05 dicembre 2016

Non cambierà nulla


Quando si vince si vince per sé, quando si perde è l’Italia a perdere un’occasione: questo, in sintesi, il discorso di Renzi e le sue conclusioni.
Non esultiamo troppo: le cose rimarranno tali e quali a prima. Osservate cosa è successo in Austria: votarono e vinse il candidato europeista...già, ma scoprirono brogli – guarda a caso anche oltre Tarvisio – sulla circoscrizione estero. E sono stati obbligati a rifare le elezioni.
Il voto degli italiani all’estero è una “riserva di caccia” privata a disposizione del Governo: una mia cugina (che vive a Parigi) mi ha confessato di non essere andata a votare – “L’ultima volta che ero andata m’ero accorta che qualcosa non andava, che le comuni modalità di segretezza e di conservazione delle schede elette non erano sufficienti: in pratica, potevano fare della mia scheda ciò che volevano” – questo mi ha raccontato, senza specificare meglio.

La circoscrizione estero è, però, un modo grezzo per fare dei brogli elettorali e, per i suoi numeri limitati, può soltanto “deviare” il voto quando le differenze sono minime, pochi punti, come nel caso austriaco: la stessa trappola era pronta anche per l’Italia, difatti nella circoscrizione estero ha vinto il Sì.
Il punto dolente è la trasmissione dei dati dai seggi al ministero dell’Interno: finora non hanno osato tanto (ossia intervenire quando i dati sono contenuti nei database) – non per questioni etiche, se ne fregano – ma perché ci sarebbe troppa discordanza fra il “reale” ed il virtuale, un rischio che non possono permettersi.
In Austria hanno semplicemente corretto le procedure, per essere inattaccabili dal punto di vista formale, ma la sostanza non è mutata: se una tornata elettorale è sul filo di lana, il governo può “aggiustarla” a suo favore.
Del resto, perché non abbiamo mai votato su questioni come l’Europa e l’Euro? Datevi una risposta.
Adesso, molti si chiederanno cosa succederà.

Renzi era stato preparato per tempo a lasciare, sapeva che le condizioni economiche italiane sono così compromesse da non concedere appelli: serve un cambio d’immagine, anche l’estetica vuole la sua parte.
Passati i clamori del Sì e del No, in Parlamento s’inizierà la conta, la divisione di ministeri e le solite presidenze “succose” per un governo che dovrà gestire la “tirata” delle elezioni del 2018. Manca solo poco più di un anno.
Questo governo avrà, da parte di Francia e Germania, qualche possibilità in più: oggi l’inflazione è a -0,19%, ciò significa deflazione, recessione acclarata e provata, anche dai numeri.
Sarà concesso di più – in termini di denaro circolante, tanto per capirci – in modo da non giungere all’appuntamento elettorale “sotto” di sei milioni di voti: 6 a 4, o meglio, 19 milioni di voti a 13.
Ciò che non faranno, però, è dare a questa modesta crescita qualcosa di strutturale, giacché ciò che importa loro è proprio questo: deindustrializzare l’Italia – l’Italia non è la Grecia, è la terza economia europea – continuando ad obbedire all’accordo Kohl-Miterrand che è alla base dell’euro. Un lento dissanguamento, che sarà modestamente fermato per non giungere troppo stremati all’appuntamento elettorale.

I numeri, in Parlamento, continuano a raccontare che il PD (con gli “acquisti” e compagnia varia) è il solo a poter garantire qualcosa. Perciò, Mattarella seguirà questa indicazione.
Credo che sarà richiamato in fretta D’Alema, perché è l’uomo che sa gestire bene le situazioni come queste: Belgrado ancora ricorda.
Osservate cosa ha dichiarato Massimino:

“Il Capo dello Stato darà l’incarico a una personalità che lavorerà a misurare le disponibilità per un governo necessario al paese. Si dovrà verificare il senso di responsabilità delle forze politiche e credo che ci sia una maggioranza in Parlamento che non intenda favorire lo scioglimento irresponsabile delle Camere. Andare a votare ora sarebbe irresponsabile anche perché la Consulta deve ancora pronunciarsi sull’Italicum. E mi auguro che l’assunzione di responsabilità possa essere la più ampia possibile.”

Una sorta di passo avanti, una disponibilità chiarita: la volta scorsa furono gli USA a chiedere lui al comando al posto di Prodi (contrario alla guerra nei Balcani), e Bertinotti si prestò per la scimmiottata delle 36 ore ed altre facezie.
Oggi si fa avanti l’UE, ossia Germania e Francia che – qualora l’Italia promuovesse iniziative per la sua “exit” – vogliono evitare di rimanere col cerino acceso in mano, tanto meno ascoltare il Requiem di Mozart in presenza delle loro bare. Perché se l’Italia se ne va, crolla tutto l’ambaradan.
Cosa possiamo fare?

Una vittoria come questa del referendum, rischia di diventare una vittoria di Pirro. Perché?
Poiché l’unica forza politica ad avere in mano le chiavi per un cambiamento – ossia il M5S, non la Lega, che è un partito che si ferma a Bologna, oltre non va – non sa decidere, non presenta un programma, non fa capire quali saranno le sue priorità di governo.
Segue questa strategia poiché è quella che più garantisce consensi: il voto a Grillo è un voto di protesta, in quel partito manca totalmente una democrazia interna e non c’è una fase propositiva che conduca ad un programma.
Finché resto sul vago – sembra raccontare Grillo – chi è deluso mi vota. Certo.
Cosa farai, però, quando ti toccherà stringere delle alleanze e confrontare i programmi? Non vorrai mica aspettare il 51%, vero? Non ci arriverai mai.

Manca poco più di un anno alle elezioni: cosa sceglierai?
Euro o no Euro?
Europa o tentativi di alleanza con le economie del Sud Europa?
Grandi investimenti sulle energie rinnovabili, compresi piani industriali su progetti innovativi?
Una bella “falciata” sulle amministrazioni locali?
Il taglio delle spese militari, eliminando tutte le spese solo utili per essere lo schiavetto della NATO?

Se, oggi, non comincia un dibattito interno su questi argomenti (ed altri), è del tutto inutile aver vinto questo referendum, poiché un voto di protesta che non trova proposte politiche, s’affievolisce e muore come un fiore senza terra cui crescere. Pensaci.

01 dicembre 2016

Quando ti fanno proprio incavolare di brutto




Perché mi sono lasciato andare a quel clic? Non potevo passare oltre e andare a vedere le previsioni del tempo? Perché certa gente ti deve sconfortare con la sua pochezza, con l’inutilità dello scrivere?
Mi riferisco ad Antonella Beccaria ed al suo articolo sull’assassinio di Bruno Caccia, avvenuto la bellezza di 33 anni or sono, in un contesto sociale completamente diverso dall’attuale. Il Presidente era Sandro Pertini, il primo Ministro Amintore Fanfani, uno stipendio medio era di 500.000 lire, un’autovettura economica costava circa un milione, mangiare al ristorante 1.000 lire o poco più. Eppure, Antonella Beccaria pretende di chiedere verità per quella morte, senza minimamente accorgersi del “contorno”, ossia delle mutate condizioni sociali rispetto all’epoca dei fatti! Se non si è trovato finora un colpevole, signora Beccaria, è inutile cercarlo, salvo una confessione tardiva in articulo mortis.

L’omicidio di Bruno Caccia (magistrato) fu una, purtroppo, “solita” storia italiana: ucciso una Domenica sera del 1983 con 9 colpi più tre di grazia dalla n’drangheta – almeno, così si dice – mentre la sua scorta non c’era “perché anche i poliziotti hanno diritto di avere un po’ di vita privata”.
Sicura che è stata la n’drangheta? Poteva essere un killer dei servizi segreti (deviati?), uno assoldato dalla massoneria “speciale” – tipo P2 – oppure aveva toccato qualche ganglio vitale internazionale e allora...saranno stati i servizi di qualche stato estero, di qualche massoneria o società segreta d’oltre oceano, oltre cortina, oltralpe, oltre Tevere, oltre...
E, i killer, hanno aspettato proprio il momento che la scorta non ci fosse. Che caso.
Nessuno, qui, vuole infangare la memoria di Bruno Caccia – ci mancherebbe – però troviamo il suo articolo scipito, senza capo né coda, senza senso, privo di qualsiasi interesse.
Mai sentito parlare di strategia della tensione? Di morti eccellenti? E allora!

Ciò che meraviglia è osservare il suo pezzo in seconda posizione su “Il fatto quotidiano” (1), il che fa pensare. Lei, signora Beccarla, porta un cognome che affonda le radici nella storia giuridica, ma anche il mio non è da nulla nella storia politica di questo Paese.
Come si fa ad essere così ingenui? Ma lo fa o lo è?

Sergio Castellari, Gabriele Cagliari e Raul Gardini: mai sentito parlare di loro? Tre suicidi, certo, come no. Mario Almerighi ne trasse un libro carico di punti interrogativi, di quei punti che puzzano di falso lontano un miglio (2). Mauro de Mauro, Pasolini, Mattei invece, devono la loro morte all’aver pronunciato troppe volte la parola “petrolio”. I killer la sillabavano sempre, con riconoscenza. Perché l’ENI/ENEL è il vero ministero dell’energia italiano, lo sapeva? Che è pieno zeppo di uomini dei servizi, lo sa?
Li aggiunga ai morti delle stragi di Stato – da Piazza Fontana in poi, fino al Moby Prince, almeno, dopo non saprei – ed avrà un quadretto edificante.
Ci sono poi altri nomi, di gente che s’è trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato: Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri. Le sembra ancora così importante il suo articolo? Di fronte alla mattanza di Stato ed a quella nei confronti di semplici cittadini?

Se voleva scrivere qualcosa d’interessante, poteva chiedersi poiché in Italia non esiste più lo stato di Diritto: ovvero, dei fatti di sangue se ne discute molto – dopo la morte – a cadavere ancora caldo, poi freddo ed infine decomposto fino allo scheletro, che viene accuratamente disseppellito per far fiorire nuove polemiche. I giornali vendono, i Tg assicurano, i think tank italiani dissertano. E i cadaveri restano.

Non so se tutti sanno che, per questioni di bilancio, molte caserme dei Carabinieri nei piccoli borghi sono state soppresse, ed i militi garantiscono la presenza solo per quattro ore la mattina, poi ci si deve rivolgere al comando, che può essere la Tenenza, oppure comandi più elevati. Se la cosa è ritenuta di poca importanza, si rimanda al giorno dopo.
Il Nucleo Elicotteristi di Albenga (SV), ad esempio, è stato soppresso e incorporato con quello di  Volpiano (TO): per le urgenze da ultima spiaggia arrivano dopo un’ora di volo in più. Porta pazienza, neh?

Anche questo “risparmio” si riflette sullo stato di Diritto della popolazione: piccole beghe di paese – ricordiamo il tizio che ha decapitato lo zio per una questione di passaggio (magari c’era dell’altro, ma non lo sappiamo) (3) – si gonfiano, straripano, e ci scappa il morto.
Non ho mai avuto molta simpatia per l’Arma – non concepisco che la popolazione sia vigilata da dei militari – però riconosco molto utile la sua funzione nei casi dove, prima del Giudice, grazie ad un buon consiglio od una semplice ramanzina, si riescono ad evitare guai più gravi.

Queste situazioni vanno incrociate con la sempre più usate formule che infiocchettano le sentenze: “improvviso raptus”, “temporanea incapacità mentale”, “individuo borderline”, eccetera...e che, nelle mani di abili avvocati, consentono di farla quasi franca con poca galera. Così si spiegano le condanne a pochi anni a fronte degli omicidi.
Bisogna riconoscere due eventi: il primo è che le persone – anche quelle stabili mentalmente – in estreme situazioni di paura, pericolo o rabbia subiscono un tracollo, diverso da caso a caso. Il secondo è che la crisi economica inasprisce questi eventi, poiché il “carico” che una persona può sopportare, che varia da persona a persona, è comunque un “carico” totale, da gestire all’interno della propria psiche.

Difatti, quando leggiamo la cronaca nera, spesso incontriamo frasi come “la separazione dalla moglie...” oppure “la perdita del lavoro...” o, ancora “lo sfratto improvviso...” od altre, dipende dai casi.
Far vivere la popolazione in uno stato d’incertezza continuo – e cosa sono i contratti a voucher, le continue riforme delle pensioni, il lavoro a progetto, ecc, ecc, ecc – è una necessità di governi che non hanno suffragio popolare e che sono nominati, con abili trucchi costituzionali, da entità estranee al sistema democratico.
In sintesi: chi sono Monti, Letta e Renzi?

Attenzione: la Costituzione non afferma che si debba votare un nome per la presidenza del Consiglio dei Ministri, ma fino al 2011 sono sempre stati eletti alti dirigenti democristiani (od esponenti del pentapartito), poi Prodi (e tristi epigoni) e Berlusconi. Forse Letta sfugge un poco a questa regola (fu un governo di transizione), ma anche Renzi è – di fatto – un governo tecnico, non solo Monti, perché Matteo Renzi s’è guadagnato, da solo, soltanto le poltrone di presidente della Provincia di Firenze e di sindaco di Firenze. Aggiungeteci un Presidente della Repubblica “sovrano” ed un altro “muto” e la frittata è servita.
Renzi non è nemmeno un parlamentare, è un signor nessuno, nato e cresciuto nei media: molte donne l’hanno votato perché bello, giovane, avvocato di successo, ecc. E quale donna non lo vorrebbe come marito o come genero? Ci sono le eccezioni, ovvio, ma le elezioni sono il frutto di realtà studiate a tavolino, provate in piccoli test (amministrative) e pianificate dagli “spin doctor”. Democrazia? Una forma di governo dell’antica Atene. Punto.

Perché queste persone appoggiano l’incertezza del vivere e dei valori?
Semplice: perché non sanno che futuro avranno, non sanno – una volta elette – come dovranno comportarsi, cosa dovranno emanare, quali “riforme” dovranno varare. Attendono lumi da Berlino, Londra, New York, mica s’attengono alle promesse elettorali: quelle servono ad acchiappare gli allocchi.
Per questa ragione, l’incertezza generale è un’abitudine che si consolida: “eh, io non andrò mai in pensione...” “eh, vedremo se passerà davvero la costruzione del Ponte...” “mah...dipenderà dal deficit di fine anno...” “eh...l’hanno detto, ma la strada non la faranno perché i soldi...” “autostrada chiusa” “treno soppresso”...e vai col tango.

Fateci caso: ci stanno abituando a vivere alla giornata, come vivono loro nei confronti dei loro “datori di lavoro”, che sono i soliti che magari non conosciamo, ma che ben immaginiamo.
Anche Renzi, se perderà il referendum, dovrà andarsene ed arriverà D’Alema, il solito salvatore della Patria, fino alle prossime elezioni. Tira un respiro e vai, tanto stanno tutti bene (loro), che gli frega di noi?

Per questa ragione, signora Beccaria, trovo insulso il suo almanaccare sulla morte di Bruno Caccia – nel pieno rispetto dell’estinto – perché, allora, dovremmo chiederci che fine fece Federico Caffè, chi veramente uccise Pasolini, chi mise la bombe a piazza Fontana e sull’Italicus, cosa successe al Moby Prince, ecc, ecc, ecc, ecc, ecc, ecc, ecc...

Non comprendo questi drammatici “sforzi” delle meningi per acclarare il nulla: o si chiede che venga fatta piena luce sul passato (richiesta vana), oppure si comprende che i destinatari della richiesta sono gli stessi che insabbiano od insabbiarono.
Soprattutto, non ci si spertica con articoli insulsi che lasciano il tempo che trovano, tanto per conquistare il colonnino di un grande giornale.
Io ne faccio a meno e vivo, ugualmente, sereno. Saluti.

27 novembre 2016

Maltempo o malgoverno?




“La persona intelligente è colei che, contemporaneamente, riesce a soddisfare se stesso e gli altri.
Lo stupido è, invece, colui che riesce, contemporaneamente, a danneggiare se stesso e gli altri.”
Carlo Maria Cipolla (storico) – 1922 - 2000

L’Italia è sotto scrosci d’acqua: per mia fortuna è intervenuto il mutamento climatico – del quale, in questa sede, non m’interessa indagare le cause – che ha contribuito, grazie al riempimento delle “riserve” sotterranee delle sorgenti (dovuto alla siccità estiva), a non aggravare la situazione.
L’acqua dolce rappresenta il 3% delle risorse idriche del pianeta alle quali, sottratta la quota imprigionata nei ghiacci artici, rimane un misero 1% (scarso), col quale dobbiamo bere, lavarci, irrigare, ecc.
Tanto per capirci, la media annua di precipitazioni, in Italia, è di circa 1300 mm di pioggia: quando, in un solo giorno, scendono dal cielo 200-300 mm d’acqua significa 20-30 centimetri. Immaginate uno “strato” d’acqua pari a una spanna e mezzo che, in brevissimo tempo, cali ovunque: chiaro che saltano i tombini. E’ una maledizione divina, certo, e l’uomo non può farci niente.
Davvero?

Ci sono tante emergenze in Italia: Emergency ci racconta che stanno aprendo ambulatori in Italia – anche per gli italiani – poiché c’è un’emergenza sanitaria che fa paura. I sindacati non fanno più chiasso, ma c’è un’emergenza, una disuguaglianza fra ricchezza e povertà che aumenta ogni anno. Il sistema scolastico sta letteralmente perdendo i pezzi, quello industriale sta riducendosi al lumicino...tutto è in grave sconforto.
Ebbene, gli interventi per il sistema idrogeologico italiano – se paragonati a quelli pre-2000 – sono stabili: zero erano e zero sono rimasti.

Chiedo il vostro conforto, che potrete darmi – ritengo – sulle cose visibili, quelle che si toccano con mano.
Viaggiate su strade ben delimitate da strisce, con la mezzeria ben indicata?
Notate spesso transenne dovute a frane o raramente?
Avete notizia di morti annegati o sotto frane raramente o di frequente?

Non mi dilungo: credo che abbiate capito.
Le cosiddette “emergenze da maltempo” non sono dovute alla pioggia: capitano perché l’unica cosa che viene in mente alla classe politica, quando piove, è d’aprire l’ombrello. Oppure telefonare, così vi mandano un’auto-blu per scarrozzarvi.
Eppure, i mezzi per proteggersi non si fermano all’ombrello: ce ne sono altri, ma costano e bisogna pensarci, non fare i festini a base di coca ed escort come sono abituati.

Passiamo in rassegna soltanto due mezzi, ce ne saranno altri, ma fermiamoci a due.

Il primo è un accorgimento tecnico.
Nel 1966, dopo la rovinosa alluvione di Firenze, qualcuno meditò di mettere in sicurezza la città medicea per sempre: fu progettato ed attuato l’invaso (o lago, o diga) di Bilancino, sul fiume Sieve (affluente dell’Arno) per limitare le piene di questo fiume che si riversavano in Arno, di conseguenza su Firenze (1). Ci vollero 30 anni per arrivarci, ma ci arrivarono e Firenze non ebbe più catastrofiche alluvioni: questo perché – probabilmente – l’invaso iniziò a funzionare ben prima.

Ho avuto un allievo che si è laureato in ingegneria idraulica: un giorno, incontrandolo casualmente, mi raccontò lo sconforto nel vedere le sua capacità sprecate. In parole povere, nessuno aveva bisogno di un ingegnere idraulico: la cosa non serviva.
Oggi, Novembre 2016, la “conta” dei danni causati, nel savonese, da un’alluvione nemmeno poi così catastrofica (non penso che verrà ricordata negli annali come tale) si è fermata a 100 milioni: 100 milioni non sono più la vincita al totocalcio, erano la bellezza di 2.000 miliardi di lire! Più avanti chiarirò questo strano paragone. Di quei 100 milioni ne arriveranno pochi, poiché dovranno subire il “salasso” di Governo, Regioni, ex Province e Comuni: se ne arriveranno 50 ci sarà da leccarsi i baffi.
Eppure, con 100 milioni di euro, si potrebbero pagare per un anno 5 ingeneri 100 geometri e diciamo...2.000 operai, ipotizzando una retribuzione (lorda) pari a 50.000 euro!
Cosa potrebbe fare questa immaginaria “azienda”? Far guadagnare alla collettività dei soldi, non solo cautelarsi dai danni ambientali.

Se l’esempio della diga di Bilancino vale, allora perché non ampliarlo a realtà più modeste del bacino dell’Arno?
I guai, spesso, provengono da piccoli torrenti i quali – improvvisamente – si danno arie di grandi fiumi e raggiungono portate eccezionali: in questo, c’entra il mutamento climatico, qualsiasi causa abbia, poiché in passato sono esistite le alluvioni, ma su grandi fiumi. Qui si tratta di fenomeni quasi tropicali, con tanto di “occhio del ciclone”, ben diversi dalle ondate di precipitazioni che scendono con andamento Est-Ovest, dall’Atlantico alla Francia, all’Italia e si concludono sui Balcani.
Le precipitazioni sono bizzarre, si scaricano ora qui ora là, improvvisamente: come fare? Guadagnando soldi, chiaro.

Sapete cosa può fare, oggi, la tecnologia? Fotografate il letto di un fiume, poi “ripassate” (in elettronico) il letto del fiume o torrente e delle sue sponde, mediante uno scanner ricavate la curva e quindi inviatela ad una macchina a controllo numerico la quale taglia ferro, acciaio, cemento, plastica o quel che più vi piace. Per la parte immersa misurate la profondità in alcuni punti della sezione: stiamo parlando di piccoli fiumi, o torrenti, ed avrete una sagoma perfetta (ovvio, aggiungete la parte immersa, per la profondità che ritenete congrua).
Avrete una sezione perfetta da inserire nel punto dove attuerete lo scavo e sistemerete la piccola diga: stiamo parlando di laghetti di 30-40 metri di lunghezza e di 6-10 metri di larghezza. Non più di 5 metri di profondità: ne esiste una del 1930 (circa) nei pressi della mia abitazione che ho visionato e che oggi è in disuso.
Le sezioni potrebbero essere costruite da un’azienda specializzata che ne sfornerebbe (volendo) decine la settimana: e il trasporto?
Camion? No, bisogna fare le strade, costa troppo.
Un dirigibile?

Lo Zeppelin NT, oggi, ha un carico massimo “pagante” di 1.900 Kg (2), ma non ci sono problemi, visto che ci sono prototipi come il Pelikan (2) che sollevano 66 tonnellate!
Non ho citato la Zeppelin a caso, perché la fine del “più leggero dell’aria” fu politica, non tecnica:

La Grande depressione e la salita al potere del Partito Nazista in Germania contribuirono entrambe al tramonto dei dirigibili per il trasporto di passeggeri. In particolare, Eckener (proprietario della Zeppelin dopo la morte di Ferdinand von Zeppelin N.d. A.)  e i nazisti avevano un'antipatia intensa e reciproca. La Zeppelin venne nazionalizzata dal governo tedesco a metà degli anni '30 e chiuse pochi anni dopo a seguito del disastro del LZ 129 Hindenburg, nel quale l'ammiraglia della Zeppelin prese fuoco in fase di atterraggio. (Wikipedia)

Più facile credere che i magnati dell’industria, che favorirono l’ascesa di Hitler al potere (Krupp, Thyssen, ecc), pretesero il “pagamento” della loro opera: non dimentichiamo che la lobby dell’aeroplano – ieri come oggi – ha sempre chiesto (ed ottenuto) di mandare all’aria i progetti di dirigibile, al punto che il Pelikan è stato realizzato grazie ad uno stanziamento federale di 35 milioni di $ degli USA, che hanno fatto prevalere le motivazioni d’interesse nazionale sul volere delle lobbies.

Bene: spostando tutto il cantiere con il mezzo aereo, quanti piccoli laghi si riescono ad installare? Non lo so, ma decine l’anno senz’altro.
Ah, dove si guadagna?
Accidenti dimenticavo...proprio accanto alla diga, un bel condotto con una turbina Francis: energia elettrica a costo zero, che in capo a 5-10 anni ripaga il tutto.

Questo, per molti, sembrerà un progetto fantascientifico: tranquilli, chi ci governa lo sa benissimo che è realizzabile, per questo mi daranno del matto. Ma sono abituato, da molti anni, a queste tirate d’orecchi...da quando domandavo perché non installassero generatori eolici sullo spartiacque appenninico: i Comuni ci sono arrivati da soli, ed oggi – chi ci ha creduto – raddoppia i mulini in pochi anni.
Già...ricordo il mio editore – Angelo Quattrocchi – il quale mi rispondeva: “Carlo, tu vedi troppo oltre, troppo lontano...la gente rischia di non capirti...”. E fu un grande editore e scrittore.

Il secondo provvedimento richiede molti più soldi ed un tantino di cervello: in tasca alla classe politica i primi abbondano, il secondo nemmeno esiste.

Mi rattrista molto quando osservo campi pianeggianti abbandonati: il primo anno sono ad erbacce che seccano nell’Inverno successivo...poi, il contadino compie un ultimo sforzo, le fa arare e pianta noci, pioppi o nocciole. Un modo come un altro per dire “Qualcuno se li godrà...” già, forse qualcuno fra mezzo secolo venderà i noci ad una segheria, ne ricaverà un gruzzoletto e si farà una vacanza, alle Canarie od in Madagascar.
Eppure, sono stato testimone – bambino – dell’abbandono dei terreni di collina/montagna : “Eh, se avessimo quei bei campi pianeggianti e diritti...con il trattore come si farebbe in fretta!”
Il trattore è arrivato, ma per un contadino che lo acquistava ce n’erano 9 che vendevano il cavallo al macellaio e chiudevano bottega: “Vado in fabbrica, niente più pensieri...”
Oggi, dove vai?

All’estero se si bravo, se sei capace a fare qualcosa...ma come fai ad imparare qualcosa se nessuno te lo insegna?
Restano i 110 lode, terminati però in 5-6 anni d’Università, non di più! Oppure i falegnami per slitte, che in Lapponia “tirano” sempre...
In qualche modo – o con la pensione dei padri, o con quattro voucher malandati lavorando più ore dell’orologio – li devi mantenere.

Gli agricoltori sono importanti per il regime delle acque, perché se sono presenti lungo i corsi dei torrenti, e poi dei fiumi, sono loro i primi “manutentori” della rete idrica. Helena Norberg-Hodge scrisse un libro dal titolo “Ispirarci al Passato per Progettare il Futuro”, dove spiegava come i contadini del Ladakh – parte indo-pakistana del Tibet – erano importanti per il regime delle acque.
In ogni villaggio, c’erano quattro tipi di ruscelli: quelli per bere, per lavare, per irrigare e, infine, per quelle che noi chiamiamo “acque nere”. In questo modo, le piene erano controllate sin dall’inizio, in montagna, ed i torrenti si riempivano più lentamente, non dando luogo a “ondate di piena” catastrofiche.
Osservate, oggi, l’Italia: come ho ricordato in altri articoli, il tasso di sostituzione degli agricoltori, in Italia, è di 8:1, ossi un giovane per 8 vecchi, mentre in Francia e Germania è di 1:1. Chi sorveglia ed agisce più sui corsi d’acqua?
Cosa ha causato il tracollo?

Due fenomeni: uno di matrice storico-culturale e l’altro d’origine economica.
Quello culturale affonda nelle nostre radici da prima dell’Unificazione: agricoltore, poi contadino, quindi campagnolo, colono, rustico, villano, bifolco...(Rusticani non sunt cives...)
Dall’Unificazione in poi – ne parla Indro Montanelli nella sua Storia d’Italia – mai si è riusciti a condurre gli agricoltori ad un livello sociale più elevato (pur esistendo contadini ricchi!) perché esserlo rappresenta un marchio indelebile, un sinonimo di grettezza ed ignoranza. I nostri giovani, ne sono tuttora intrisi.
Per questa ragione osserviamo i figli degli agricoltori che studiano e diventano medici, avvocati, ecc: nessuno vuole avere quel marchio sulla pelle, non c’è dignità per chi lavora i campi, e lavorare un orto è mestiere da pensionati.

La seconda ragione è economica.
Il Fascismo fu prodigo di provvedimenti e fondi per l’agricoltura, ma anche i successivi governi democristiani non trascurarono il settore: grazie alle associazioni di categoria (Confagricoltura, ecc) e ad appositi stanziamenti per la meccanizzazione, l’allevamento, l’acquisto di terreni, ecc. si riuscì a parare il colpo della veloce industrializzazione ed a mantenere in attivo i campi.
Ma il Ministero dell’Agricoltura fu addirittura abolito (referendum) per volontà dei radical-chic , ossia gli idioti radicali italiani.
Rinacque sotto nuove spoglie ma, oggi, vale di più un Ministero per le Pari Opportunità che quello – che dovrebbe essere più importante: se non altro per la ragione che se non coltivi, o importi, o non mangi – delle Risorse Agricole e Forestali.
Il motivo, però, è ancora un altro. Osservate il grafico (3):



Rappresenta l’inflazione italiana dal 1957 al 2015. Una serie di picchi intorno agli anni 70-80, con lenta discesa: quest’anno, per la prima volta, andremo in inflazione negativa, per ora i dati mostrano un -0,19. Il che significa, con i prezzi in ribasso, che il prossimo anno con gli stessi soldi comprerò più merci. E chi spende più!
Dalla fine degli anni Sessanta agli anni Ottanta la Banca d’Italia stampava banconote con le quali pagava i lavori pubblici e sovvenzionava, fra gli altri, anche l’Agricoltura. I grossi trattori che osservate in giro, sono quasi tutti figli di quella stagione, quando te li finanziava quasi completamente il Ministero.
Ma, nel 1992, la Banca d’Italia fu – di fatto – privatizzata e sottratta alla parte politica la quale – ad onor del vero – non ottenne un gran successo in quegli anni: nel 1976, un bene che costava 100.000 lire a Gennaio, al 31 Dicembre ne costava 120.000!

Oggi siamo giunti in prossimità dello zero, che significa deflazione, ossia “congelamento” della spesa privata, posticipazione degli acquisti, la quale innesca la spirale negativa verso la recessione. E’ un momento importante della nostra Storia, al quale mai siamo giunti.
L’inflazione però, se contenuta, dovrebbe indicare il tasso di sviluppo di una società: vuol dire più denaro perché la società produce di più. Cosa indica un’inflazione negativa?
Vuol dire che un governo (qualsiasi) non può finanziare progetti di sviluppo – oggi nemmeno più la manutenzione dell’esistente – ed i soldi che circolano diminuiscono. Meno soldi, meno sviluppo, meno sviluppo e meno soldi in circolazione...insomma, un cane che si morde la coda. E’ il capitalismo, baby...su...non lagnarti troppo.

Il maltempo di questi giorni ci fa pensare che – uno stato coraggioso – farebbe girare le rotative della Zecca per fornire denaro: ci vorrebbe, però, un poco d’attenzione su cosa puntare.
Se s’investisse in agricoltura – mutui a tasso zero, finanziamenti a fondo perso, prelievo (senza intaccare la proprietà di fatto) di fondi non coltivati, ecc – la produzione agricola aumenterebbe e potrebbe fornire un “volano” per far ripartire l’economia.
Così come finanziare i progetti, congiunti, di salvaguardia del territorio e di produzione d’energia...

Già...ma la Banca d’Italia non è più tale: è solo una filiazione, un settore della BCE di Francoforte...qui è il problema europeo, che non si risolve politicamente ai vertici – poiché il ricco non cederà mai un centesimo al povero – e, dunque, dobbiamo cambiare classe politica. Altrimenti, continueremo ad affogare ogni anno nella melma dei fiumi ed a vedere i frutti del nostro lavoro portati via dall’acqua.
In fin dei conti, si tratta solo di cambiare classe politica: il referendum è il primo scalino, forza.

20 novembre 2016

Se Renzi volesse...o potesse, o sapesse...

Il nuovo palazzo della Regione Lombardia a Milano

Se Renzi non fosse un burattino nelle mani del potere finanziario e delle burocrazie europee, non si sarebbe mai sognato di progettare una riforma costituzionale: avrebbe continuato a giocherellare con la sua immagine, con l'album delle sue figurine. Invece, gliel'hanno ordinato, e lui obbedisce.  Penso che nemmeno questa volta la riforma passerà – a meno di clamorosi brogli: hanno assoldato legioni di scrutatori “embedded” – poiché il popolo italiano è stanco e sfiduciato, e non è scorretto “vendicarsi” sul referendum, poiché quando le leggi elettorali sono delle truffe incostituzionali, si combatte come si può, anche a suon di sberleffi (pensate cos’hanno fatto gli americani ad Hillary!).

Eppure, una riforma del Parlamento e delle amministrazioni periferiche sarebbe necessaria: siamo certi che, se il popolo  avvertisse davvero che si tratta di una consultazione (e non di un voto basato su ricatti e frustate, come al solito) risponderebbe diversamente, poiché gli italiani – almeno in larga parte – non sono degli stupidi. Proviamoci va, tanto siamo certi che non ci ascolteranno mai, ma qualcuno che ascolta ci sarà, ed a noi basta.

Gli scopi di una vera riforma devono essere due: risparmi sui costi inutili ed una maggior efficienza verso i cittadini, cosa fattibilissima e, proprio nello spirito del dibattito democratico che Renzi non attua, il quadro che seguirà spero che servirà come base di discussioni, ovviamente motivate.

Il Parlamento

Fino al 1990 (circa) il sistema era bloccato dalla Guerra Fredda e dalla divisione in blocchi: Camera e Senato erano delle fotocopie, e dunque il sistema reggeva, anche se era inutilmente duplicato. Oggi, siamo al parossismo: per composizione, sono quasi due diversi parlamenti e ciò deriva da leggi elettorali sconsiderate. In questo quadro spadroneggiò un Presidente-padrone – Napolitano – ed oggi regge solo per la presenza del muto Mattarella: la “riforma” l’hanno già attuata e il Parlamento non conta più niente, il vero potere è del governo, grazie all’uso sconsiderato del decreto-legge.
Non servono due Camere, né serve creare una camera dedicata alle amministrazioni locali, poiché – inevitabilmente – entrerebbe in conflitto con la camera “nazionale”.
Piuttosto, serve una Camera che lavori e, per lavorare bene, ha bisogno del costruttivo apporto della Corte Costituzionale e di un Presidente dotato di parola: doppia lettura per ogni legge, inframmezzata da un'analisi dei costituzionalisti – per evitare di avere parlamenti e leggi incostituzionali, come oggi avviene – quindi recepire, nella seconda lettura, i “paletti” costituzionali e valutare anche le note a margine, non obbligatorie. In circa sei mesi una legge sarebbe pronta: una buona legge, che non sarebbe necessario emendare il giorno dopo, soprattutto se si tornasse a legiferare per comparti omogenei, non inserendo un comma sugli allevamenti di mucche da latte nella riforma dell'esame di maturità.
Sui numeri e sugli eletti del Parlamento, torneremo dopo.

Le Regioni

Fino al 1980 circa, le Regioni non esistevano: inserite nel 1970, solo dopo un decennio iniziarono a far sentire il loro peso. Quasi sempre funesto.
Proprio ieri sera parlavo con un funzionario regionale, il quale mi confessava che le Regioni – pur dovendo amministrare vasti territori – sono schiave di una incommensurabile forza centripeta. Se il 100% vige a Milano, a Brescia è soltanto più un 50%, mentre in Valcamonica quasi si perdono le opportunità, le notizie...pur vivendo nel Web 3.0. Inutile: ogni livello cerca d'ottenere qualcosa per sé, per la propria parte politica o affaristica (spesso multi-partitica) ma, soprattutto, sul proprio territorio. Ovvio che il territorio dove sorge il capoluogo è il più avvantaggiato: ne abbiamo visto i frutti, in termine di malaffare, sotto tutti i cieli.
Sinceramente, non riesco a trovare un solo vantaggio, una sola opportunità in più offerta dalle Regioni, anche se tutte fossero equiparate a quelle autonome. E’ il sistema che non funziona: le Regioni hanno canali diretti con l’UE e li adoperano per dirottare fondi destinati verso l’occupazione e la piccola impresa verso i vari carrozzoni controllati dalla politica. In questo senso, sono un vero e proprio danno: l’unica soluzione è gettare via il bambino insieme all’acqua sporca, senza ripensamenti.

Le Province

Siamo giunti al parossismo: dopo avere strombazzato ai quattro venti l’eliminazione delle Province, nel 2016 si sono tenute – lo dico per coloro che non se ne sono accorti – le Elezioni Provinciali. Elezioni di “Secondo livello”, le chiamano, ovverosia i sindaci ed i consiglieri comunali votano una sorta di Presidente della Provincia con gli assessori – senza emolumenti, per carità! (e i gettoni di presenza? A quanto ammontano?) – i quali avranno il compito...di gestire l’azzeramento delle Province! Per quando? Non si sa: immaginiamo non prima del 2050...
Se volete, leggete il mio ultimo articolo e capirete che razza di sordida cloaca siano diventate le amministrazioni provinciali “rinate”: non per questo, però, l’impianto napoleonico è da buttare.
Per come stanno le cose oggi, però, c’è da buttare il bambino, l’acqua del bagnetto e spaccare pure la vaschetta.

I Comuni

Non so da quanto tempo non vi recate in Comune: non un grande Comune, cittadine di qualche migliaio d’abitanti o poco più. Un tempo, c’erano un paio d’impiegati all’anagrafe, il vigile od il messo, un’impiegata all’amministrazione, il geometra, il segretario o poco più. Osservate oggi.
Decine e decine di persone che volteggiano, girano, salgono e scendono scale, cercano qualcuno, telefonano, fotocopiano, consultano, lavorano al computer...ma cosa fanno?
Il lavoro glielo trovano – sicuro – con tutto l’ambaradan di nuove leggi e leggine che mutano ogni mese...ma...a cosa serve tutto quello sciame di api operaie ronzanti?
In fin dei conti, e mi dispiace dirlo per chi crede di svolgere un’attività socialmente utile, servono a mantenere una base elettorale sicura, tramite il favore, la raccomandazione, il posto sicuro. Per questa ragione i Comuni hanno piante organiche sempre più ampie.

In Italia, ci sono quasi 10.000 comuni. Una decina sono città di rango internazionale, altre duecento circa hanno importanza nazionale poiché sedi d’industrie, città d’arte, snodi ferroviari, porti, località turistiche, ecc.
Circa 9.000 Comuni sono, in gran maggioranza, borghi agricoli dove l’agricoltura sta morendo per mancanza...d’agricoltori! A differenza della Francia e della Germania – che hanno pressappoco un agricoltore sotto i 35 anni contro un altro 65enne, un rapporto di sostituzione di 1:1 – in Italia il rapporto è di 8:1, ossia 8 vecchi per un giovane.
Inutile ricordare che, ogni anno che passa, si riducono le superfici coltivate ed i boschi avanzano, inesorabili: ciò è dovuto, principalmente, alla mancanza d’idee, poiché le idee fanno impresa, generano ricchezza. E, non dimentichiamo, la ricchezza – sia essa legno o grano, oro o pirite – si trova nel territorio, non in piazza Navona.

L’ampiezza di un Comune non supera le decine di chilometri quadri: estrema frammentazione del territorio (per ragioni storiche), fra i più densamente popolati del pianeta. Oltre il confine, segnato a volte da un fiume, altre da un semplice cartello affisso nella pianura c’è un altro Comune, magari differente per Storia e monumenti, ma identico per territorio, per bisogni, per possibilità.
Il Comune, oggi, non ha fondi da destinare a nulla, se non alla propria sopravvivenza: le frane richiedono anni di lavoro, perché bisogna aspettare che la Regione stanzi, che la Provincia approvi...e così via. E le transenne restano, perché i fondi devono andare al sostegno elettorale, che gli frega a loro se noi bestemmiamo, fermi al semaforo della frana.

Un tentativo di riunire più Comuni, per lo più accanto ad aree urbane, fu portato a termine durante il Fascismo, ma non in molte realtà: l’esempio genovese è forse il più “classico” come esempio, laddove i comuni di Voltri, Pegli, Sestri, Pra, Nervi...eccetera...divennero la “grande” Genova.
Nessuno, però, ha mai immaginato di riunire più Comuni distanti da una città in realtà amministrative autonome, realtà omogenee per territorio ed attività economiche: un’intera vallata, ad esempio, oppure una porzione di pianura fra due fiumi. Cosa porterebbe?

Quanto costano oggi

Ogni lavoratore o pensionato paga, annualmente, circa 700 euro per le amministrazioni locali (Regioni e Comuni): siccome gli occupati sono 22 milioni 498 mila ed i pensionati 15,8 milioni (fonte: ISTAT), paghiamo per queste istituzioni circa 26 miliardi l’anno. Cifre da legge Finanziaria: tanto per fare un paragone, il governo Renzi ha stanziato, quest’anno, 7 miliardi per le pensioni, che è uno dei maggiori stanziamenti dell’attuale legge. Ma non finisce qui.
Mancano le Province, che si approvvigionano tramite una quota sulle assicurazioni auto più le onnipresenti multe, diventate un vero cespite anche per i Comuni: ci sono Comuni che inseriscono nel bilancio di previsione la quota percentuale di quanto dovranno aumentare nell’anno successivo! Il “crimine” previsto, quantificato e tollerato.
Bolli, tasse, addizionali, TARES, TARSU, TOSAP...è difficilissimo stimare quanto costano queste amministrazioni, poiché – ad esempio – in quello delle Regioni c’è da conteggiare la Sanità, in quello delle (ex?) Province gli interventi di manutenzione delle scuole...qualcuno ipotizza addirittura un costo totale di 90 miliardi l’anno...ma non ci sono cifre certe...è proprio necessario?

Premetto che le ipotesi che seguiranno sono pensate per l’attuale situazione, vale a dire la presenza dell’UE anche se, personalmente, credo che uscire dall’Europa e dall’Euro sarebbe la prima e più necessaria medicina: non perché un impianto europeo sia disdicevole, ma nelle mani di questa gente – e per come è stato pensato e realizzato – è una vera iattura.

Ipotesi di discussione

Accorpando in gruppi di 15-20 Comuni i circa 9.000 piccoli comuni italiani, si otterrebbero 450-600 unità territoriali – Comunità, Distretti, Comprensori, Dipartimenti, mini-province...chiamateli come desiderate – le quali avrebbero a disposizione (osservando le attuali piante organiche) almeno 100-200 dipendenti fra impiegati, operai, vigili, ecc, quali sarebbero i vantaggi?
Venti cantonieri che spingono una carriola raggiungono gli stessi obiettivi di venti cantonieri – provvisti dei necessari macchinari – che riparano una frana? Od una perdita d’acqua? Oppure tagliano alberi caduti? Lo stesso dicasi per gli impiegati, i vigili, ecc: si potrebbero ottenere non dei risparmi di scala, bensì dei vantaggi di scala. Senza dimenticare che, per gli aspetti amministrativi, già oggi (vedi Germania) è possibile inviare e ricevere documenti via Internet, comodamente da casa.

Ogni Comunità avrebbe un Consiglio ed un Presidente, ed eleggerebbe un parlamentare ogni cinque anni: una sola giornata elettorale ogni 5 anni, fine delle elezioni ogni anno. Se ci pensate, la pratica delle elezioni “frazionate” è soltanto una necessità degli attuali partiti: quella di controllare continuamente i rapporti di forza. I costi delle elezioni? E che gliene importa a loro?
Nei vecchi Comuni rimarrebbero un modesto ufficio per le pratiche più comuni: anagrafe e poco altro e le Pro Loco, organismi nati dal basso dove si creano, con la sperimentazione per la valorizzazione del territorio, i futuri amministratori e politici.
I comuni di “cintura” alle grandi città diventerebbero quartieri della città stessa, ovviamente.

Ogni Comunità dovrebbe essere dotata di una piccola astanteria (10-15 posti letto) per le emergenze, mentre la Sanità “maggiore” – i grandi ospedali – tornerebbero sotto lo Stato: riflettiamo che, prima della riforma, mantenevamo un Poggiolini (l’ispettore dei farmaci con i lingotti d’oro sotto il divano), oggi ne manteniamo venti, uno per Regione.
Inserendo come capoluogo la cittadina più grande e popolosa, le scuole già ci sarebbero: sarebbe poi compito delle amministrazioni occuparsi di completare gli iter formativi, secondo le esigenze.
Molto importante creare una giustizia locale per il “piccolo cabotaggio”: incidenti di varia natura, piccoli furti, sfratti, separazioni, confini, ecc. lasciando i compiti più difficili, le inchieste ecc. nelle mani dei giudici nei grandi tribunali: tornerebbe, rivisitata, la figura del pretore, giudice monocratico e, nella nuova riforma, unico grado di giudizio (al massimo, un ricorso ad un altro pretore). La giustizia spicciola, grosso modo, funziona così in Gran Bretagna.

Dal punto di vista fiscale, sarebbe necessario un ribaltamento delle attuali prassi: stabiliti i costi generali dello Stato (ossia Difesa, Giustizia, Sanità, Scuola) – anno per anno, e dando potere esecutivo alla Corte dei Conti di limitare gli “incrementi” – tutte le altre entrate rimarrebbero alla Comunità.
In questo modo, le Comunità avrebbero fondi propri per gli investimenti sul territorio, oppure potrebbero optare per un ridimensionamento del prelevo fiscale.
Le grandi città, all’opposto, vedrebbero frazionata la loro gestione: pur mantenendo un Consiglio Comunale (per il controllo e la supervisione generale), il vero potere (ossia i soldi) andrebbero nelle mani delle Circoscrizioni, ovvero dei quartieri, in base alla popolazione residente. In questo modo, non ci sarebbero più quartieri poco popolati che fanno la parte del leone e quartieri-dormitorio che si dividono le briciole.
Anche in questo caso, vigerebbe il federalismo fiscale sopra esposto, mentre tutte le leggi elettorali sarebbero proporzionali, senza nessun premio di maggioranza e con uno sbarramento al 3%.

Il nuovo Parlamento

Il Parlamento, rimasto unica camera di rappresentanza, dovrebbe lavorare, e parecchio. Una settimana lavorativa di cinque giorni (Lunedì-Venerdì), non come oggi (Martedì-Giovedì): per contrappeso, la quarta settimana del mese rimarrebbe chiuso, cosicché i parlamentari possano tornare nei collegi ed ascoltare le novità, le richieste, i bisogni...partecipando, in veste d’uditori, alle riunioni del Consiglio di Comunità.
Oltre al referendum abrogativo – senza quorum (c’è forse un quorum per le elezioni?) – sarebbe necessario il referendum propositivo: 500.000 firme, ma un anno di tempo per raccoglierle, ed il parlamento sarebbe obbligato ad esaminarlo subito, non infilarlo nel cassetto “ricordi e depositi” come fanno per le leggi d’iniziativa popolare.
Sarebbero da riformare anche i regolamenti parlamentari, l’abuso del decreto-legge nella formazione delle leggi e molto sulla Giustizia, ma sono argomenti che esulano da questa trattazione.

Conclusioni

A qualcuno sembrerà l’uovo di Colombo, ad altri un sistema irrealizzabile, ad altri ancora una schifezza: provate a ragionare, io propongo un sistema che dimezza i costi centrali e sopprime due amministrazioni locali su tre. Quanto il risparmio? Non so darvi una cifra certa, ma valutabile nell’ordine delle decine – forse centinaia – di miliardi l’anno.
Ed una maggior efficienza, di questo sono sicuro. Perché?

Poiché le cose, nelle amministrazioni locali, non vanno come (forse) pensate: ossia, l’assessore comunale all’ambiente si reca dall’assessore provinciale, il quale telefona all’assessore regionale e combina un incontro col ministro dell’Ambiente. Manco per idea.
L’assessore comunale all’Ambiente va da suo cugino, l’assessore provinciale ai Trasporti, il quale contatta il suo ex compagno di scuola, che è assessore regionale alla Sanità. L’idea, se buona – ossia se rende dei soldi – viene portata avanti calcolando da subito la divisione del malloppo, magari se si riesce a fare a meno del ministro anche meglio, perché quello non lo liquidi con due spiccioli.

Idee come quella delle “macro-regioni” – ricordando il sen. Miglio – sono inutili: anzi, complicano le cose. La gerarchia, soprattutto oggi, con la velocità dell’informazione, è un inutile orpello: è un retaggio del nostro modo di pensare, un ricordo al quale siamo legati.
Nella suddivisione dei fondi europei, la Spagna ed il Portogallo si presero (anni ’80-90) anche la parte che l’Italia non riusciva a spendere, perché l’Italia convogliava i fondi nella “catena” amministrativa, gli iberici avevano uffici centrali. Fu un caso (forse ancora abituati a stati fortemente centralizzati?) che li favorì, mentre l’Italia perse tutte le occasioni nelle quali i nostri ladri di polli non riuscivano a trovare un accordo per la spartizione. I famosi capannoni abbandonati, ricordate?

Non vi è nulla di più diretto e senza intoppi che un ufficio – corrispondente alla commissione parlamentare – il quale riceve dei piani d’intervento, richieste di fondi (motivate) e quant’altro: devono solo lavorare, di certo non andare ai talk-show.
Per evitare il noto fenomeno del “approvo per la maggioranza, respingo per l’opposizione”, tutti i provvedimenti di spesa per le amministrazioni locali sarebbero racchiusi in una, unica legge di spesa: una a trimestre, ad esempio, cosicché si approverebbe o si respingerebbe in blocco. In commissione è più facile accordarsi (in un parlamento che funzioni, si fissano delle regole e ci si attiene ad esse), mentre in aula bloccare è facilissimo.
Inoltre, per la corruzione, vi sarebbero solo due livelli da controllare: più facile da vigilare, meno complesso: in fin dei conti, lo stato napoleonico era molto simile, e Napoleone era una persona di un’intelligenza straordinaria. I francesi, per due secoli, non sono riusciti a demolire l’impianto napoleonico: comunque, oggi, les voleurs de poulets français ci stanno riuscendo, anche loro stanno per aggiungere il livello regionale.

Vorrei solo far notare la differenza fra un impianto federalista e la mia ipotesi: qui si tratta di tornare a dei valori e dei comportamenti che la Lega ha sempre strombazzato, ma ai quali non ha mai creduto. Basta riflette sulle “grandi verità” sbraitate a Pontida e la misera fine di Bossi, che regnava su un partito nel quale i parlamentari “romano-acquisiti” (“Roma Ladrona”: i romani non si offendano) si spartivano mazzette a iosa. Quelli buoni, dalla Lega se ne andarono già prima del 2000.
Ossia, non si tratta di costruire un impianto gerarchico “locale” bensì di spazzarlo via: un filo diretto, al posto di una sequela di “prolunghe” macilente e poco sicure. Di certo, la politica nelle Comunità dovrebbe essere di alto livello, perché è lì che si faranno le scelte politiche importanti: non la “giornata della fertilità”, ma come dare un assegno sicuro alle future madri e la certezza di ritrovare il proprio lavoro dopo il parto, indipendentemente da razza, religione, condizione sociale e moralità. Così recita la nostra Costituzione.
Dovrebbero, inoltre, essere aboliti tutti i finanziamenti ai media – Tg, giornali, ecc – cosicché la stampa diventerebbe – finalmente – libera (e responsabile): non ci sarebbero più i Renzi in Tv dall’alba al tramonto né gli “editti bulgari”.

Già conosco le vostre obiezioni: se non sono onesti...certo, lo so anch’io...se non si riforma la moneta...sicuro...se c’è l’Europa di mezzo non c’è niente da fare...ma certo...e allora? Che facciamo? Avete una katana per fare karakiri tutti? Altrimenti vi presto la mia: se volete passarvela...scherzo, ovviamente.
Facciamo circolare delle idee, non possiamo fare altro – per ora – però un terzo dell’attuale parlamento è costituito da neofiti, gente che reputo onesta (forse esperta e capace un po’ meno, ma non importa) con una direzione politica un poco arruffona (più facile dal palcoscenico, vero Beppe? Ti capisco...) ma, tutto sommato, è una nuova realtà che appare...non sappiamo ancora come andrà a finire. Magari il bicchiere è mezzo pieno e non ce ne accorgiamo.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma non voglio abusare della pazienza di chi mi ha seguito fin qui: andiamo a buttare in faccia al ragazzino di Rignano la sua pasticciata e clientelare “riforma” con un NO, senza ripensamenti e paure di buttare “un’occasione”. Questa riforma non è nulla: è fuffa, è truffaldina, aumenta le spese invece di diminuirle.
Grazie per la vostra attenzione.

15 novembre 2016

Ma se un tornado se li portasse via tutti?



 
Consilieri non civiles
semper erunt et sunt viles.
Consilieri sunt fallaces
sunt immundi, sunt mendaces.


Bello prendere delle multe, anche per 51 km orari! Non è mia intenzione tediarvi, ma darvi notizia di una inaccettabile protervia, che nasce dall’eliminazione delle Province e dalla loro “restaurazione” a furor...di politici trombati!
Ossia, ci hanno detto che eliminavano le Province: ecco un immaginario dialogo, che sarà veramente esistito da qualche parte, nessuno sa quale...forse nell’ufficio privato del gelataio di Rignano? Forse.

Dio che noia...andare a spulciare, competenza per competenza, i loro doveri per addossarli ai due livelli attigui, ossia le Regioni ed i Comuni...che noia, ma si può inventarsi un mestiere più noioso?
Allora, sentite: raccontiamo che le abbiamo eliminate, poi le ripristiniamo sotto mentite spoglie...
Scusi, ma come si fa per le elezioni? I cittadini, quando vanno a votare, capiscono che ci sono ancora...
Giusto, allora non li mandiamo a votare...
Eh, ma come?!?
Mandiamo a votare solo i consigli comunali delle Province interessate...
Ma come?!? Si eleggeranno fra di loro?
Le chiameremo “Elezioni di secondo livello”.
Ma la gente dirà che la Casta elegge la Casta...
Basta non dirglielo: nessun Tg, nessun giornale...li paghiamo o no?
Beh, mi sembra grossa...
Ma è la stessa cosa che abbiamo inserito nella riforma della Costituzione...anticipiamo soltanto...ci pensa a quante poltrone liberiamo per gli amici, i parenti, i colleghi di partito...
Ci saranno delle proteste...
Se non lo diciamo, se le elezioni le faremo in Estate, non succederà nulla...e poi...che protestino, il mugugno è libero...chissenefrega...

Lo so che, per qualcuno di voi, la cosa sembrerà pazzesca – e con forti sospetti d’incostituzionalità per l’art. 48 – ma le cose sono andate proprio così!
Zitti zitti, hanno chiamato le Province “Enti di area vasta”, oppure “Enti di secondo livello” (potevano avere più fantasia...): così, nero su bianco – la legge è del Settembre 2014 – continueremo a pagare 2.500 fancazzisti che scalderanno le poltrone delle ex Province italiane.
Qual è il loro compito? Non si sa, non si capisce. Alcuni affermano “gestire la soppressione delle Province” – e salta subito agli occhi l’immagine di un novello Caronte, che traghetta le anime dei politici trombati di là dello Stige – ma così non è, poiché le Province sono tornate a nuova vita grazie alla legge (voluta fortemente dal buon Del Rio) che le fa diventare un’altra cosa. Una cosa che non si capisce cos’è, ma...volete proprio capire tutto?!? E dai, accontentatevi...

Siamo veramente al parossismo, abbiamo superato Kafka di un buon miglio e stiamo per doppiare Bokassa e tutta la squadra di politici/marionetta del terzo e quarto mondo: i nostri – parrebbe uno scherzo – pretendono pure di riformare una Costituzione (qualcuno l’avrà letta?) e di farci esprimere, seriamente, un voto su di essa! L’unica cosa che ci parrebbe d’esprimere è una risata in faccia, per non giungere a parole scurrili.

Dando uno sguardo qui e là, mi sono accorto che la nuova Presidente della Provincia di Savona (va beh, ente di “grande area”... ah, ah, ah...), Monica Giuliano, è una signora di 35 anni, di bell’aspetto e di seri studi: il prototipo del politico pilotato, del grande PD, ovvio.
Così, la signora nel 2014 viene eletta Presidente della Provincia: cosa faceva prima? Il sindaco. Di una cittadina che si chiama Vado Ligure e nella quale – proprio in mezzo alle case – sorge la grande centrale a carbone chiamata Tirreno Power: roba di ENEL, di De Benedetti, in parte francese per la presenza di Suez...evviva! I magistrati indagano su circa 1.300 morti che, definire sospette, è un eufemismo di maniera.

Passa un anno, ed i magistrati comunicano il nome degli indagati: manco a farlo apposta c’è anche Monica Giuliano! Come ex sindaco: abuso d’atti d’ufficio. Insieme a lei, tutta la cricca del PD ligure, con in testa Burlando: i reati sono robetta da poco, suvvia...come disastro ambientale colposo aggravato, disastro sanitario colposo aggravato, abuso d’ufficio, disastro colposo aggravato e omicidio colposo plurimo. Allegria!
Non sono a conoscenza di come stanno andando le indagini, ma di una cosa sono sicuro: nessuno di questi bei tipi sconterà mai un solo giorno di galera!

Il tempo, però, vira al brutto per Monica Giuliano: il bilancio della Provincia è in forse, il deficit incombe, il borsellino è vuoto. Bisogna riempirlo. Come fare? Già...pensa la Presidente...hanno salvato l’istituzione provinciale, ma i soldi dove sono finiti? Ho capito, sì, va bene: arrangiatevi!
I consiglieri si consultano, le presidente presiede...mumble, mumble...poi, finalmente, ad un consigliere viene l’idea buona, la felice illuminazione che tutti accontenta. Dai, stappa, che l’abbiamo trovata!

Ricordo che, da qualche parte lassù...sui monti, in mezzo a quattro case passa una strada provinciale e fu installato un rilevatore di velocità...adesso è mezzo rotto, a volte rilevava anche la velocità del treno, che corre accanto, e minacciava di togliere tot punti alla patente...del macchinista! Risata generale.
Basta installare un vero autovelox – senza dire niente, mi raccomando, che resti tutto com’era – ed avremo a disposizione il mezzo per “sanare” il bilancio!
Silenzio.

Si può fare – avrà commentato la presidente – si può fare...preparatemi una bozza...
E’ andata così, signora Giuliano? Non so, ma pressappoco sì, lo ammetta.

Certo, lei non immaginava una simile “vendemmia”...lo ammetta: 20.000 contravvenzioni – lo credo bene, iniziando a multare dai 56 km orari! Nessuno ha un tachimetro così preciso sull’auto – per un gettito (notizie di stampa) di 1 milione di euro fino ad ora...lo sa?
Ma saranno molti di più. Peccato che segneranno la fine della sua carriera politica: l’Italia non se ne accorgerà nemmeno, stia sicura.

Perché lei è solo l’epigone di una trista compagnia: quella dei sindaci che ritengono d’avere il diritto di salassare gli italiani a forza di multe. Le interessa la sicurezza stradale?
Chi le garantisce che, fra i tanti che passano, non ce ne sia uno che vuole provare la sua auto nuova e che corra a 120, 130 l’ora...io le vedo spesso le Ferrari in autostrada: mi sorpassano a velocità pazzesche.
Come agisce chi effettivamente vuole, chi veramente desidera imporre la sicurezza stradale?
Installa dei dossi artificiali, come fanno in molto Comuni: solo che li installano nelle vie centrali, oppure in luoghi significativi come ospedali, scuole...mica li vanno a piazzare fra quattro case in cima all’Appennino!

Forse, a lei la sicurezza importava poco – lo ammetta – al punto da dichiarare:
Abbiamo indicato cifre e incassi precisi nel bilancio: è una parte significativa del bilancio della Provincia...” oppure “Le multe non si toccano!” (sue dichiarazioni alla stampa locale).

Non si meravigli di ciò: il sindaco di Verona – Flavio Tosi – nel 2014, per il bilancio 2015, approvò un aumento del 30% di gettito dal settore contravvenzioni. Il “crimine” accarezzato, coccolato, cercato...pur di lucrare. Peccato che abbiate fatto le cose male: senza indicazioni precise, quel autovelox è illegale.

Si rende conto che, statisticamente, in una vallata che pochi conoscono come l’alta val Bormida, lei – per numero di abitanti – ha multato ogni persona in grado di condurre un’automobile? Oppure un terzo della città di Savona?!?

Ha avvertito il suo capoccia, quello di Rignano, della faccenda? Non si preoccupi, ci pensiamo noi...cosa le dirà? Poveraccio: corre da una parte all’altra dell’Italia per racimolare qualche voto per il Sì al referendum...ha addirittura leccato i mammasantissima con la storia del Ponte...lei non immagina come voteranno i multati? Se non lo ha capito, lei non riuscirà mai a comprendere perché Hillary Clinton sia stata silurata dagli elettori, perché abbiano votato un idiota al posto della buona, brava, capace, politically correct...Hillary Clinton. Hanno semplicemente compreso che l’avrebbero messa lì per rapinarli, trombarli, farne carne da cannone per le banche.
Lei, non è molto diversa.

Si rende conto del guaio combinato? Riesce a comprendere che le famiglie della “sua” provincia lottano contro la povertà, da quelli come lei imposta, con TASI, IMU, TOSAP e tutte le cazzate che v’inventate? Lo sa che, io solo, verso dalla pensione più di 600 euro l’anno per mantenervi?
Che i nostri figli – grazie alla bella trovata dei voucher – lavorano per 3 euro l’ora? Ragazzi – magari laureati come lei, ma senza il calcinculo in politica – fanno i magazzinieri, con contratto a termine, alla Conad, alla Coop, al Lidl...oppure lavorano, medesime condizioni, in cantiere od in fabbrica? Riesce a capire che, per mettere a posto il suo bilancio – quello di un ente abolito! – per una disattenzione porta via a questi ragazzi un quinto, o più, del loro reddito mensile?

No, lei non meriterebbe nemmeno d’essere citata, considerata, sentita.
Le auguro solo che la sentano – e la sentano bene – i magistrati dell’inchiesta “Tirreno Power”, dove avete svenduto la pelle dei cittadini – 1300 morti – all’ENEL, e dove lei ha cercato di “coprire” qualcuno cancellando una delibera! Mica un abuso d’ufficio da poco!

Ho ricordi lontani dello strapotere del Comune di Vado Ligure, che riceveva montagne di soldi dall’ENEL – m’informava un medico democristiano, consigliere d’opposizione al quale, per la sua attività epidemiologica, faceste passare una notte in guardina per una svista amministrativa di pochissimo conto (un certificato medico di malattia!), era il 1985, o giù di lì – e mi raccontò della vostra protervia, del vostro stalinismo, del vostro sposare, sempre, gli interessi di una grande azienda energetica, ingannando i lavoratori con le bandiere rosse ed i festival dell’Unità. Che Dio vi stramaledica, per il male fatto all’Italia.

Vi chiedete chi io sia? Ma domandatelo ai vostri galoppini che bussano, ogni tanto, alla mia porta – oh, Carlo, tu che sai scrivere così bene...perché non vieni con noi... – mai e poi mai, signora Giuliano, perché i miei riferimenti ideologici sono lontani, riposano fra Cavallotti e Bertani (Agostino), fra Gramsci e Bordiga, non oltre. Oltre ci siete voi, oltre c’è il buio.
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Per chi desiderasse opporsi, sotto c’è un fac simile di ricorso.

Ricorso avverso atti presi dall’amministrazione provinciale di Savona

Al Prefetto della Provincia di Savona                     

Io sottoscritto                  nato a                 il                                e residente in                        via           numero civico       chiedo che vengano annullati gli atti:
- prot. num.
- prot. num
- prot. num.

(allegati in copia), ossia Verbali di Accertamento di Violazione del Codice della Strada, emessi dalla Provincia di Savona, giacché, vista la giurisprudenza in materia:

Art. 142, comma 6 bis (Codice della Strada)
6-bis. Le postazioni di controllo sulla rete stradale per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all'impiego di cartelli o di dispositivi di segnalazione luminosi, conformemente alle norme stabilite nel regolamento di esecuzione del presente codice. Le modalità di impiego sono stabilite con decreto del Ministro dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'interno.

Il Ministero dell’Interno ha emanato, in data 14 agosto 2009, la Direttiva per garantire un’azione coordinata di prevenzione e contrasto dell’eccesso di velocità sulle strade:
L’informazione sulla presenza della postazione di controllo sia fissa che mobile deve essere fornita attraverso la collocazione di idonei segnali stradali di indicazione, anche a messaggio variabile, che possono essere installati, in via provvisoria o definitiva, ad adeguata distanza dal luogo in cui viene utilizzato il dispositivo secondo le indicazioni del decreto ministeriale 15 agosto 2007.

I segnali stradali e i dispositivi, di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, in relazione alla velocità locale predominante (articolo 2, decreto ministeriale 15 agosto 2007)”, non importa se si tratta di segnaletica temporanea/provvisoria/mobile ovvero definitiva/fissa.

Una sentenza della Cassazione Penale del 13.03.2009 n. 11131, indica che “la distanza del cartello di preavviso non debba essere inferiore a 400 metri, idonea a segnalare con adeguato anticipo la postazione di controllo in modo da garantirne l’avvistamento tempestivo e permettere così all’automobilista di conformare la propria condotta di guida alla velocità prescritta, in un tratto di strada dove debbono essere assicurate le ragioni di sicurezza poste alla base del decreto Prefettizio che autorizza l’uso della apparecchiatura senza obbligo di contestazione”.

Qual è la situazione nel luogo del rilevamento?

In direzione San Giuseppe di Cairo-Cengio (in salita) c’è un rilevatore di velocità, funzionante, con display che indica la velocità del veicolo, poi un cartello a 150 metri circa dal punto del rilevamento, che è segnalato.
In direzione Cengio-San Giuseppe di Cairo (in discesa), invece, non c’è nulla di nulla ed il display che indica la velocità del veicolo non funziona da anni!

Pertanto, Le chiedo d’intervenire in questa ingarbugliata matassa operando l’unica cosa sensata: annullando i provvedimenti, sopra citati, presi nei miei confronti dall’“amministrazione provinciale di Savona”, giacché non sono stati rispettati i dettami di legge riguardo i cartelli indicatori, le distanze di collocazione ed i tempestivi avvertimenti nei confronti dell’automobilista.
La saluto e la ringrazio

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