera. E chissenefrega, sarebbe la risposta più ovvia.

Fatto salvo che ammazzare degli innocenti non serve a nulla – anzi, peggiora la situazione, quindi più niente bombe sulle cittadine orientali – si può provare a fare questo discorso:

“Cari colleghi del governo saudita (ed alleati: Qatar, EAU, Kuwait, ecc) al prossimo attentato in terra francese, arriverà una pioggia di missili su Ryad. La raderemo praticamente al suolo, senza armi nucleari – ovvio – bastano le navi e i sommergibili della Marine Nationale.
Non “se ritirerete l’appoggio”, “se smetterete di finanziare”…eccetera…no, al primo attentato in terra francese scateneremo l’inferno sulla vostra bella “perla”, dove le donne non guidano, dove non si può bere una birra in santa pace e dove il boia affila la scimitarra un giorno la settimana e quello dopo pure.
A voi così piace vivere, vi rispettiamo, ma c’infastidisce un po’ che, qui da noi, si debba lavare l’asfalto così spesso, e che l’acqua sia rossa di sangue.
Dopo, non vi lamentate: siete stati avvertiti.”

Hollande potrebbe inviare la missiva per via diplomatica, ufficialmente, alla luce del sole, in modo che non vi sia nessun fraintendimento: dopo – come diceva Jannacci – sedersi, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. Nel mondo diplomatico, ovvio.

Altrimenti, caro Hollande, vai in Tv e dì ai francesi: “Cari francesi, dobbiamo abituarci ad un paio, forse tre attentati l’anno di questo tipo nella nostra terra. La polizia vigilerà, ammazzerà gli attentatori, i pompieri interverranno, le ambulanze pure e creeremo una bella unità di soccorso psicologico permanente, per spiegare ai francesi che dobbiamo crepare in silenzio, senza far troppo rumore.”

Poi, dimettiti e vai a goderti la pensione in un ameno paesino della Bretagna, con la tua amante ed una bella montagna di Viagra. Fino all’inevitabile infarto: così te ne andrai anche tu, in silenzio, senza disturbare troppo.

Adesso, caro Hollande, scegli.

11 luglio 2016

Brutta storia



I cinque poliziotti uccisi a Dallas – Dallas? Curioso, vero? – rappresentano uno spartiacque da molto tempo mai più oltrepassato. Dai tempi delle Pantere Nere? O dalla rivolta di Sand Creek? Forse. Il presidente nero si limita a commentare “Tutte le persone imparziali dovrebbero essere preoccupate”, e non ci sentiamo di dargli torto, ma riecheggiano ancora, nelle nostre orecchie, le parole di Malcolm X pronunciate all’indomani dell’assassinio di John F. Kennedy: “La violenza che i Kennedy non sono riusciti a calmare ha finito per rivolgersi loro contro”. Purtroppo, nemmeno a questa riflessione riusciamo a dar torto. E si torna a Dallas.

Eppure, qualche segnale, qualche sforzo per cambiare c’era stato, come quando la Guardia Nazionale accompagnò fra i banchi della recalcitrante università dell’Alabama gli studenti neri: la scena è riportata nel film “Forrest Gump”, e molti altri film come “La calda notte dell’ispettore Tibbs” cercarono di “rieducare” un popolo che non vuole e non riesce a comprendere dove finisce la propria libertà ed inizia quella altrui.
Le pistole sono solo il triste epilogo di un pensiero mai evoluto, mai interiorizzato completamente: pur essendo presente un vigoroso patriottismo, l’americano medio, nei suoi sogni proibiti, desidererebbe ogni giorno una bella prateria, solo per lui, con relativi indiani da prendere a fucilate.
La vicinanza lo urta, le mode lo condizionano – se fumate in una strada di una qualsiasi città degli USA, la gente si scansa – soffrono il prato del vicino di casa perché meglio rasato, la macchina nuova del cognato…sono un popolo prigioniero dei media – che devono veicolare consumi – i quali sono decisi dalle lobbies, alle quali basta corrompere poche centinaia di parlamentari per raggiungere i loro obiettivi.

Non volevo parlare di armi, ma togliamoci il sassolino dalla scarpa. I due ingredienti: una costituzione del ‘700 – vergata quando la gente portava naturalmente la spada al fianco – e la fortissima American Rifle Association la quale, ogni volta che si deve votare sulle armi, paga qualche parlamentare e la legge va nel cestino. Cosa cambia se una pistola te la consegnano solo dopo una settimana (Stato di New York)? La moglie l’ammazzi dopo.

Il problema non è qui, come ha spiegato esaurientemente Michael Moore. Il problema è accettare il “diverso” da te, impedire che nascano plotoni di “giusti” e di “diversi”, “Ragazzi della via Pal” che si sparano.
I neri, in America, li hanno portati gli americani stessi: qui c’è una enorme differenza con l’Europa. Per noi si tratta di un fenomeno nuovo: se seminassimo un po’ di bombe in meno, se non distruggessimo gli habitat naturali (le strade, in Ciad, sono disseminate di residui della raffinazione dell’Uranio: leggi AREVA, capisci FRANCIA), se non riducessimo i fiumi a delle cloache ove gettare gli scarti del petrolio (vedi Nigeria, compagnie petrolifere, ENI in testa) forse, la gente non scapperebbe.
Finché non abbiamo realizzato un bel gioco a “RISIKO” in Siria, i siriani stavano a casa loro, in Libia (sotto “il despota” Gheddafi) nascevi con la pensione (o reddito di cittadinanza che dir si voglia) ed era, per reddito pro-capite, la seconda nazione africana, dietro il Sudafrica.
Quindi, chi è senza colpe scagli la prima pietra.

Gli americani, di colpe, ne hanno un intero mazzo. Prendetevene una vista, ma è solo l’antipasto: di queste foto, ce ne sono a decine, e tanto è successo prima dell’invenzione della  fotografia:





Come si uscì da quell’abisso di turpitudine?
Con la promessa, in parte esaudita dal 1960 in poi, d’aprire le porte dell’American Dream anche ai neri. Perché?
Poiché l’alternativa sarebbe stata un ruzzolone non verso una guerra civile, bensì verso la guerriglia senza quartiere fra il KKK ed i Black Panthers. Per questa ragione i neri entrarono nelle Università americane, finì la discriminazione razziale nell’istruzione e nel welfare: per non passare ai massacri a 2, 3, poi 4 cifre. Per giunta endemici: come disse Mao-Tse-Dong, “Il potere passa nella canna del fucile”, e Dio sa quanto è vero!
Cos’è successo oggi?

Il neo-liberismo imperante ha richiesto la chiusura dell’American Style of Life: troppo costoso, che si adattino alla paga minima sindacale, 6 dollari e pochi centesimi l’ora, così i profitti delle Major crescono, le azioni pure ed esporremo in pianta stabile il toro a Wall Street.
I risvolti sociali? Cavoli dei governi, e della Guardia Nazionale. Se vogliamo trovare riscontri in Europa, cavoli dei governi nazionali, l’Europa tira dritto e non si tocca.
Così avvenne: la famosa middle class, la spina dorsale degli USA, iniziò ad essere intaccata dal basso: sempre più americani lasciarono le casette col prato, con la scritta “For sale”. Crollo del mercato immobiliare, come in Italia.

Dopo tanti anni di corsa verso l’integrazione, però, non furono solo più i neri degli slums a pagare il prezzo: una bella fetta di bianchi fini sulla strada, bianchi certificati, WASP in piena regola che campavano coi sussidi statali o le Charities delle fondazioni.
Al contrario, neri “rampanti” s’erano arricchiti ed erano saltati oltre la siepe: Obama ne è una prova, avvocato di grido prima di diventare presidente.
Risultato: io, bianco purissimo, discendente dei Padri Pellegrini, faccio il poliziotto con una paga da fame, che non mi consente certo il reddito del commerciante nero, del medico nero, dell’avvocato nero. Eppure, quello è nero. Giuro che il primo bastardo nero che mi capita sotto, e muove solo un’unghia, lo ammazzo.
Altrimenti, non si spiega la mattanza di neri da parte della polizia americana: c’è il solito odio sotto, quella del mio prato perduto, della mia prateria svanita, della vita di merda che faccio al posto di quella che m’avevano promesso, che hanno avuto i miei genitori.

Qui c’è un parallelo con l’Europa: il tizio che ha ammazzato il nero perché aveva reagito all’insulto (scimmia!) non era certo un banchiere od un capitano d’industria. Viveva in mezzo ai campi in una baracca, e non conosceva i motivi della fuga di Emanuel dall’Africa – ed era inutile spiegarglieli, perché non li voleva capire! – dato che la percezione del sottoproletario è questa, già Marx scriveva dell’incapacità di essere “classe” (o gruppo, unione, ecc) dell’Umproletariat. Il limite dei sottoproletario è proprio quello di non saper riconoscere altri sottoproletari come lui: questioni di razza, religione e colore della pelle lo confondono.

Un altro aspetto, comune alle due sponde dell’Atlantico, è la sostanziale impunità della quale godono le forze cosiddette dell’ordine. In America, pistola elettrica per immobilizzare: quindi, colpo da 357 Magnum in testa per finire il lavoro. In Italia, niente armi da fuoco: bastano le botte ad ammazzare la gente, come nei casi Uva, Cucchi, Aldrovandi…poi la caserma Diaz, chiaro esempio di depistaggio e di insabbiamento.
Per i politici è necessità primaria mantenere la fedeltà delle forze cosiddette dell’ordine: stralciati dalle riforme pensionistiche, favoriti nell’assegnazione delle case popolari e perdonati se alzano troppo le mani. Quando ci scappa il morto, partono i depistaggi e gli attacchi contro magistrati “persecutori”.
Insomma, basta che non rompano i maroni e ci difendano, poi, se ammazzano qualche “tossico” (così definito dal loro alfiere Giovanardi), si perdonano…i nostri padroni non vogliono grane.  
E i padroni del vapore, come la pensano?

I grandi capi (ovunque siano, fate voi) hanno, fra di loro, un dissidio permanente – se riesco a fregarti un pezzo di prato, di banca, di fabbrica, di mercato o d’Ucraina quello è mio, e ci godo – ma una percezione della vita univoca: inizia con il gonfiore alla natica destra, dove tengono il portafogli, e termina con il culo della escort, che hanno pagato, e dunque è merce anch’esso. Una conferma.
Gli altri?

Sono soltanto i destinatari della merce, quella cosa che ti fa guadagnare soldi per il prato, la Ferrari e tutto il resto. A ben vedere, non c’è gran differenza di pensiero fra un sottoproletario ed un iper-capitalista: entrambi reagiscono ad istinti primari, che devono semplicemente soddisfare i loro bisogni. Non hanno alcuna percezione di spazi comuni, perché il mondo termina all’esterno del loro corpo (al più la famiglia, naturale o mafiosa) e dunque sono portati a disinteressarsene.

Ammazzano i neri? E chissenefrega! Ammazzano i bianchi? E chissenefrega! Ammazzano gli Utu? E chi cazzo sono ‘sti Utu?
Il mestiere della politica – che entrambi non riescono a comprendere – è quello, paradossale, di far sopravvivere il loro mondo, che permette il grande Monopoli di un euro il pezzo di profitto. E’ il capitalismo bonario dei Kennedy, di Obama, di Prodi e Berlusconi, di papa Francesco…e di tutti i “buonisti” della terra.
I quali riescono a spacciare questo sistema come “accettabile” fin quando si ammazzano 100.000 persone. Abbastanza lontane che nessuno possa accorgersene, se non di striscio. Dai, c’è la finale degli Europei, c’è il motomondiale, zitto e mosca.

Poi, un giorno qualsiasi, spunta un Micah Xavier Johnson qualunque con il suo fucile d’assalto di ex combattente in Afghanistan ed ammazza 5 poliziotti bianchi. La polizia lo ammazza e, nei giorni seguenti, uccide altri neri.
Per gli uomini di Wall Street non cambia nulla: e chi è mai Micah Xavier Johnson? Come va il titolo di Unilever? E quello della Mac Donnel Douglas? E allora…dammi cinque!
Non sono addestrati a capire, solo ad eseguire.
Gli uomini di governo, in versione “pompiere”, si danno un gran daffare a spedire messaggi nell’etere. Era uno sbandato! Non era legato a nessuna organizzazione! Un cane sciolto! Già, vero.

Non si rendono conto che, in una società come quella americana, Micah Xavier Johnson è già un idolo per i disperati neri, per i quali trovare un ferrovecchio che spara è più facile che, per noi, trovare una bottiglia di birra vuota ai lati di una strada. Quanti decideranno di non farsi più ammazzare in silenzio, per soddisfare le turbe psichiche dei poliziotti frustrati?

I politici?
Non hanno più il potere di far spendere qualche spicciolo in più per mostrare che esistono, per fare in modo d’allargare le maglie, e permettere che un poco di ricchezza in più calmi le acque. Non c’è più la ricchezza di un tempo (per ragioni geopolitiche) e nemmeno la speranza di procurarsela limando le unghie ai profitti: Wall Street nega. In questo, c’è un parallelismo inquietante fra USA ed Europa: il liberismo detta l’agenda, gli altri obbediscano.

Quindi?
In entrambe le sponde dell’Atlantico, il vero problema si chiama liberismo. Non è possibile che, in questa grave situazione, l’indice di Gini (che misura la disparità di ricchezza all’interno delle popolazioni) continui ad aumentare nella direzione di ancor maggiore disparità: ricchi ancora più ricchi e poveri ancora più poveri.
Negli USA, per un fatto singolare – la gran diffusione di armi – tale processo può condurre a mattanze senza fine, ad una situazione di scontro latente: molto dipenderà dal nuovo presidente, perché la Clinton o Trump hanno ricette molto diverse, ed è inutile fare previsioni. Anche se, come scrivevamo poco sopra, il margine di manovra della politica è veramente esiguo.
In Europa è la dissoluzione dell’UE il segnale precipuo: una dissoluzione oramai conclamata che porterà Olanda, Grecia, Svezia…poi tutti gli altri in coda. Ma non risolverà il problema, perché attinente ad altre cause. I vecchi stati nazionali sono ancora più deboli.

Solo una redistribuzione della ricchezza, ed una bella “calmata” sulle velleità imperiali, potrà far virare la nave verso nuovi lidi. In un caso o nell’altro, il capitalismo è spacciato: può scegliere fra una lunga agonia (in mano ai “buonisti”), oppure un colpo alla testa (con le ricette degli iper-liberisti). Altre alchimie non esistono.
Ci vorrebbero teste pensanti per immaginare il futuro, ma non ne esistono più, o molto rare e zittite. I passi da fare sarebbero di portata epocale, e la Storia non si ferma ad attendere chi rimugina senza scegliere.
Semplicemente, lo macina: servirà come concime per nuove società. Così è sempre stato, e così sarà.

30 giugno 2016

Essere o non essere?







Il responso di Brexit è stato chiaro: è pur vero che un 52 a 48 non è un 3-0 calcistico, ma quando una consistente fetta degli interrogati si mostra contraria (in democrazia decide la maggioranza, ma anche un 49% dovrebbe far riflettere un governo che qualcosa non va) bisogna correre ai ripari.
Sull’onda dell’emozione, sono comparsi articoli un poco stravaganti – quando mai la Scozia potrà chiedere un “Gb-exit” con un nuovo referendum od un posticcio attaccamento all’UE? – visto che gli Stati Nazionali hanno storie centenarie, e nemmeno le due guerre mondiali ne intaccarono i confini, se non per minimi aggiustamenti o per territori di recente contesa. Vedi il Saarland, restituito dai francesi, oppure l’Istria, terra slava restituita agli slavi. Non voglio accendere polemiche sui singoli casi ma, se due guerre mondiali hanno intaccato modestamente i confini, non si capisce come grandi spostamenti possano avvenire per referendum.
Bisogna ragionare “a bocce ferme” e non farsi catturare dall’emozione: è quello che cercheremo di fare. Nessuno ha conigli nel cappello, ma un sano dibattito fra i lettori è sempre salutare: il mio compito è soltanto quello di mettere in ordine gli eventi.

Stabilito che l’Unione Europea e la gestione dell’Euro hanno mostrato, in breve tempo, un quadro fallimentare, ci sono i due partiti: chi crede che l’UE/Euro sia ancora riformabile, oppure chi desidera gettare acqua e bambino. Ai primi, si dovrebbe far sapere che non si tratta soltanto di riformare qualche regolamento o trattato, mentre i secondi dovrebbero esporsi, e dire a quale situazione si vorrebbe tornare,  ossia Stati Nazionali o Macro-Regioni omogenee per popolazione ed economie? Un bel rebus, e le urla servono a poco.

L’Unione dei primordi – quella di Adenauer, ossia la CECA – era ricalcata sul processo di Zollverein tedesco di metà ottocento, che portò alla nascita della Germania: si trattava d’abbattere i dazi e favorire la circolazione delle merci. Capitali e popolazioni erano escluse da questo processo, poiché si riteneva che il rispetto delle singole peculiarità fosse un valore aggiunto, mentre i movimenti “selvaggi” di capitali avrebbero condotto a disordine economico.

Il segno, che qualcosa si stava muovendo verso nuove dimensioni, fu il cosiddetto “Serpente monetario” e il successivo Sistema Monetario Europeo, ossia un complesso di regole e parametri che limitava gli scostamenti fra le monete europee, il quale fece scorrere tonnellate d’inchiostro dal 1972 fino alla nascita dell’Euro.
Non fu un errore “tecnico”, bensì un’errata valutazione di principio: non è agendo sulle monete che si rendono più omogenei – attenzione: economicamente! – le aree, bensì comprendendo la natura di quelle aree e studiandone attentamente le peculiarità, se si vuole migliorarne l’economia, non agendo sulle monete, che sono solo un parametro susseguente. Un’inversione nella catena di cause ed effetti, drammatica: testimonianza di una logica distorta, da “furbetti del quartierino”, non da statisti.
Già qui si nota un tentativo d’imporre il “monetarismo” come medicina assoluta per tutte le economie che condusse –paradosso! – a misurare la curvatura delle banane con apposito strumento legislativo (poi rimosso nel 2008). Insomma: la moneta come “misura” delle realtà economiche, che non tiene conto (perché non è lo strumento adatto!) dei territori e delle loro caratteristiche.
Questo tipo di distorsione giunse all’apoteosi proprio negli stessi anni, quando – sotto i morsi della crisi economica – la Banca Centrale Europea si mostrò infastidita dalle intromissioni della politica in area economica, e rivendicò (Trichet, poi Draghi) un primato sulla politica (come “tecnici”) che non ha radici nella Storia e tanto meno nella prassi economica. E, questa primazia, fu silenziosamente accettata dal Parlamento Europeo e dalla Commissione, quasi senza “mal di pancia”: un atto di resa dalle prerogative della politica.

Se questo fu un grave errore d’impostazione, altrettanto grave fu il rapporto con la NATO la quale – da alleanza difensiva – dopo il 1990 fu “sdoganata” come “guardiano del pianeta”. Un guardiano ai comandi di chi? Non solo degli americani…sarebbe stato il male minore…no…la NATO come custode degli interessi dell’iper-liberismo nel Pianeta…una contraddizione lacerante con i valori primigeni dell’UE.

Nel 2003 gli USA iniziarono il processo di destabilizzazione dell’area mediterranea e medio orientale a danno, soprattutto, dell’Unione Europea che stava costruendo, fra mille contraddizioni, il suo “cortile di casa”; come gli USA definiscono le Americhe Centrale e Meridionale. In un decennio, furono completamente destrutturate nazioni come l’Iraq, l’Egitto, la Tunisia e la Libia, mentre in piena Europa fu l’Ucraina a diventare una sorta di cavallo di Troia. La Georgia e (per ora) la Siria si salvarono dal rullo compressore americano solo per il tempestivo intervento russo.
Tanto per comprendere cosa ha significato la distruzione politica della Libia, riflettiamo sul progetto Desertec (oggi abortito) – che doveva fornire il 20% dell’energia elettrica per l’Europa, con fonti fotovoltaiche e termodinamiche nel deserto libico – il quale era una partnership fra la Germania e la Libia di Gheddafi. Il 20% del fabbisogno elettrico europeo è una quantità enorme, di Watt e di soldi: difatti, la Germania si chiamò fuori dalla guerra contro Gheddafi.

Stupirà, ma la somma bruta di mezzi da guerra posseduti dagli eserciti europei (aerei, tank, ecc) mette l’UE al primo posto nel pianeta. Le capacità di comando ed organizzazione sono, ovviamente, quasi nulle, se  non al diretto comando degli USA.
Quando, nel 2003, scoppiò la guerra del Golfo, Romano Prodi – all’epoca Presidente della Commissione Europea – definì ironicamente la politica estera europea con un “Avanti tutta, in ordine sparso”. Bel modo di rimuovere le proprie responsabilità ironizzando.

Ci fu quindi, e tuttora continua, un assalto all’Europa chiamato “immigrazione”, che fa saltare i nervi e scardina le frontiere: per contrappasso, aumentano le chiusure ed i conseguenti razzismi. Perché?
E’ un’arma semplice, poco costosa e che ingrassa le mafie internazionali, grandi alleate in questioni geopolitiche: basta bombardare fabbriche, impianti e case e…voilà…vedrai se non crei masse di disperati in movimento! E grossi problemi alle nazioni europee.

Si giunse così al 2008, alla crisi finanziaria, mediante la quale il FMI, la Banca Mondiale, la Commissione Trilaterale (vera, orribile mostruosità) e le grandi banche d’affari – tramite la BCE – ereditarono il controllo dell’UE.
Ci si potrebbe chiedere come siano riuscite, queste potenti organizzazioni, ad impadronirsi dell’Europa: il metodo viene da lontano, ed è sempre l’apparente contraddizione dello scontro all’interno della borghesia, ma della sua sostanziale unitarietà d’intenti e di fini da perseguire.

Le borghesie internazionali, o almeno i loro vertici, sono da sempre riuniti nella Massoneria, nel club Bilderberg od in altre, simili compagnie di ventura: il loro scopo è quello di mantenere saldo il controllo delle borghesie (banche, finanza, ecc) e di ripartirne i proventi in maniera che lo scontro sia mantenuto a livello di pura contrattazione poiché, non dimentichiamo, lo scontro fra le borghesie nazionali si chiama guerra.
E, fin quando vi sono proventi di vario tipo da spartire, questo rischio non lo correranno mai, se non nelle periferie del pianeta. Oppure, giunti a livelli di rischio (Siria, Ucraina, ecc) si torna a trattare: oggi, in un mondo di armi nucleari sulle quali non si ha il completo controllo, il rischio di un conflitto è troppo elevato per rovesciare il piatto, meglio cedere qualcosa che domani potrà essere riguadagnato da altre parti e con altri modi.

Ecco da dove nasce e dove prospera il ladrocinio che ci riguarda: le grandi borghesie, all’occorrenza, fagocitano anche le piccole e medie borghesie e soltanto chi sopravvive nell’agone finanziario riesce a mantenere e ad allargare le proprie ricchezze. Gli altri, vengono mantenuti su livelli di pura sopravvivenza.
E la politica?
Inesistente: semplice “costo” da mettere a bilancio affinché il gioco possa continuare: così, Mario Monti viene inviato in Italia, gli si trova una nomina (senatore a vita, Napolitano) ed una maggioranza parlamentare (Pd ed aggregati) e può iniziare il massacro del lavoro e delle pensioni, per accantonare altre ricchezze da far confluire sulla finanza internazionale.
E la democrazia?

Qui c’è un vulnus eclatante ed evidente. Nella “catena” delle istituzioni europee, c’è una interruzione fra il livello degli eletti (il Parlamento, eletto per suffragio elettorale) e il “Governo” (la Commissione Europea col suo Presidente, oggi Juncker). La Commissione viene nominata dai governi dei singoli Stati: fanno ai futuri commissari l’esamino di cultura generale e di lingue e…voilà, commissario (cioè ministro) per l’Istruzione, i Trasporti, eccetera.
Quante persone sono coinvolte in questo processo?
I votanti sono circa 500 milioni, i quali eleggono il Parlamento Europeo, mentre i Capi di Governo propongono i vari commissari: poche persone giungono a decidere chi sarà a comandare e pochissimi saranno coloro che dovranno prendere realmente delle decisioni. Una struttura oligarchica, fortemente orientata verso un’oligarchia sprezzante ed autoritaria.
E i voti, gli eletti? Diamo loro lauti stipendi, ricchi rimborsi e che stiano lì a scrivere roboanti relazioni sullo stato dell’Unione, compresa quella sulla curvatura delle banane. All’occorrenza, daremo loro anche un apposito martello di gomma per raddrizzarle, basta che non rompano i cosiddetti.

Non sottovalutiamo, però, il potere del Parlamento Europeo – di poteri reali non ne ha quasi – però Bruxelles è diventata la città dei lobbisti: di tutte le età, le nazioni, i sessi e, soprattutto, gli obiettivi.
Così, capita che un oscuro parlamentare europeo venga contattato da un lobbista – ci sono strutture specializzate che si occupano di queste faccende, la recente vicenda di Luca Volonté (c’è qualcuno che si rivolta nella tomba, vero Luca?) lo dimostra, che hanno nella loro organizzazione tutto, dal settore finanziario per far “scivolare” i soldi sull’acqua fino ai Caraibi, alle escort che devono “ammorbidire” il parlamentare, sempre un po’ “rigido” di fronte a queste profferte.
Poi, creata una piccola “corte” all’interno del Parlamento, si contatta il commissario corrispondente, c’è una trattativa…anche qui, soldi, escort, ecc…e, infine, la decisione del Commissario viene magari suffragata pure da un voto parlamentare – non sarebbe necessario – ma, come dicono a Napoli, dove c’è sfizio non c’è perdenza.

Le altre decisioni, i voti su questioni anche importanti, sono ben accette e doverose: ci penserà il relativo Commissario a catalogarle e conservarle per anni fin quando, scadute, finiranno nel trita-documenti: un procedimento lungo ma corretto, con un’appendice ecologica.

Stabilito che l’altra struttura comunitaria, la BCE, è il regno dei desiderata del sistema bancario e dei sacerdoti dell’Euro, non sprechiamo nemmeno tempo a parlarne.
Interessante è, invece, il settore della Giustizia, con la Corte di Giustizia Europea e quella dei Diritti dell’Uomo: qui, qualcosa è sfuggito al controllo e, talvolta, questi giudici scassano proprio i cabassisi.
L’Italia è la nazione che fornisce alle Corti il più alto numero di ricorsi: risultati? Le norme europee affermano che una sentenza europea deve essere immediatamente recepita negli ordinamenti nazionali, ma non è affatto vero.
Ne è un caso eclatante quello della Tv Europa7, perché i giudici nazionali, semplicemente, se ne fregano. Ma non sempre: il risultato è che il medesimo ricorso viene accolto a Torino e non recepito a Firenze, e così in tutta Europa. Il risultato finale? La giustizia di Arlecchino.

Qui termina la nostra analisi: ci sarà senza dubbio dell’altro che ho dimenticato, ma già ciò che ho esposto mi sembra sufficiente per spiegare il crescente rifiuto – direi quasi viscerale – da parte di molti cittadini. S’aggiungano le mille pastoie in economia, che sembrano messe lì solo per farteli girare, più le ingiustizie palesi che causano spesso dolore e disperazione: il cittadino europeo mastica tristezza, è deluso, fa fatica a comprendere perché guerre che vanno chiaramente contro gli interessi di nazioni europee siano portate avanti da altri…con forze armate europee!
E incomprensione ed infelicità dilagano: soprattutto quest’ultima, ecco perché gli europei sono sempre più dubbiosi.

La proposta di riforma più seria riguarda proprio il mutamento di “pelle” all’interno della UE. Siccome la “scollatura” fra Parlamento e Commissione è un evidente regalo alle lobbies – al punto che è plausibile chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina, ossia se le istituzioni siano state “pensate” già per essere comodamente infestate dal virus delle lobbies – c’è chi pensa che riportando un funzionamento “naturale” fra le istituzioni: elezioni, parlamento, creazione di una maggioranza parlamentare, espressione di un governo.
A questo punto, è verosimile pensare che il “peso” delle singole nazioni possa decrescere, poiché quel governo è espressione diretta del voto popolare e, se sbaglia, se ne va e governa una diversa coalizione.
Purtroppo, le esperienze nostrane – ma anche in altre nazioni, da noi però s’è visto proprio il peggio – non invitano a crederci molto: si ha paura che, una volta eletti, questi formino il solito “carrozzone” con tutti dentro, dove si sale e si scende secondo le convenienze personali. E delle lobbies.

Un punto trascurato, ma importante, riguarda la Costituzione – non una serie di trattati insulsi – una costituzione discussa ampiamente (non imposta da qualche “saggio”) e poi messa ai voti dei cittadini. Perché, senza una carta fondante, che ti dica – ad esempio – se nel mandato parlamentare c’è libertà personale, se serve una presidenza (e di che tipo), che definisca i rapporti fra l’esecutivo, il legislativo ed il giudiziario, non si va da nessuna parte. Immaginiamo che sia mantenuta (come in Italia) la libertà di mandato – in una struttura così lontana dal singolo cittadino – le lobbie “vignano” alla grande.
E poi: rapporti limpidi e precisi con la magistratura, che impediscano il gioco al massacro come sta avvenendo in Italia, dove sei assolto o condannato solo per vicinanza o convenienza politica. Perché è giusto fermare chi delinque, ma non usare la stessa arma per scopi politici.
Il discorso sarebbe lungo, ma si può condensare in poche parole: passare da una unione confederale ad un vero Stato federale, dove pesi e contrappesi sono definiti con chiarezza, mentre le unioni confederali, storicamente, hanno sempre avuto vita breve.

L’alternativa è andarsene: ognuno per sé e Dio per tutti. Funzionava (dicono): ma all’epoca dei Moschettieri. E solo nei romanzi di Dumas.
In un pianeta nel quale vi sono colossi come USA, Russia, Cina…credete che vi lasceranno in pace a coltivare l’orticello? Se ne avranno bisogno, lo occuperanno e vi faranno una pernacchia: cosa mi fai?
Sempre che l’Italia non mediti di riprendersi l’Istria, la Germania le terre “tedesche” oggi in Polonia, la Spagna Gibilterra…e via discorrendo. Le alleanze si creano in fretta, le guerre pure ed i milioni di morti anche.
Sarebbe bello vivere nel paesello senza complicazioni, ma una qualche forma di aggregazione è necessaria, se non altro per aspetti di difesa.

Se trasformare l’Europa in uno Stato federale puzza – nel senso che si temono gli stessi interventi delle società segrete, lobbies e compagnia cantante – si potrebbe pensare ad una ripartizione che smantella lo Stato nazionale a favore delle macro-regioni, omogenee per economia e cultura.
Si tratta di un percorso più laborioso, il quale però prenderebbe due piccioni con la medesima fava: uno stato federale europeo e disinnescherebbe moltissime tensioni per quei territori che anelano all’indipendenza o che mordono il freno per maggiori autonomie.
Ad esempio, la Spagna diventerebbe Catalogna, Castiglia, Andalusia, Paese Basco…l’Italia Lombardo-Veneto-Emilia, Regione Occidentale, Toscana-Umbria Marche…e così via.
La frantumazione dello Stato Nazionale, però, richiederebbe una maggior attenzione per quanto riguarda i diritti dei cittadini – più l’entità è piccola, maggiori sono i rischi di prevaricazioni dall’alto – perciò regole comuni per fiscalità, lavoro, previdenza, ecc. Oltre, ovviamente, ad un Parlamento dove non puoi cambiare partito: ti dimetti e basta, un’analisi preventiva delle leggi per osservare la loro costituzionalità, ecc: insomma, un simile quadro richiederebbe un’attenzione certosina per leggi e “contrappesi” fra le varie istituzioni.
La moneta?
In un simile quadro, l’euro potrebbe anche rimanere, previa riforma della BCE a banca pubblica di proprietà delle singole entità, siano esse stati o macro-regioni.

Potrebbe funzionare?
Dipende dall’impegno e dalla volontà di cancellare l’attuale obbrobrio e dall’onestà di chi dovrebbe mettersi prima ad immaginare, poi a far funzionare il sistema. Comunque la si osservi, è molto difficile giungere ad un simile “sogno”.
Alternative?
Non ne vedo.

Il vero problema è di potere: se debba essere preminente il potere della finanza oppure quello della vita dei cittadini. A mio avviso, questa Europa va rasata a zero: un’altra? Possibile, ma quale?
Un’Europa come, forse, la immaginarono al tempo della CECA, potremmo dire un’Europa che sostituisca il PIL (Prodotto Interno Lordo) con il QFN (Quoziente di Felicità Netta). Non è un’utopia, ma si tratta di una inversione di tendenza totale, di una rivoluzione di pensiero in campo sociale, economico, energetico, ecc.
Si tratta di “pensionare” (al minimo) tutti i personaggi che hanno costruito questo obbrobrio, e di chiedere – con apposite consultazioni, preceduto da un lungo dibattito pubblico fra persone nuove – ai cittadini europei cosa vogliono, rendendoli però coscienti che un ritorno al passato, puro è semplice, non è possibile.

Subito prima della guerra alla Libia, Saif al Islam Gheddafi – l’unico figlio maschio ancora in vita del colonnello, oggi in galera in Libia in attesa dell’esecuzione – ebbe a dire: “Fermateli! Oggi tocca a noi, ma domani toccherà a voi!”.
Parole profetiche? Chissà…

23 giugno 2016

Jamm’e, jamm’e…


Devo dire che, per quanto riguarda le scorse elezioni amministrative – io non vado a votare, mi hanno preso per il sedere abbastanza – ci sono delle novità che meritano d’essere attentamente studiate, per capire come cercheranno di salvare la baracca (che, oramai, fa acqua da tutte le parti) soprattutto in previsione del referendum costituzionale d’autunno: lì saranno giochi seri, si finisce di scherzare e qualcuno, si vedrà come, ci lascerà le penne.
I grandi giornali hanno titolato ad 8 colonne su Roma e Torino: per come la penso io, il risultato era scontato. E’ veramente difficile governare delle grandi città in modo così trasandato come sotto la Mole e le mura capitoline: i risultati che mi hanno sorpreso, vengono da medie città: Benevento e Savona, ad esempio.
Vediamo perché.

Incredibile Clemente: l’Araba Fenice in persona. Dopo anni trascorsi a fare l’ago della bilancia in Parlamento, più i periodi “vuoti” trascorsi serenamente come parlamentare europeo, aveva bisogno di un posto. Qualunque. Com’era era. E lui la spiegata con semplicità: “Stavo giocando col nipotino, quando è arrivata la prima telefonata: dopo altre telefonate, ho capito che dovevo rispondere”.
Mentre leggevo, m’immaginavo il vecchio rais di Ceppaloni che meditava sulla faccenda: come diventare sindaco di Benevento? Sapendo che avrai gli occhi addosso, che non potrai fare molti accordi alla luce del sole, bensì dovrai lavorare sotto-sotto-sotto-banco. Ma il nostro è tutt’altro che l’ultimo dei cretini – come tanti pensano – ha una laurea in Filosofia in tasca, presa quando le lauree in Filosofia non erano proprio in svendita nel supermercato sotto casa…e tanta, tanta “scuola” democristiana. Paragonatelo un po’ con Fassino: chi è la volpe? Chi è, invece, il leprotto?
Non sappiamo quali siano stati i mezzi usati: uno è stato rivelato, ossia la “pace” con Nunzia di Girolamo, quando la cosiddetta “pace” è una sorta di pax romana, che sarà costata qualche posto o intere “controllate” del Comune…ma che importa? Clemente sa bene che l’importante è sedersi sullo scranno più alto e lasciare che, all’occorrenza, si scannino i tirapiedi. Che finiranno fra le grinfie di qualche magistrato: e allora? Roba d’altri, cavoli loro…io che c’entro?

Il centro destra, orfano di Berlusconi, adescato da un simil-Masaniello padano, tale Salvini di natali (politici) ignoti, per vincere in un capoluogo di provincia ha dovuto ricorrere alla vecchia scuola democristiana, il che testimonia l’epilogo del berlusconismo, inteso come “idea trainante” per la destra.
L’elettorato italiano non è quasi cambiato dai tempi post-unitari, quando Destra e Sinistra Storiche battagliarono a lungo, per poi finire nell’ignominiosa palude degli scandali – come quello della Banca Romana – a braccetto, incapaci d’essere vere destre e vere sinistre, monche perché nate dallo stesso humus di borghesia sparagnina, sabauda, pontificia o borbonica essa fosse.
Questo per dire che la destra italiana non si è estinta: semplicemente, terminata la gestione di Berlusconi, non può più contare su una coesione che il tycoon milanese ha saputo catalizzare per un ventennio.
Dunque, la vittoria di Mastella è paradossale, poiché riporta in scena un modus operandi, quello democristiano, inattuale in un mondo dove non comandano più Roma e Milano, bensì Bruxelles e Francoforte. Una vittoria, quindi, inutile ai fini politici, solo buona per far capire al popolo di destra quanto siano poveri di idee e, soprattutto, di persone in grado d’interpretare quelle poche e stantie parole d’ordine.

A Savona – sorpresa – si è affermato il centro destra, in una città tradizionalmente governata dalla fine della guerra, salvo un caso, da amministrazioni di sinistra. Qui il discorso si fa più interessante, soprattutto per comprendere come ha fatto la destra ad affermarsi. E ci vogliono due cifre per capire.

Primo turno
Cristina Battaglia csx                       31,78%
Ilaria Caprioglio cdx                          26,61%
Salvatore Diaspro M5S                     25,10%
Daniela Pongiglione Lista Civica         8,46%
Marco Ravera rete a sinistra               4,77%

Secondo turno
Ilaria Caprioglio cdx     52,85%
Cristina Battaglia csx   47,15%

Anche considerando le elezioni in termini di voti (vedi nota 1) la situazione non cambia: il M5S ha votato al secondo turno, ed ha votato per il candidato di centro destra. Il centro sinistra ha raccolto le liste minori, ed i conti quadrano, come possono quadrare in una situazione oscillante.
In ogni modo, se prendi il 26% al primo turno, per arrivare al 52% devi trovare un altro 26% che – guarda a caso – corrisponde proprio alla potenzialità del M5S: il che, non ci piace per niente, anche se il “travaso” di voti fosse stato a favore dell’altra candidata.
Perché?

Poiché il M5S, nato (a suo dire) per sbaragliare la vecchia politica ed i giochi di palazzo, si è prestato ad un gioco che gli precluderà, da qui in avanti, la possibilità d’avere un’autonomia politica reale. Ben diverso il caso di Roma, dove i romani si sono veramente affidati ai cinque stelle, mentre a Torino c’è stato uno scambio all’opposto, la destra ha probabilmente votato (magari in parte) il M5S.
Questi appoggi innaturali, dove possono condurre?
Ne faccio un caso “di scuola” perché la città di Savona – per svariati motivi – è sempre tenuta sott’occhio dagli istituti demoscopici (che mi hanno confermato, a microfono spento, la cosa), i quali analizzano sempre con attenzione le elezioni savonesi. Non chiedetemi perché, però questa “attenzione” dura da decenni ed una motivazione, nei meandri degli dei della percentuale, c’è senz’altro.
Ma torniamo a noi.

Scendere in politica con l’obiettivo di riscattare la democrazia da una situazione a dir poco degenerata, non avalla l’appoggio all’uno o all’altro dei due schieramenti, poiché in questo modo si crea un precedente difficile da cancellare. Antica astuzia democristiana? Ma per favore…non confondiamo il grano con il loglio.
Non voglio giungere ad affermare che si è trattato di “esercitazioni” in vista di ben più importanti concioni, ossia di prove tattiche o comunque le si voglia chiamare, ma la sensazione – già il sospetto necessita di uno straccio di prova – rimane. E lascia la bocca amara osservare il partito delle energie rinnovabili appoggiare quello dei petrolieri, oppure i sostenitori del reddito di cittadinanza finire a braccetto con i banchieri. Ripeto: la cosa sarebbe stata innaturale anche se fosse avvenuto l’inverso, ossia avessero appoggiato un candidato di Renzi.

Quella famosa riunione – trasmessa in streaming – dove i parlamentari (appena eletti) del M5S respinsero orgogliosamente le offerte di Bersani e Letta ci poteva anche stare, anche se condannò il M5S all’isolamento parlamentare, ma che senso hanno i cedimenti di oggi? Sia chiaro: non ho mai sostenuto che nel 2013 il M5S dovesse sostenere il PD, Dio me ne guardi. Ho soltanto sostenuto, e l’ho scritto, che chiedere 3 ministeri (interni, giustizia, economia) in cambio dell’appoggio sarebbe stato più saggio, più “democristiano”. Il PD non avrebbe mai potuto accettare, e dunque ci sarebbe stata una diversa evoluzione politica.
Ma, proprio in fede di quel rifiuto, perché accettare oggi una manciata di lenticchie? Che venga da destra o da sinistra, è uguale.

Io non credo che la Storia si ripeta: al massimo, suggerisce delle analogie. Oggi, forse, siamo allo stallo che fu della Destra e Sinistra Storiche – grosso modo i primi anni del ‘900 – ma nessuno è Crispi o Giolitti, tanto meno Mastella è un sanfedista del terzo millennio.
Il M5S ha accettato la sfida a Roma, la accettò a Parma (pur non essendo preparato a farlo), ma cosa vuole fare, qual è la direzione che vuole scegliere…in altre parole, chi è veramente il M5S?
D’accordo nel contrastare e bocciare il referendum di Renzi, ma in futuro cosa vogliamo (o possiamo) fare? E se non è possibile fare altro, a causa dell’UE o degli USA o d’entrambi, è inutile coltivare delle illusioni agli italiani: meglio dire le cose come stanno.
La verità può essere amara da digerire, ma la menzogna o la reiterata omissione sono sì amare, ma anche velenose.

1) Vedi: http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/elezioni/comunali/savona.html?refresh_cens