19 aprile 2018

Abbiamo vinto, o quasi

Parrebbe, dal titolo, una inconfessabile adulazione nei confronti del M5S, mentre il tono dell’articolo è un po’ diverso, senza nulla togliere al chiaro successo dei pentastellati. Assistiamo, in questi giorni, ad una fase del dibattito politico che ci pare sconnessa, confusa, senza un perché. E’ invece chiara, limpida come l’acqua, a volerla vedere per quello che è.
I vari partiti sembrano non intendersi su ciò che desiderano fare, sulle decisioni da attuare, con chi farle e una domanda nasce spontanea: perché è successo oggi e non cinque o dieci anni fa?
Vediamo.

Sarebbe troppo semplice affermare che siccome il M5S è oggi il primo partito, tutta l’architettura dell’oligarchia è saltata. In parte è vero, ma perché proprio oggi?
La risposta sta tutta nella legge elettorale.

Da quando mondo è mondo, quando l’oligarchia deve affrontare delle elezioni s’attrezza per farlo nel migliore dei modi, ossia progettando un conteggio elettorale favorevole a chi vuole far vincere. Così è sempre stato: fin quando il potere democristiano si basò sulle preferenze, guai a chi toccava “la libertà dell’elettore di scegliere”. Guarda a caso fu proprio un democristiano, Mario Segni, a volerle cancellare con un referendum. Pilotato da qualcuno? Da tanti? Vicini e lontani? Può essere, però è innegabile che quando il sistema del duopolio DC-PCI (più un PSI che si faceva largo) iniziò a dare segni di cedimento, la preferenza divenne pericolosa: non si sa mai chi può liberamente scegliere l’elettore.
Meglio un bel maggioritario, meno problemi e salutamme a sorreta.

Se, oggi, ci fosse stata una legge maggioritaria, il centro-destra avrebbe senz’altro conquistato la maggioranza in Parlamento. A parte che, andare a votare con il Porcellum o Porcellum modificato, iniziava ad essere un po’ scomodo: qualcuno aveva già ventilato l’ipotesi di chiamare gli osservatori dell’ONU, e questo non è bello, non fa fine e fa sembrare il tutto una cloaca, ovvero quello che è.
Allora s’inventa una legge meno maggioritaria (paura dei grillini?), ma fatta in modo che nessuno possa realmente vincere, e questo l’abbiamo capito tutti.

Di leggi maggioritarie, però, ce ne sono tante: da quelle che conferiscono un minimo premio di maggioranza a quelle che, con il 30% dei voti più qualche raccogliticcio che si raccatta in giro, si fa un governo. Il 30%, in realtà, vuol dire che meno di venti elettori su cento ti hanno realmente votato (astensionismo, schede bianche e nulle) e così si realizzava l’arcano: la cosiddetta “governabilità”.
Non voglio nascondermi dietro ad un dito: a mio avviso, solo una legge proporzionale perfetta è vera democrazia, tutte le altre sono soltanto dei tentativi di piegare o dirigere la volontà popolare. Il Parlamento è il luogo dove questi problemi vanno risolti, non i “caminetti”, i “patti”, ecc. ecc.
Se si corre dietro a queste alchimie, s’arriva alla Gran Bretagna dove, negli anni 70-80, i Verdi erano giunti a percentuali a due cifre e nessun rappresentante alla Camera dei Comuni. Non parliamo del sistema americano: lì, devi iscriverti se vuoi votare. Nostalgici del circolo Pickwick.

Questa volta, però, il sistema maggioritario poteva premiare oltre misura il M5S, e quindi è stata creata questa legge elettorale che ha introdotto una larga parte di proporzionale nei conteggi. Da questa apparente “anomalia” nascono i conflitti: se si fosse votato con un maggioritario puro, Berlusconi – anche se trascinato da Salvini, anche se pregiudicato – avrebbe vinto e nessuno avrebbe messo in dubbio la sua vittoria. Ma c’era incertezza, e allora il PD ha scelto di perdere ma di rimanere in qualche modo ago della bilancia, ed in parte ci sta riuscendo.

Devo confessare che Di Maio non m’attizza particolare simpatia – gli preferivo di gran lunga Di Battista, per la sua verve, per la sua feroce ironia che “sento” più vicina al mio modo d’essere – però gli riconosco una certa “calma olimpica” da democristiano DOC, che in una simile situazione ha i suoi vantaggi.
Non approvo, invece – fra le proposte presentate nel lungo approccio alla Lega – quella di cambiare ancora una volta il sistema in senso più maggioritario: caro Luigi, non mi far dire che il peggio che abbiamo visto sia migliore di un qualsiasi domani, perché della cosiddetta “governabilità” non ce ne può fregar di meno.
Per chi? Per il sistema bancario? Per l’Europa? Per gli USA? Per chi è “meglio”?

L’Italia è un Paese strano, un Paese giovane, figlio di mille vicissitudine, ancorato al passato di piccoli regni, retaggio di modi di sentire diversi: abbiamo bisogno di parlarci, di capirci, d’intenderci, di fidarci gli uni degli altri: se tu pensi “facciamo una bella alleanza con la Lega ed una legge maggioritaria”, quel poco che siamo riusciti ad ottenere – ossia che si sente parlare un poco di nuovi programmi, di soluzioni da cercare, di persone da volere o da non volere come compagni di viaggio – va a farsi benedire. Tempo un decennio e siamo da capo, con una specie di nuova DC e chissà che altro.

Già di cose abbastanza schifose ne vediamo anche oggi: il Presidente della Repubblica che tratta con un pregiudicato il futuro della Nazione. Ma dove siamo? Con la fedina penale “sporca” non puoi fare il poliziotto, l’insegnante, il carabiniere…ma neppure il bidello o l’usciere…e sali al Quirinale per contrattare il futuro dell’Italia? E tu lo ricevi? Non hai sentito la puzza? Se ci fosse stato al tuo posto tuo fratello buonanima, l’avrebbe probabilmente riconosciuto: era lo stesso puzzo che dovette avvertire poco prima che gli sparassero. E riesce ad eleggere una sua pupilla alla presidenza del Senato? Già, l’Italia è proprio un Paese strano.

E così è strano anche l’uomo che tu, Luigi, vorresti al fianco nel governo. Il M5S ha fatto il suo percorso negli anni: si potrà dire tutto ciò che si vuole sulla Casaleggio & Associati, su Beppe Grillo e quant’altro, però bisogna ricordare che la “pagnotta” se l’è guadagnata discutendo con le persone, mica con le banche o con la Casta al potere.

Perché anche questo bisogna ricordarlo: il caro Matteo “legaiolo-DOC” ha preferito fare la sua campagna elettorale sotto il mantello di Berlusconi…non sa che quest’uomo era nella P2 (accertato) ed in mille affari poco leciti sempre coperti da qualche amico degli amici e poi da sé, inventandosi le prescrizioni dei reati su misura?

Insomma: il M5S riconosce che ci sono molti punti in comune sui rispettivi programmi, però non vuole ingombranti padri e padrini del nuovo governo. Ne convieni? I “numeri” li avete. Non vuoi (o non puoi) allontanarti da Berlusconi? Problemi tuoi. Però Di Maio ti ha avvertito: stai sciupando un’occasione storica, ed il Paese ti guarda.
Oh, certo…i sondaggi dicono…ma la campagna elettorale è finita, e – se ne comincerà un’altra – avrà toni completamente diversi, filtrati da ciò che sta avvenendo in queste settimane, perché le vicende storiche dormono a volte per anni, poi in poche settimane aprono nuovi orizzonti.

Oggi, a discutere in Parlamento, ci sono attori veri, più simili ai milioni di persone che li hanno votati: c’è chi difende astiosamente le proprie ricchezze, chi tenta di difendere posizioni di potere acquisite in tempi lontani ed oramai svanite, nostalgici di tutte le risme, sognatori di un futuro più roseo…proprio come avviene nelle strade, nei bar, sulle spiagge…

Questo “miracolo” – ancora modesto, in parte incompiuto – si chiama “proporzionale”, ossia ascoltare ciò che dicono le persone e presentarsi in Parlamento per discuterle con altri, diversi per storie e passato, e dover trovare una sintesi, un accomodamento, sperando che sia il migliore possibile.
Non è soltanto una questione etica: le soluzioni “maggioritarie” sono false, poiché inficiate da un errore alla base. Non si è tenuto conto di milioni di persone: si governa, vero, ma in quale Paese? In quello che è andato alle elezioni? Sulla base dei desideri e sulle proposte che giungono dalla gente comune, dalle mille voci della strada e del Web? No, s’immagina un “Paese ideale” – mi rammenta molto il “gas ideale” dei fisici – che, però, proprio perché s’analizza in modo errato, non può che generare soluzioni balorde. Sperando di farla franca, sempre e comunque.

Volete fare una sola, grande accozzaglia dal centro destra al PD, ossia una conventio ad escludendum contro il M5S? Accomodatevi. Altrimenti, si torna al voto ma – almeno – con questa legge elettorale, che un po’ di verità (non voluta di certo da chi la scrisse) la racconta.
Con buona pace dei potentati europei che tireranno un sospiro di sollievo, ma sempre più flebile, più simile ad un rantolo.

31 marzo 2018

Uovo di Pasqua 2018

  
Cosa sta almanaccando Mattarella? Strano rimandare le consultazioni a ben un mese dal voto, non può essere solo “dimenticanza” o rispetto per la Settimana Santa: qui, gatta ci cova.
Intanto, il governo “dimissionario” ed in carica solo per “l’ordinaria amministrazione” ha pensato bene di compiere un atto piuttosto pesante in politica estera: non sappiamo cosa sia capitato alla ex-spia russa in Gran Bretagna, non ci sono prove che siano stati i russi e di bugie, in passato, ne sono state raccontate in abbondanza (ricordiamo la fialetta d’antrace di Powell!) eppure, abbiamo espulso due funzionari russi dall’Italia. Atto grave in politica estera, che un governo dimissionario non dovrebbe permettersi (trincerandosi proprio dietro questa qualifica): forse Mattarella dimentica d’essere stato ordinario di Diritto Costituzionale?

Poi, ci sono le nomine in scadenza – come ha paventato Rovertini, economista del M5S – ossia il “Gotha” dei funzionari ed amministratori che dovranno governare “robetta” come ENI, ENEL, Cassa Depositi e Prestiti e via discorrendo, per una sessantina di persone. Eppure, è prassi che lo spoils system lo pratichi il nuovo governo: il perché non è nemmeno da spiegare.
Insomma, una “polpetta avvelenata” che obbligherà il prossimo governo a dover “sgombrare” persone scomode, con il relativo codazzo di repliche, querele, i soliti “veleni” e, infine, ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato. Questo è stato il senso dell’avvertimento di Rovertini.
Ma, domandiamoci: in cosa spera Mattarella?

In primis, Mattarella spera d’esser costretto a nuove elezioni: questo darebbe modo a Gentiloni di scrivere il nuovo DEF e consegnarlo al nuovo governo nell’Autunno, quando i giochi saranno già fatti e si dovrà seguire, obtorto collo, le indicazioni del DEF (poiché i tempi saranno strettissimi). Un DEF scritto da Padoan & Company ed approvato dall’Europa con un coro d’applausi. Oh, grande gioia: questo spiegherebbe la strana “pace” sul fronte dei titoli di Stato e relativi spread.
Tutto sommato, lasciar passare del tempo, corrodere i primitivi segni di dialogo fra Lega e M5S, “riabilitare” Berlusconi come leader politico senza strascichi giudiziari è un modo per togliere entusiasmi, rinfocolare antiche diatribe e, in definitiva, offuscare una verità semplicissima: la maggioranza degli italiani ha espresso un giudizio pesante sull’operato dei governi europeisti e sulla gestione di questa Europa.
Mattarella spera, inoltre, in un “ravvedimento” del PD, che abbandoni quell’opposizione che sa tanto di Aventino per rientrare nei ranghi della “responsabilità”, che tradotto dal politichese vuol dire mettere a disposizione i propri voti per un governo.
Quale governo?

Certo, Mattarella, Gentiloni ed i loro padroni, a Bruxelles, canterebbero lodi al Signore se almeno una cinquantina di PD decidessero d’essere più “responsabili” e s’aggregassero al gran circo Barnum di Berlusconi, e Salvini accettasse di fornire carne da macello per l’estrema “responsabilità”, per il “volume del debito che preoccupa”, per la “fluidità della situazione internazionale”…ed altre balle che a Bruxelles stampano da tempo con il ciclostile.
Meno gradito – ma sempre meglio dell’opzione “A” – sarebbe un governo M5S con il PD: più difficile perché ci vorrebbe l’intero PD, ed anche perché non si vede perché il M5S dovrebbe suicidarsi per le varie faccende che ricordavamo.
Identica cosa si potrebbe dire per Salvini, ma lì la questione è più complessa.

Senza voler tornare a chi ha vinto ed a chi ha perso, proviamo a ragionare in termini di elettorato, ma di elettorato in termini di ricchezza o, se preferite, di classe per le varie forze politiche. Perché lo spauracchio di nuove elezioni è sempre presente, ed ogni partito tiene “famiglia”, ossia teme le emorragie di voti, per qualsivoglia ragione.

Il M5S è stato il vero vincitore ed ha raggruppato un elettorato molto variegato, inevitabilmente. Ha come “collante” la molto avvertita avversione per un potere che si esprime come “Casta”, ossia una gretta oligarchia la quale, come bene primario, reputa la propria sopravvivenza come necessaria per una generica “salvezza” del Paese. Un terzo dell’elettorato li reputa, invece, la causa dei mille guai italiani e li vuole spodestare: come e con quali modalità è poi tutto da vedere, poiché non basta certo il miliardo di risparmio che Fico ha promesso per la sua gestione come Presidente della Camera. E’ senz’altro un segnale di buona volontà, necessario, ma poco rilevante per il bilancio finanziario del Paese.
L’elettorato M5S è giovane, con livello d’istruzione medio-alto, e questo li porta a credere che sia “facile” rimediare ad una situazione disastrosa: sono disposti a dare credito al loro partito, ma non si sa fino a quando, ossia se giungeranno al potere con grandi difficoltà – e a fronte di una situazione disperante (a questo ci penserà Padoan, se scriverà lui il DEF) – non si sa quale potrà essere la tenuta del suo elettorato.
I sondaggi, per nuove elezioni, li danno ancora in crescita ma è difficile che vadano oltre il 35%: riflettiamo che sono già – per delle elezioni politiche nazionali! – della percentuali “bulgare”. Roba da DC dei tempi d’oro.
Dalla loro posizione, non possono che osservare il “resto” dall’alto e chiedere chi sarebbe disposto a discutere con loro partendo, però, dal loro programma: c’è da stupirsi?

Quello che si reputa “vincente” – e, invece, non è vero per niente – è il centro-destra.
L’unica vera “vittoria” è stata l’aver impedito al M5S la maggioranza assoluta: se la Lega fosse andata per i fatti suoi, avrebbe racimolato sempre un buon gruzzolo di voti ma – questo è l’inganno di questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord il M5S sarebbe stato, in molti casi, vincente e questo lo avrebbe portato al cosiddetto “cappotto”.
Se tralasciamo il modesto contributo dei “Meloni-boys”, non c’è nulla di più distante dell’elettorato della Lega da quello di Forza Italia. E dubito che Salvini potrebbe essere il leader di una sorta di “partito unico” che esprima i desideri d’entrambi.

Se partiamo dalla ripartizione per ricchezza italiana, l’indice di Gini ci racconta che il 10% della popolazione gode di circa il 50% della ricchezza. Ciò significa un reddito pro-capite di queste 6 milioni di persone è all’incirca di 150.000 euro annui. Mentre per i restanti 54 milioni è di circa 18.000 euro annui.
Ovvio che queste cifre sono soltanto indicative e vanno prese con il beneficio d’inventario delle statistiche: servono, però, a comprendere le differenze. Ora, Forza Italia ha sempre avuto un programma elettorale centrato sul calo delle tasse, e questo è proprio quello che cercano i possessori di grandi ricchezze. Ogni calo delle tasse significa un taglio al welfare o ad altri servizi essenziali, ma a loro non interessa: hanno soldi per curarsi dai migliori medici, mandano i figli alle scuole private, ecc.
Il loro Capo, Berlusconi, incarna proprio il tipo di persona che loro desiderano: l’uomo che evade le tasse, che corrompe, che sgomita per affermarsi, che ha in spregio la legge.
Ma, l’elettorato della Lega, è così ricco? Da chi è composto?

Chi vota la Lega vuole pagare meno tasse, è vero, ma perché lavora. E’ soprattutto composto da artigiani, piccolissimi imprenditori, professionisti, ma anche operai. Vuole pagare meno tasse perché suda per mettere insieme le migliaia di euro che deve pagare ogni anno, ha sognato che liberandosi del Sud le cose migliorassero, poi ha sognato che l’Europa fosse la manna che piove dal cielo: oggi, chiede senza più cercare capri espiatori.

Come si possono mettere d’accordo due istanze così distanti?
Riescono a stare insieme soltanto per il potere mediatico, per battute e barzellette, per le personificazioni di “maschi alfa” che rivendono all’elettorato femminile ma, una volta al governo, hanno sempre agito come Robin Hood al contrario. E chi pagò? La Lega Nord, giunta ad un soffio dall’estinzione. Meno di quanto pagò Forza Italia, segno che il “malessere” dei grandi ricchi trovava risposte: meno che mai, Monti “risolse” i problemi finanziari colpendo le pensioni dei lavoratori, un altro gesto in linea con Berlusconi. Colpisci tante formichine e lascia stare i potenti: poi, le formichine si sono incazzate.
Come ha “ricostruito” la Lega Salvini?

Anzitutto scrollandosi di dosso il passato: via il “Nord” e via il simbolo del quale – come molti sapranno – era proprietario Berlusconi. Nel 1994, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, Bossi lo insultava ripetutamente e, dalle querele conseguenti – che Berlusconi, facilmente, vinse – la Lega Nord perse la proprietà del simbolo, che Berlusconi ottenne in cambio di parecchie centinaia di milioni di lire che Bossi avrebbe dovuto pagare.
Salvini ha sì, allora, centrato l’interesse sulla lotta all’immigrazione: poi, però, s’è reso conto che l’argomento era di difficile “presa” su chi lavorava fianco a fianco con stranieri. Ossia, andava bene il vecchio andazzo “ci rubano i posti di lavoro” poi, rendendosi conto che la questione del lavoro è più vasta – c’entra più la delocalizzazione che l’immigrazione e, più d’ogni altra cosa, l’automazione – ha capito che la realtà era più complessa e richiedeva un diverso approccio, soprattutto in chiave europea.
A quel punto, Salvini andò ad occupare una posizione che era, in parte, comune alle tematiche del M5S, ampliando il suo consenso anche in aree che prima gli erano precluse.

L’avvicinamento fra Salvini e Di Maio non è strumentale, ossia non è dovuto alla semplice somma aritmetica, bensì i due elettorati hanno molti punti in comune, più di quelli che ha con Berlusconi (che la vecchia Lega non ha mai amato e sempre solo sopportato per necessità) e si è trovato con un “compagno di strada” verso il quale, subito dopo le elezioni, non lesinava complimenti. Corrisposti.
Da qui il grande timore, che ha “consigliato” Mattarella a posporre oltre ogni sensato limite l’inizio delle consultazioni: e l’urgenza del DEF, dov’è finita?

C’è poi il PD. Il PD, mio Dio…il PD in ogni salsa, il PD in ogni dove…senza capire che il PD è solo l’ultimo anelito di parecchie formazioni politiche che non hanno mai capito il mondo dopo il 1991. Forse, perché non l’avevano compreso sin dai tempi del dibattito fra Karl Kautsky e Rosa Luxemburg, terminato tragicamente con l’assassinio della Luxemburg. Mentre l’idea “entrista” di Kautsky ha ancora cavalcato la Storia per quasi un secolo, prima di venire meno.

Il PD è stato sconfitto da se stesso, ossia dalla completa incomprensione di cosa doveva diventare la sinistra di fronte al crollo del grande impero sovietico: soprattutto di fronte alla ricomparsa dell’impero germanico, che ha affilato le armi per la terza volta. Persino Andreotti l’aveva ben compreso, quando affermò d’essere un grande estimatore della Germania e sibilò, ironicamente, “al punto di volerne sempre due”.
Senza più idee, senza più comprendere le tematiche del lavoro (si vedano le contorsioni agoniche del sindacato, divenuto un semplice CAF), senza saper opporre all’internazionalizzazione del capitale una internazionalizzazione dei lavoratori, come poteva finire?
A fare il reggicoda del liberismo.
Perciò, il PD (ed i quattro scagnozzi che vorrebbero “rifondare” qualcosa: ricordino, questi signori, quando applaudivano estatici la Fornero) potrà andare sull’Aventino oppure svendere i suoi quattro voti a chi vuole, perché – proprio nel mondo della sinistra – il M5S ha un milione d’idee in più. Proprio per questo ha difficoltà a coordinarle (uno vale veramente uno?) ed a contenerle in una progressione coerente (la democrazia digitale?), altro…si vedrà. Ci vuole tempo.

Paradossalmente, se volessimo “leggere” la situazione odierna con i vecchi termini, ci sono un moderno centro-sinistra ed un moderno centro-destra, M5S e Lega. Frapposti e scomposti fra di loro si muovono vecchie entità che blaterano litanie desuete, dipingendo mondi oramai scomparsi, come i grandi manieristi di tutte le epoche al comparire degli impressionisti.
Si può comprendere che un vecchio professore di Diritto Costituzionale, “consigliato” da un decrepito avvocato napoletano, non abbia saputo partorire niente di più che la vecchia tattica: temporeggiare. Andò bene a Quinto Fabio Massimo ma…riconosciamolo…ebbe anche un bel po’ di c…con Annibale!
Auguri di Buona Pasqua, Presidente!

24 marzo 2018

Il primo effetto

Non è casuale la data del 21 marzo 2018, non lo è proprio. La vicenda era nota da tempo: non si sa come e perché, sulla base di uno sconosciuto “Trattato di Caen” la Francia aveva deciso d’acchiapparsi 400 Km2 di mare italiano, da sempre italiano, prima e dopo le guerre mondiali, ossia fino a ieri. Per quello che si sa, questo sconosciuto “Trattato di Caen” è il solito ludibrio europeo che ha solo un senso: dopo essersi prese le industrie e la distribuzione italiana (due nomi: Thyssen e Parmalat, tanto per ricordare), il nuovo Asse Franco-Tedesco aveva concesso alla Francia aree molto ambite per la pesca del gambero (Liguria) e del Tonno Pinna Rossa in Sardegna, che sul mercato di Tokyo è battuto all’asta a peso d’oro. Pare anche che ci sia, nelle aree che letteralmente ci volevano rubare, un giacimento di gas.

I “galletti” hanno subito fatto marcia indietro:

“…essa (la riunione dove si doveva decidere la “combine”, del 25 marzo 2018 N.d.A.), come informa l’ambasciata di Francia a Roma, riguarda semplicemente ‘una consultazione pubblica nel quadro della concertazione preparatoria di un documento strategico sul Mediterraneo che si riferisce al diritto ed alle direttive europee esistenti e che non è volta in alcun modo a ‘modificare le delimitazioni marittime nel Mediterraneo’.” (1)

Concorda la Farnesina:

A sentire il sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi, l trattato non è operativo perché il Parlamento non l'ha ancora ratificato. Per Gozi “nessuno intende modificare i confini marittimi tra Italia e Francia”. (2)

Sono tutti d’accordo, non si tocca nulla ma – chiediamo – come mai le carte marittime francesi erano già state aggiornate a nuovi confini e perché un peschereccio italiano fu sequestrato dalla Guardia Costiera Francese?

nel gennaio 2016 il peschereccio italiano Mina era stato fermato dalla gendarmeria marittima francese e scortato fino al porto di Nizza, con l'accusa di praticare la pesca del gambero in acque francesi. Solo dopo il pagamento di una cauzione di 8300 euro era stato rilasciato. Dunque, quelle che sembravano essere acque italiane erano diventate francesi.”(1)

La vicenda non è conclusa:

Ad oggi, spiega l'ammiraglio De Giorgi (ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2013 1l 2016)  i confini tra acque italiane e francesi rimangono incerti.

La faccenda è oscura. E poi: in cambio di che cosa? Non ci sono indicazioni di contropartite diplomatiche: forse, erano “contropartite” su “fondazioni” private? La Francia ci ha abituati a comportamenti del genere, si veda l’affaire Sarkozy/Gheddafi.

Questa vicenda è singolare, e ci precipita direttamente nell’attuale Parlamento Italiano laddove, seppur con i tempi ed i modi della schermaglia parlamentare, si nota che gli schieramenti che hanno tentato la cessione delle acque italiane alla Francia, ovvero gli “svenditori”, sono il “blocco” che sosteneva Gentiloni, ossia il centro sinistra e quello berlusconiano, gli stessi che oggi tentano disperatamente di bloccare la nascita di un governo Lega-5Stelle.

Va dato atto a Giorgia Meloni d’essersi battuta più di tutti contro questo vero e proprio furto: adesso, Fratelli d’Italia scelga: o con chi vuole svendere tutto all’UE oppure con chi desidera mantenere la sovranità nazionale, anche in un quadro d’accordi europei, ma di accordi, non di furti.

I furbetti del quartierino – Renzi e Berlusconi – non s’aspettavano una simile débacle elettorale e contavano di rimettere insieme il solito governicchio prono ai desiderata di Bruxelles: ci spiace -))) ma non è andata così. E’ stato costretto ad ammetterlo addirittura Napolitano, l’uomo che più “lavorò” alla sporca faccenda.

Adesso, dopo le necessarie fasi iniziali, ancor prima del Governo, il Parlamento metta all’ordine del giorno questa lercia faccenda e chiuda la porta con un no, sonoro e deciso. Questa volta vogliamo sentirlo tutti, “chiaro e forte”, mi raccomando. 



 


20 marzo 2018

La guerra 2014-2018?





Tutti avevano avvertito, per mesi, per anni…una grande guerra c’attende: è lì, dietro l’angolo, s’aspetta solo che qualcuno prema il bottone…a dire il vero la guerra non è mai cessata dal 1945 in poi: Corea, Vietnam, Afghanistan (URSS), Jugoslavia, Afghanistan (USA), Iraq, Libia, Ucraina, Siria…Non bastano le centinaia di migliaia di vittime per chiamarle “guerre”? No, sarà Armagheddon, la battaglia delle battaglie…perché, ad ogni richiamo di guerra, tutti s’addossano gli uni agli altri nella speranza che capiti proprio la colossale catarsi, che tutto e tutti devasterà?

Credo che la ragione risieda più in una generale infelicità, piuttosto che nell’analisi della diplomazia: il “fuoco distruttore” che diventa riparatore, la catarsi universale che ci monderà da ogni male. E’ una psicopatia che il Web eleva all’ennesima potenza.
Perché, ad essere onesti, non c’è nessun segnale di voler distruggere un’altra volta il mondo, almeno: io non riesco proprio a scovarlo, per quanto mi scervelli. Segnali di guerra fredda, certo…mostriamo i muscoli, come no…giochiamo un po’ alle spie, ma sì…poi tutto si ricompone e continuiamo a far soldi a palate. Credetemi: è questo che conta. Nessuno metterà in gioco gli stratosferici profitti per conquistare una Danzica qualunque, né una Crimea e né una Siria.

Vediamo prima l’analisi diplomatica.
Il confronto (potere degli anniversari!) è centrato sul 1914, prima fase della colossale guerra mondiale in due fasi, 1914-1918 e 1939-1945 che distrusse l’Europa e la consegnò in nuove mani. Eppure, quel 1914 fu un anno straordinario: non ci fu mai, nella Storia, un concentrato d’imbecillità come quello che scattò il 28 Giugno del 1914, a Sarajevo.
L’economia andava a gonfie vele, la tecnologia superava barriere impensabili e sovvertiva interi mondi al ritmo del vapore, dell’elettricità, della radio. Eppure, la guerra iniziò.
Bisogna però ricordare che le nazioni europee erano legate da trattati ferrei ed un’inezia – l’uccisione del pretendente al trono d’Austria-Ungheria – fece scattare automatismi a catena, con un meccanicismo che oggi non esiste più, in questo mondo di guerre (ed alleanze) a geometrie variabili.

La Germania di Bismarck aveva superato ostacoli su ostacoli, correndo come una matta sul filo della tecnologia e degli armamenti, ma la Union Jack garriva su tutti i mari: il commercio mondiale era nelle mani dell’Inghilterra, senza se e senza ma. L’unico timore inglese era che si generasse una situazione che capiterà proprio 25 anni dopo, ossia i porti sull’Atlantico francesi nelle mani dei tedeschi.
Eppure, una settimana dopo l’attentato di Sarajevo, tutte le diplomazie europee premevano per una “piccola guerra” di ritorsione nei confronti della Serbia: il conflitto non doveva uscire dai confini balcanici! Un poco l’attendismo dell’Austria, un po’ il doppiogiochismo (guerra/pace) della Francia, un poco la scarsa volontà inglese e russa, finirono per ingannare tutti, in un quadro di alleanze ferree, ancora legate – nei modi e nei tempi – a quelle delle guerre napoleoniche e il patatrac si mosse quasi da solo. E, solo pochi mesi dopo, la Gran Bretagna era invischiata nella sanguinosissima impresa dei Dardanelli.
Giustamente, molti storici definiscono il 1914 l’anno della “fine dell’Europa”, ossia di quel mondo che aveva capitale fra Londra, Parigi e Berlino. E gli USA, quando i contendenti furono stremati, gettarono la loro prima “rete”: la seconda – quella definitiva – giunse nel 1945.
Ma torniamo all’oggi.

Per quanto mi sforzi, non riesco a capire perché mai la Gran Bretagna dovrebbe attaccare la Russia: per non perdere la posizione egemonica (che non ha più!) nel Pianeta? E gli USA? Anch’essi per la stessa ragione? Ma la grande accusata, la Russia, non ha certo i mezzi né aspira a diventare una potenza egemonica mondiale. E l’Europa, ossia la Grande Germania dei sogni bismarckiani? Si muoverebbe come un sol uomo od in ordine sparso, come sempre è avvenuto nelle recenti crisi? Non dimentichiamo che la potenza nucleare è la Francia, non è Berlino. Cosa farebbe la Cina che, pacificamente, sta conquistando il commercio mondiale?

Insomma, mi sembra che ci sia una sfilza di “se” e di “ma” un po’ troppo lunga da scogliere per giungere a quello “scontro titanico” che si paventa. Poi, il mondo è cambiato.
Dove riposa il vero potere?
Negli aggregati economici, che non hanno più nazionalità? Nella monete da difendere, che non hanno più valore intrinseco? I capitali si spostano ed investono dove trovano fertilità per costruire nuove aziende, nuova tecnologia e nuovi strumenti per vendere, ossia guadagnare, in ogni parte.
Possiamo ragionevolmente pensare che i Rothschild (tanto per indicare un nome) affianchino qualcuno dei contendenti per distruggerne un altro, nel cui territorio hanno gli stessi interessi e i medesimi investimenti? Qualcuno ricorderà la “strana” vicenda di Thyssen e Prescott Bush, ma è solo una miserabile storia d’affari in tempo di guerra, non una causa e nemmeno una ragione. Fu un accidente casuale.
Non esistono più patrie, né da difendere né da attaccare: al massimo, si mostrano i muscoli per far vedere che “se ci fate questo, noi siamo in grado di…” E tutto s’acquieta.
Molti diranno: eh, c’è la bomba atomica…non credo che questa sia la ragione.
Vediamo l’aspetto militare.

Le armi non convenzionali, negli eserciti, vengono classificate come NBC, ossia Nucleari, Biologiche e Chimiche. Le uniche a non essere mai state usate in una guerra moderna sono quelle Biologiche le quali, a ben vedere, sono forse le più pericolose, giacché nessun batterio si ferma ad una frontiera, di pace o di guerra.
Le armi biologiche, ad essere un po’ pignoli, furono però le prime ad essere usate, ma quasi inconsapevolmente.
Quando i genovesi – siamo nel 1346 – erano sotto assedio nella fortezza di Feodosia (Caffa), sul Mar Nero, le truppe del Gran Khan – oramai alla fame, disperate e decimate dalla peste – decisero di catapultare alcuni corpi d’appestati all’interno delle mura. I genovesi a’affrettarono a gettare i cadaveri in mare, ma oramai era troppo tardi: tornarono a Genova, e la peste uccise un terzo dell’allora popolazione europea.
Sarà il gran terrore che le circonda, ma Colin Powell scelse proprio una boccetta d’antrace per spaventare l’assemblea dell’ONU, poi rivelatasi un clamoroso falso.

Le armi chimiche ed atomiche sono già state usate: le seconde, come ben sappiamo, sganciate sul Giappone oramai alla resa e senza più nessuna possibilità di difendersi. Churchill era contrario e, quando Roosevelt gli disse che uno sbarco in Giappone sarebbe costato “almeno 500.000 vittime”, rispose che la Gran Bretagna era disposta a pagare quel prezzo: erano, entrambi, degli spudorati bugiardi. Così è in diplomazia.
Roosevelt sapeva che il Giappone non aveva più una squadriglia di caccia in grado di volare, ma voleva prendersi qualche anno di vantaggio sull’URSS, dimostrando di poter egemonizzare il Pianeta. Proprio quello che l’orgoglioso Churchill non voleva concedere.
Ma i gas? Perché li dimentichiamo sempre?

Uno dei gas più comuni, l’Iprite, deve il suo nome alla cittadina francese di Ypres, presso la quale furono usati dapprima dai tedeschi, poi dai francesi, inglesi, austriaci, italiani…e compagnia cantante.
La domanda che pongo è questa: perché, vista la loro inutilità al fronte (e se il vento cambiava?), nessuno meditò di bombardare Londra con una spessa coltre d’Iprite? Ovvio: perché il giorno dopo sarebbe toccato a Berlino. In quegli anni, entrambi i contendenti avevano già mezzi aerei per farlo.

Già all’epoca, ci si rese conto che certe frontiere è inutile varcarle: senza menzionare i gas (il loro impiego fu scarso e sporadico) l’Europa giunse all’autunno del 1918 stremata, al punto che gli americani dovettero letteralmente nutrire le popolazioni vinte e quelle vincitrici, per almeno un paio d’anni. E mancavano le navi per portare il grano in Europa: ci avevano pensato i sommergibili tedeschi. Addirittura, i giornali viennesi declamarono ampie lodi ad una colonna italiana che aveva portato rifornimenti (di fonte USA) fino a Vienna.

Nella 2GM nessuno pensò d’usarli: né Churchill che blaterava d’ammazzare tutti i tedeschi con armi biologiche, né Hitler che godeva soltanto quando gli mostravano fotografie di Londra che bruciava.
Eppure, entrambe le forze in campo continuarono a produrre ed a distribuire gas a reparti speciali: ne abbiamo la prova nella nave americana John Harvey colata a picco a Bari per il bombardamento tedesco del 2 Dicembre 1943, carica d’Iprite, la quale (per il segreto gelosamente custodito) causò numerose vittime anche dopo la guerra fra gli ignari pescatori.

Dal primo uso bellico dei gas è trascorso un secolo. Possiamo immaginare un bombardamento a gas su Londra o Berlino? Gli aerei ed i dirigibili d’entrambe le parti potevano sganciare già bombe da una tonnellata, nel bel mezzo della notte, praticamente indisturbati. Quanti sarebbero stati i morti? Decine, centinaia di migliaia? Per notte? Una follia. Difatti, anche all’epoca, nessuno “schiacciò il bottone”, nessuno diede l’ordine di usare i gas per i bombardamenti.

Possiamo immaginare una guerra del futuro senza armi atomiche? Certo, perché a finanziare una guerra sarebbero le stesse persone che, oggi, “finanziano” la pace. Ossia un (dis)ordinato, ininterrotto flusso di “rifornimenti” dalle grandi aree di produzione ai nostri supermercati: siamo considerati come topi, ma topi di un certo pregio, perché se il topo non è felice e non mangia sempre di più, oltre il suo bisogno, loro non guadagnano. E li vedete, metter mano a delle armi che li priverebbero del 90% dei loro bei topolini? E dopo? Per rimettere insieme tutta la macchina, quanto ci vorrebbe?

Come sarebbe un’ipotetica 3GM?
Ogni guerra inizia sempre con i mezzi che hanno dimostrato efficienza nella guerra precedente: potremmo aspettarci lo spiegamento di spettacolari Task Group centrati sulle portaerei. Subito dopo, le portaerei andrebbero a fondo, colpite da convenzionalissimi missili che giungerebbero da 1.500 chilometri di distanza – magari sparati da un sottomarino – con una “misera” tonnellata d’esplosivo nell’ogiva.
Ancora dopo – rimessi in magazzino portaerei ed aerei – giungerebbero i nuovi mezzi: il sottomarino a propulsione nucleare – il sottomarino non ha più niente da dimostrare, lo ha già dimostrato nelle precedenti guerre…unico ostacolo l’autonomia in immersione, che era scarsa – ed una panoplia di missili che, oggi, non riusciamo nemmeno ad immaginare. Poi tutto il gioco elettronico: contro-misure, contro-contro-misure per ingannare, deviare i missili…che gioia!

I costi?
E che gliene frega!
Sapete quante navi sono colate a picco nei due conflitti mondiali? Circa 30 milioni di tonnellate (1): sì, 30 mi-lio-ni di tonnellate, un vero e proprio camposanto sottomarino, costruito col sudore di milioni d’operai. E con guadagni astronomici.
Ogni volta che osservate un aereo sganciare un grazioso missile con la sua scia di vapori, è un milione di dollari che se ne va. Un po’ meno se è un missiletto, parecchio di più se è un missilone.
Ma, rigorosamente, con esplosivo: niente atomi od altre porcate. I topi devono sopravvivere, mangiare e lavorare. Altrimenti, noi, dove si va a finire?


(1) TSL, ossia Tonnellata di Stazza Lorda, che non coincide con la più nota tonnellata metrica, ma ci aiuta a comprendere le dimensioni del disastro.

10 marzo 2018

La speranza perduta

Ho preso a prestito parte del titolo di un bel libro di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, che ben si presta per dare qualche risposta ai giorni che stiamo vivendo: se il responso degli elettori è stato chiaro – l’unica vera maggioranza politica è quella fra il M5S e la Lega, le altre profumano d’inciucio lontano un miglio – perché, negli ambienti di “palazzo” e sui giornali, si ha così paura a pronunciarla?

La risposta non è così semplice come pensiamo, e nemmeno riposa in una generica (anche se ovvia) “opposizione” dell’UE ad una simile soluzione della crisi politica italiana, poiché quando i birilli saltano è inutile cianciare – come fa Draghi – che “l’euro è una via senza ritorno” (o roba del genere), poiché le istituzioni comunitarie stanno in piedi finché le oligarchie delle singole nazioni ne hanno beneficio e, a loro volta, le oligarchie devono fare i conti con la volontà popolare. Possono cercare di dirigerla, ma mai possono negarla.
Ne sono un esempio lampante la vicenda greca: la quale, probabilmente, sfocerà nell’ennesima guerricciola fra Grecia e Turchia, tanto per “distrarre” il popolo greco dalla tragedia che sta vivendo. E per passare sotto silenzio la prova lampante del fallimento europeo.
Oppure, quella britannica: quando, per questioni geostrategiche, si ha la necessità di rendere più laschi certi legami (si noti la vicenda della ex spia russa avvelenata) con l’Europa Centrale, si fa un bel referendum in modo che s’accomodi tutto. Del resto, gli USA hanno tolto le castagne dal fuoco per due guerre mondiali a Sua Maestà Britannica, e la riconoscenza (interessata) è d’obbligo in diplomazia.

Questo, solo per dire che le oligarchie hanno sì molto potere, muovono denaro e servizi segreti, ma in casi come l’Italia hanno un certo riserbo ad intervenire, poiché la situazione è seria. Difatti, come noterete, la vicenda italiana viene quasi “sottovalutata” sui media europei (lo spread non s’è mosso, le fonti ufficiali tacciono) mentre in realtà preoccupa, e molto. Prima di procedere nell’analisi, diamo un rapido sguardo alle possibili soluzioni, che sono soltanto due.

Bisogna ancora, però, fare due conti in casa PD.
Il PD è un partito allo sbando, non in preda ad una crisi di nervi, bensì assalito dalle terribili convulsioni agoniche di un partito che, letteralmente, muore. La responsabilità è di Renzi, che ha tirato troppo la corda del suo elettorato, al punto da inficiare anche il pallido tentativo di Grasso & soci, ma anche di chi glielo ha permesso e, fino a ieri, lo osannava. Oggi, i 150 parlamentari del PD s’aggirano in un teatro vuoto, senza avere coesione interna né una guida autorevole che indichi la strada: 150 personaggi “in cerca d’autore”. L’unico, assiduo dilemma che intasa loro la digestione è come non far saltare per aria la legislatura, che per molti di loro significherebbe la fine della carriera parlamentare. Per questa ragione – passata la “colica” delle elezioni e preso un buon calmante – saranno a disposizione di chi promette di più, almeno in termini immediati (soldi, cariche, ecc), poiché di gettare lo sguardo oltre, ossia garantirsi una rielezione, è uno scenario non più attuale. Vedremo se ritroveranno la forza per presentarsi compatti – in questo caso potrebbe starci un accordo politico con altre forze – oppure se sarà dato il “rompete le righe” e finirà con un “ognuno per sé e Dio per tutti”. In ogni caso, la sorte della cosiddetta “sinistra” italiana è segnata.
Veniamo subito alle alchimie politiche:

1 – Il centro destra “assomma” una quota di ex parlamentari PD (più qualche “perduto”) e tira avanti come può: questa è la visione di Berlusconi, inutile ricordarlo, è il suo “pezzo forte” comprare e vendere braccia da lavoro. Chi avrebbe dei “mal di pancia” sarebbe ovviamente Salvini, al quale – per salvare la Lega e proiettarla nel futuro – non rimarrebbe che una scissione. Intendiamoci: una scissione simbolica, una decina di persone, tanto per poter fare un gruppo parlamentare e “salvare l’anima”. In questo, sarebbe facilitato dalle risultanze delle analisi del voto: solo il 20% degli attuali voti della Lega proviene dalla vecchia Lega Nord, ossia i “duri e puri” della Padania Libera, ecc. Come avevo già sostenuto in un precedente articolo, il premier potrebbe essere Maroni, uomo “non sgradito” al PD e gradito alla Lega, precedentemente (e stranamente) “ritirato” dalla corsa (vincente) per la Regione Lombardia.
Politicamente, questa soluzione è assai gravosa per tutti: per Forza Italia, che proseguirà verso un ulteriore degrado (potremmo azzardare “geriatrico”), per la Meloni e la sua pattuglia di “Italiani” che non si capirà più a chi e per cosa si rivolgeranno, ma soprattutto per la Lega la quale, a differenza dei due compari, ha un leader, ha portato qualche idea nuova ed ha superato la barriera del confinamento regionale al Nord.
Ciò che colpisce, e mi fa pensare che sarebbe lo scenario più gradito dalle oligarchie, è che questo accordo non prevede un coinvolgimento politico del PD (che sarebbe difficilmente digerito dall’elettorato di destra e, contemporaneamente, più debole e controllabile): insomma, “responsabili” e nient’altro, in pieno accordo col lobbismo in auge nel Parlamento Europeo.

2 – Il M5S scende dal piedistallo e fa un accordo politico, di legislatura, con il PD. Non è una strada facile per due ragioni: per prima cosa ci sarebbero molte resistenze interne (che verrebbero “sanate” con una velocissima consultazione “on line”) ma, soprattutto, bisognerebbe trovare una controparte, ossia qualcuno che, nel PD, possa garantire solidità e serietà d’intenti. La differenza fra il centro-destra ed il M5S è tutta qui: mentre per la prima soluzione basterebbe un “accordicchio” senza tante pretese, nel secondo caso il M5S si gioca futuro e sopravvivenza politica, tutto sulle spalle di un Di Maio qualunque. Personalmente, la vedo molto dura e rischiosa proprio per i pentastellati, oltre che difficilmente praticabile: fino a ieri volavano insulti ed ora, tutti “responsabilmente”, assieme? Bisognerebbe che la fortuna (ciclo economico favorevole, accettazione del programma grillino, sfoltimento delle clientele elettorali, ecc)  li assistesse fino alle prossime elezioni, altrimenti la fine che è oggi del PD, domani sarebbe del M5S.

La Lega merita un breve approfondimento. Oggi, forse, Salvini morde il freno nell’alleanza di centro destra perché è un fattore limitante per la “Nuova Lega”: basta riflettere su come la pensano, FI e Lega, sulla riforma Fornero e sui rapporti con L’Europa. Vorrebbe tornare al voto, e comprendiamo il suo desiderio: andare avanti da solo, senza gli impicci del vecchio ciarpame.
Ma, se Salvini fosse andato da solo – per come è stata congegnata questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord (con Lega e FI divisi), in molti casi, avrebbe vinto il M5S ed avrebbe fatto veramente cappotto.
Se per il M5S è necessario un “bagno di realtà” per comprendere cosa significa governare un Paese, per la Lega è urgente un segnale di “novità”, ossia: fai parte anche tu del vecchio sistema oppure hai deciso di mollare gli ormeggi?

Come prima ricordavamo, c’è da chiedersi se l’impossibilità di un accordo M5S-Lega sia soltanto legato all’ostracismo delle oligarchie, preoccupate dalla quantità di “novità” messe in campo dalle due formazioni.
Io credo di no.

Non sottovalutiamo la portata di questa tornata elettorale, perché la novità non sta tanto nei numeri, quanto nel complesso numeri/idee: in nessuna tornata elettorale europea c’è stato un plebiscito così chiaro contro la gestione europea (Podemos non ha mai “potuto”) soprattutto se ciò avviene nella terza economia europea.
La calma, solo apparente, di Bruxelles – il fastidio mostrato da Juncker ad un giornalista che domandava lumi – tradiscono una sensazione di timore: la paura, in futuro, di non riuscire più a controllare l’Italia come stanno facendo con la Grecia.
In questo – dobbiamo dire – le burocrazie europee hanno commesso lo stesso errore di Renzi: hanno tirato troppo la corda, e se ne sono accorti. Possiamo attenderci un miglioramento delle condizioni economiche? Vedremo, dipende se sceglieranno il bastone o la carota, o se il mix farà pendere più la bilancia verso quest’ultima.
Perché, nonostante gli sberleffi che rivolgono alla nostra Nazione, siamo così importanti?

Oltre ad essere la terza economia europea, l’Italia è la via più breve fra la penisola iberica, il meridione francese e l’Est europeo. Sono questioni strategiche, legate alla delocalizzazione della produzione: sono soldi.
Provate a pensare ad un autotreno catalano che debba recarsi a Bucarest (tratta molto comune) e debba scegliere un altro percorso: dovrebbe salire fino a Basilea e, da lì, scendere in Baviera per proseguire attraversando l’Austria e un pezzo d’Ungheria.
Ma, nel caso l’Italia uscisse dall’UE, non ci sarebbe mica la chiusura delle frontiere! Dirà qualcuno.

Certo che non ci sarebbe.
Ma una nazione sovrana dovrebbe, per forza, controllare nuovamente le frontiere, magari imporre dei dazi doganali, ispezioni, controlli, limiti di velocità (da rispettare!)…insomma, inevitabile burocrazia. E i porti? Sapete cosa significa la burocrazia nei porti, se presa alla lettera?
Non per nulla i tedeschi hanno costruito (dopo il 1999, guerra del Kosovo) – a loro spese – la nuovissima autostrada Fiume – Dubrovnik, che arriva praticamente in Montenegro. Si sono creati una possibile alternativa (i porti della costa dalmata), per ovviare alla misera faccenda che dopo la 1° GM avevano perso (Austria-Ungheria) quei territori, poracci…

Insomma, per il Nord Europa che ci qualifica come PIIGS, è giunto il momento d’iniziare a riflettere: può darsi che questa volta riescano a sfangarla con le ipotesi 1 e 2 ma, alla prossima, calerebbe sicura la mannaia.
Ma noi, siamo pronti?

La risposta e no, senza nessun dubbio.

La vulgata imperante ci propone due forze, il M5S e la Lega, che non possono andare a braccetto per vari motivi: attenzione, è vero.
Tutto questo rimarrà vero fin quando guarderemo alle forze politiche con la vecchia ottica destra/sinistra, e le stesse forze politiche saranno condizionate da questo schema, un cane che si morde la coda. Volete qualche esempio?

Si narra che il M5S sia una forza “assistenzialista” – osservate: sembra proprio una critica che viene da “destra” – e la Lega un raggruppamento “forcaiolo”, specularmente una critica di matrice “sinistra”.

Si omette, invece, un altro dato: la Lega ha portato in Parlamento due economisti non certo ortodossi come Borghi e Bagnai, mentre il M5S ha portato Fioramonti e Roventini, entrambi su posizioni keynesiane. Insomma, la linea economica dei due partiti converge su una linea di “deficit spending” (proibita dall’UE, schiava dei dettami della cosiddetta “scuola di Chicago”, ossia Friedman) e sulla ri-definizione degli accordi di Maastricht, ossia su posizioni di serrata contrattazione, contrapposta alle varie proposte fallimentari di Bruxelles, il potere salvifico dell’austerità, ad esempio.
Vorrei far notare la differente natura del problema italiano: a differenza della Gran Bretagna – nell’ultimo secolo, la “perfida Albione” ha compiuto più di un “giro di walzer” con l’Europa Centrale, ed altrettante volte se n’è staccata – noi non discutiamo la nostra appartenenza alla Comunità Europea: semplicemente, non ci stanno bene le modalità scelte. O discutiamo seriamente ed alla pari, oppure ce ne andiamo.
Qui, il “sentire” dei due movimenti è abbastanza comune, completamente all’opposto del resto del parlamento.

Sul Reddito di Cittadinanza del M5S – che vero RdC non è, ma un semplice assegno di disoccupazione – bisogna riflettere che l’Italia è l’unico Paese industriale dell’Europa a non avere un sistema di protezione sociale, un assegno di disoccupazione che non lasci nel vortice della tragedia le famiglie italiane. E’ civiltà averlo, è sicurezza averlo, è progresso averlo.
Poi, modalità e bilanci li lasciamo agli economisti: sta a loro decidere se avallare i sempre più alti (e sempre più inutili, perché mal fatti) investimenti per la Guerra oppure deviare il flusso sulla sicurezza sociale. Queste elezioni, mi sembra abbiano parlato chiaro: nessuno vuole del semplice “assistenzialismo”, ma ricordiamo che Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti qualcosa del genere ce l’hanno da decenni.

Così è per la questione dei migranti: identiche contrapposizioni da campagna elettorale, perlopiù appoggiate su dati fuorvianti: vorrei sapere quanti, fra quelli che hanno votato Lega, li conoscono. Sono l’esatto contrappunto di quelli che si sono recati ai CAF per ricevere – subito! – il RdC grillino.
Vediamo i dati (fonte: UNhcr): nell’intero 2017 sono sbarcati in Italia 111.247 persone, 29.718 sono sbarcate in Grecia e circa 22.000 in Spagna. Considerando l’intera Europa, sono giunte 171.332 persone, 5022 sono annegate nel Mediterraneo.
Non mi sembra proprio un’invasione: nel frattempo, nel 2017 abbiamo avuto un saldo demografico negativo di ben 183.000 persone (fonte: Wikipedia).

Dov’è il problema?
Il problema, molto semplice, è che quelle 111.247 persone rappresentano circa il 65% delle persone sbarcate in Europa, e sono rimaste in Italia! Se fossero state distribuite sull’intera popolazione dell’UE, ne sarebbero rimaste circa un decimo, e nessuno se ne sarebbe accorto, poiché diecimila persone sono funzionali alle dinamiche occupazionali italiane. Non nascondiamoci che i giovani italiani certi lavori non li vogliono proprio più fare.

Così, abbiamo dovuto goderci pure il sarcasmo di Macron: “Eh, se gli italiani non sono capaci di proteggere le loro frontiere…” Cos’abbiamo risposto? Abbiamo chinato il capo ed abbiamo inviato 500 soldati in Niger – questa dovrebbero proprio spiegarcela – forse per sorvegliare meglio le miniere francesi di Uranio? Lavoriamo per Areva? Quanto costerà la missione?

“Le missioni in Niger, Tunisia, Libia…costeranno 125 milioni per il 2017…tuttavia, occorrerà reperire entro il 30 settembre 2018, con un ulteriore apposito provvedimento normativo, ulteriori 491 milioni di euro…” Fonte: Today).

Come notate, nessuno fiata per inviare soldati in Africa per avere una fetta di torta, salvo poi stracciarsi le vesti se gli abitanti se ne vanno. Ah, la Lega si astenne su questo provvedimento, il M5S e LeU votarono contro.
E nessuno si meraviglia e s’incazza se spendiamo mezzo miliardo di euro per mandare i soldati in Niger, no: soltanto per i migranti.
Quel mezzo miliardo, lo pagheremo noi: vedete dove non siamo uniti? Vedete dove la vecchie abitudini destra/sinistra ci calano addosso?

Per essere più realisti del Re, possiamo notare che quel mezzo miliardo sarà, probabilmente, un investimento per l’ENI o magari per ricevere appalti, altro ancora…ma non lamentiamoci, dopo, se arriva della gente, perché siamo là per saccheggiare risorse africane! Gheddafi s’opponeva a tutto ciò: com’è finito?

Varouflakis, ex ministro dell’Economia greco, ha un’opinione drastica sul futuro italiano:

“…grillini e leghisti sono destinati a ripetere lo stesso errore di Renzi. La fine possibile, insomma, è che una volta al governo i partiti “anti-sistema” si ripieghino nel sistema, come accadde a Tsipras…è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta”.

Facciamo pure la tara a Varouflakis (qui generalizza, come se l’esperienza greca fosse la maledizione di Giove che colpisce urbi et orbi), però indica proprio il rischio che corriamo (alleanze a destra o sinistra, poco importa), ed il rischio è proporzionale alla mancanza di consapevolezza della popolazione su cosa vogliamo, e su come desideriamo venga attuato. A Varouflakis potremmo, però, ricordare che l’Italia non è la Grecia: siamo la terza economia europea, il secondo apparato industriale, abbiamo decine di porti e commerciamo con tutto il Mediterraneo ed oltre.

Il concetto “qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte” mi sembra un poco eccessivo: qualsiasi progetto nasce da precedenti accordi, ed ogni accordo è generato da lunghi incontri e confronti. Proprio quello che non avvenne per la nascita dell’UE: decenni al passo di tartaruga, poi l’improvvisa accelerazione dovuta al crollo dell’URSS, infine il raffazzonato “allargamento” per sfruttare il “sonno” ex sovietico, l’era di Eltsin. Anche per nuove politiche, nuovi accordi, nuovi scenari…ci vuole tempo. Ma ci vogliono nuove politiche, nuovi accordi e nuovi scenari.

E domandiamoci, infine, com’è stato possibile un tale rivolgimento.
Tentano di dipingerlo con i colori del “Ancien Régime”, ma da ogni parte c’è un pezzo che non collima più, qualcosa che non funziona…in fondo, le prima parole pronunciate da Di Battista sono le più vere “Oggi è nata la Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini”. Punto e basta.

Come è riuscita a nascere? Quali sono stati i prodromi?
Tutto è nato circa una quindicina di anni fa, con l’accesso di molte persone a nuove piattaforme d’informazione, piattaforme che sono state accettate con alzate di spalle dall’informazione “paludata”: loro, con i loro direttori responsabili, con le loro “gavette” per arrivare a scrivere i necrologi, con i loro giochi al vertice per le direzioni dei quotidiani…ascoltavo Calabresi e mi pareva di sentire un Papa…tutto al macero: oggi, se la carta stampata sopravvive, lo deve alle edizioni Web.

Una marea d’informazione incontrollata ed incontrollabile – solo, purtroppo, limitata dalle diverse lingue – e, oggi, abbiamo accesso ad un colossale “doposcuola” che ci racconta tutto di tutto, che ci può informare, presto e bene, ed è una comunicazione a due sensi: si legge, si ragiona, si commenta. Certo, le nostre capacità critiche sono messe a dura prova, ma…i risultati si vedono!
Forse, oggi, i nuovi partiti hanno bisogno di strutture più agili per percepire i bisogni – ma anche le proteste o le idee – dell’elettorato, perché fatto di cittadini, prima che elettori.
Queste strutture dovranno per forza nascere, poiché sono l’anello mancante, nel nostro Paese, fra la fase decisionale (la Politica, il governo, ecc) e la base che non accetta più di ricevere per “gentilezza divina”.
Esistono sì delle “fondazioni” ma hanno l’unico scopo di fare lobbismo, oppure di fungere da strutture “coperte” per ricevere fondi: mai nulla di veramente utile, nel senso di cultura, idee, proposte, esce da quei luoghi.
Potranno essere nella forma dei “Think Tank” americani, ma non legati alle lobbies con il collante fiscale, bensì libere da ogni imposizione: magari sovvenzionate, sulla base della cultura (utile, vera, praticabile) e “raffinate” dal Parlamento per farle diventare leggi.
Hanno finanziato la stampa per decenni, al solo scopo d’imbrigliare il Paese in una rete di menzogne ben congegnate, nulla vieterebbe di sovvenzionare chi produce cultura, innovazione, in tutti i campi: oggi è ancora troppo presto per parlarne. O no?

Di certo, migliaia, milioni di siti e blog hanno generato questo fenomeno: di questo sono arcisicuro. Per questo sono poco interessato alle mille alchimie che i giornali intessono per far ri-precipitare il nuovo nel consueto, nell’ovvio, nel “responsabile”. Roba vecchia, non più attuale.

Conoscere, informare, è la base del progresso: il solo progresso tecnologico non basta, poiché se l’innovazione tecnologica ci cambia, produce dei mutamenti sociologici e tali cambiamenti è possibile governarli, al meglio, solo con la conoscenza ed il confronto.

Per concludere, mi torna alla mente la Rivoluzione Francese, laddove l’Illuminismo “bruciò” in pochi decenni secoli d’oscurantismo: in questo, aiutato da Luigi XVI, che investì parecchio nell’istruzione. Paradossale, vero?
Contraddizioni del capitalismo: ha avuto bisogno della rivoluzione informatica per controllare meglio il Pianeta e, proprio da quella rivoluzione, nasce l’istanza che chiede più diritti, per semplice diritto di nascita. Curioso, vero?

05 marzo 2018

Dead Men Walking

Ho spento la Tv ed ho fermato il collegamento Internet: mai, come in questo momento, c’è bisogno di ragionare su quanto è capitato in una notte – onomatopeico – molto “stellata”. Il successo del M5S non è una novità, non sappiamo ancora quanti parlamentari avrà con precisione, ma il dato è certo: nessuna maggioranza (coerente) ci potrà essere senza di loro, e questo sarà un problema per Di Maio & soci, ma diamo tempo al tempo.
L’altro dato è l’affermazione della Lega, che vede ora Salvini – un ottimo capopopolo – alle prese con una partita difficile, poiché dovrà pensare come uno statista.
Non dimentichiamo una prece per i due scomparsi dalla scena politica: padre e figlio – seduti su scranni solo apparentemente opposti – sono stati cancellati dall’abbecedario della politica italiana. Sparisce la P2 di Silvio Berlusconi e la Massoneria di Matteo Renzi, anche se, nella roccaforte fiorentina, riescono almeno a mandarlo in Parlamento. Paradosso: Renzi entra finalmente in Parlamento soltanto per spazzare i cocci e gettarli nella pattumiera.

Altra domanda: la Mafia ha votato?
La Mafia vota sempre, ma ha puntato – in una complessa trattativa con il potere politico, nella quale è oramai difficile tracciare il confine fra cooptati e cooptanti – sul cavallo sbagliato, perché uomini cresciuti alla scuola dei Riina e Provenzano non hanno potuto comprendere la portata del mutamento in atto, si sono sentiti “coperti” dalle mille proficue “collaborazioni” con gli ultimi scagnozzi del potere e non sono stati in grado di capire che erano soltanto più vuoti simulacri.

E’ giusto parlare di rivoluzione, perché il popolo ha premiato le uniche forze che introducevano nel discorso politico termini nuovi: il reddito di cittadinanza, l’Europa e l’Euro, la fine delle varie “austerità”…insomma, un percorso di uscita per un’Italia – la terza economia europea – che non ci sta a scendere nell’Averno dei vinti senza combattere.
E’ lì da vedere: l’unica maggioranza politicamente coerente è una costosa, per entrambe le forze politiche, franca consultazione fra il M5S e la Lega. Costosa perché?

Poiché entrambe le forze politiche dovranno concentrarsi sui punti salienti che le accomunano – la questione europea in primis – ed abbandonare le frange più estreme dei loro schieramenti (razzismo o pietismo, supremazia del Nord o visione unitaria del Paese, ecc). Questioni, a ben vedere, che nascono entrambe da un’assurda costruzione europea: i migranti giungono in Italia, ma gli altri Paesi “fratelli” chiudono le frontiere e non li vogliono. “Concedono” all’Italia d’indebitarsi per sopperire al problema.
Anche la questione settentrionale nacque da un’idea del sen. Miglio (poi di Bossi): sganciare il Lombardo-Veneto dalla Nazione. Fallita poi perché nessuno in Italia voleva imbracciare le armi per difendere la secessione. Oggi, all’interno della Lega, sono soltanto più 1/5 gli “irriducibili” legati a quegli scenari: i tempi cambiano, le generazioni passano.

Il M5S ha commesso, a mio modo di vedere, un errore presentando anzitempo la squadra di governo ed affermando che potevano accettare soltanto appoggi esterni, senza ministri altrui: uno scenario ben difficile da immaginare. Con Bagnai e Borghi lasciati fuori della porta?

La vera novità di queste elezioni non è tanto la caduta agli Inferi del PD (ampiamente prevedibile), bensì il modificarsi dei rapporti di forza all’interno della “destra” italiana: voglio precisare che userò ancora i termini “destra” e “sinistra” in modo strumentale, laddove occorrerà precisare alcuni passaggi.

Qualcuno, in un articolo, pavesava il rischio che il 99% degli elettori finisse per votare l’1% delle oligarchie: precisiamo, se seguiamo la distribuzione dei redditi in Italia secondo l’indice di Gini, dobbiamo parlare di 10% che possiede il 50% della ricchezza, e del restante 90% al quale resta il rimanente 50%.
Ebbene, fra Forza Italia e la Lega s’è visto chiaramente come la dicotomia di un’alleanza innaturale (secondo le istanze populiste) è franata: con Forza Italia sono rimasti (grosso modo) quei 10 italiani su 100 che desideravano mantenere la propria ricchezza, mentre chi non aveva quei redditi si è spostato verso Salvini. Il quale, a sua volta, aveva tolto quel ingombrante “Nord” dal simbolo e ne ha tratto, inevitabilmente, frutti.

Se seguiamo i flussi elettorali, notiamo che il M5S ha guadagnato molti consensi in aree prima del PD, mentre la Lega ha fatto lo stesso con Forza Italia.
Oggi, 5 Marzo 2018, possiamo verificare il fallimento d’entrambe le aree interclassiste: una legata al potere finanziario ed industriale del Nord, l’altra più radicata nel mondo delle amministrazioni pubbliche. Ma, entrambe – seppur con valori diversi – garantite, in un panorama di grande incertezza economica sociale.
“It’s economy, stupid!”: con questa frase, sappiamo, Clinton vinse su Bush padre, e non va dimenticata.

All’interno del PD – grande “bestione metaforico” (come definì il compianto Preve l’allora PCI) – la “tenuta” è venuta meno, perché soprattutto i giovani hanno provato sulla loro pelle le ferite del liberismo imperante, liberismo che i vertici del partito avevano sposato.
Così, molti ex votanti di Forza Italia hanno ritenuto più “rassicurante” gettarsi su Salvini, che prometteva l’abolizione della Fornero (che corrisponderebbe a maggiori ingressi dei giovani nei posti di lavoro lasciati dai padri).

Ma, inutile girarci attorno, le due forze sono legate soprattutto dal comune approccio verso politiche keynesiane di deficit spending, che consentirebbero al volano dell’economia di riprendere a girare, con valori ben più alti rispetto ai soliti 1,qualcosa ai quali siamo abituati. Ma l’Europa è contraria, questo è una dato assodato.

Fare un governo M5S-Lega? E’ probabilmente l’unico possibile, ma sarebbe un governo fuori controllo rispetto ai paradigmi esistenti: un governo che potrebbe chiedere un referendum consultivo sulla questione europea per poi, magari, aprire un franco (senza tante manfrine) confronto per la revisione dei trattati di Maastricht. Se fallisse questo approccio, l’uscita dall’UE e dall’Euro sarebbe inevitabile.

Entrambe le forze politiche hanno, però, al loro interno forti resistenze dovute a diffidenze reciproche, dovute ad un passato che pesa, a tradizioni molto diverse: in altre parole, questo risultato sembra essere arrivato troppo presto ma, d’altro canto, rappresenta la misura di quanto gli italiani sono stufi.

Altre soluzioni?
Un’ammucchiata generale – una convention ad escludendum contro il M5S – la vedo molto peregrina: forse il M5S gradirebbe tornare al voto fra un anno e, allora, fare veramente cappotto. Ma gli altri non sono così scemi: oggi, Renzi e Berlusconi hanno puzza di morto addosso mentre conservano una discreta spocchia, alla quale pochi credono ancora.
Meglio, allora, andare all’opposizione e cercare di frantumare i due nuovi partiti coalizzati facendo leva sulle loro contraddizioni interne.

Un sostegno di tutti al governo Gentiloni?
A cosa servirebbe? A mostrare ancor più la condizione dell’Italia, non più in grado di gestire le proprie difficoltà interne? Un bel biglietto da visita!

Sul tavolo del Presidente della Repubblica s’accumulano carte su carte, e sono tutte poco gradite da quel vecchio democristiano che è Mattarella. Un Presidente che si è mostrato assai debole, oggi, si trova fra le mani una delle patate bollenti più scomode del dopoguerra. Cosa s’inventerà?

Difficile dirlo, ma una cosa è certa: Mattarella dovrà lasciare i sicuri ormeggi di una politica segnata da un tran-tran quotidiano prevedibile e facilmente gestibile. Il “nuovo” è giunto, improvvisamente, come, in tempi antichi, il cavaliere che bussa alla tua porta per chiederti se sei pronto a metterti alla testa dell’esercito, pronto a partire.
Ne avrà la forza?