29 novembre 2010

Wikiflop



Doveva essere “L’11 Settembre della diplomazia”: è stata una fetecchia.
Probabilmente, qualche suora di clausura o qualche guardiano di faro s’è meravigliato per i termini ed i giudizi apparsi su Wikileaks, gli altri – almeno quelli che non ripetono come pappagalli i “versi” dell’informazione mainstraem (Giornali, Tv, Web, ecc) – sono andati a leggere i risultati del calcio.

Ovviamente, prima delle “rivelazioni” di Wikileaks, tutti immaginavamo che Hillary Clinton si rivolgesse ai suoi collaboratori pressappoco in questi termini: «Quel Silvio Berlusconi appare un tantino sopra le righe per quanto attiene la sua vita privata, ed intesse rapporti con leader internazionali legati al mondo petrolifero: di grazia, qualcuno potrebbe avvisarlo di tenere una condotta, almeno pubblicamente, più morigerata?»
Oppure, gli israeliani: «Temiamo, gentilissima signora Clinton, che il Presidente iraniano Ahmadinejad sia poco disposto ad ascoltare i nostri problemi relazionali con la controparte palestinese ed il mondo arabo e musulmano: perciò, riteniamo che le vostre profferte ed i vostri tentativi di condurlo al nostro fianco siano destinati a fallire. Anche i governanti sauditi si sentirebbero più sicuri qualora le vostre attività aeronavali nel Golfo Persico assumessero toni più sostenuti. Ringraziando per l’attenzione…»
Parla come magni, e così è stato mostrato.

Addirittura, la “notizia” che l’Iran aveva acquistato missili e tecnologia balistica in Corea del Nord, ed era dunque in grado di colpire alcune aree europee, l’avevo già scritta io nel 2002 e pubblicata nel 2003 – “L’impero colpisce ancora” (Malatempora) nel capitolo che riguardava l’Iran – quando Wikileaks manco esisteva e Assange era probabilmente uno studentino.
C’è una morale? Perché la diplomazia è in subbuglio?
Anzitutto, il timore è probabilmente rientrato quando s’è visto il reale potenziale delle “bordate” di Wikileaks, ma un modesto risultato è stato raggiunto. Veramente modesto.

Da parte d’alcuni analisti in campo sociologico, si poneva l’indice sulla straordinaria similitudine fra il mondo greco antico e la nostra epoca, laddove il jet-set, la classe politica e le star delle Tv avevano assunto ruoli paragonabili a quelli degli antichi Dei dell’Olimpo.
E’ curioso notare come vi sia addirittura una gerarchia di questo rinnovello Olimpo de no antri, con gli Dei maggiori occupati da gravi problemi che si dilettano nei baccanali con ninfette e fauni. In fin dei conti, luoghi come il Billionaire o la Costa Smeralda, cos’altro non sono se non il corrispettivo delle dimore celesti? E il Grande Fratello, non è forse una “via” di selezione per divenire fauni, ninfe e poi semidei? E il calcio?

Una vulgata neoclassica, durata due millenni, ci ha consegnato un Olimpo asettico e ripulito, splendente dalle volte dei palazzi nobiliari, nei luoghi dove una rappresentazione sacra non era consigliabile. Ma, quegli “Zeus” dipinti erano tanto, ma tanto somiglianti al Dio cristiano del Paradiso, ovviamente immune da qualsiasi “contaminazione” umana.
Abbiamo così dimenticato – d’altro canto, due millenni! – che l’Olimpo era una trasfigurazione, seppur nobile, delle vicende umane e, soprattutto, delle pulsioni dell’animo umano: superfluo citare le mille vicende mitologiche nelle quali appare il quotidiano dissidio fra gli Dei e, via via scendendo nella gerarchia, fino ai personaggi minori.
Qualcuno avrà quindi scoperto che sono preda, come noi, di pulsioni e fanno sgambetti appena possono, a tutti, senza distinzione di sesso, nazionalità e religione: non nutrivamo dubbi.

Anche le pretese “rivelazioni” su questi o quei piani di guerra, le “riflessioni” sugli scenari internazionali, sono pane comune a Washington ed al Pentagono: ogni situazione viene attentamente analizzata e viene chiesto ai generali di stendere anzitempo dei piani di guerra o d’intervento armato. E’ la prassi comune: l’errore che alcuni analisti commettono – gridare alla guerra all’Iran una volta il mese – è quello di scambiare quegli studi militari, quelle simulazioni con i “desiderata” delle alte sfere politiche. Niente di più falso: è il corrispettivo militare tattico/strategico dell’attività d’intelligence, nulla più.
Poi, che sia stato rivelato che i “nuovi Dei” usavano dire “cazzo!”, come tutti i mortali, non ci sembra una notizia degna di chissà quale importanza: fra pochi giorni, tutto sarà passato e torneremo ad interrogarci su qualche vicenda fiscal/diplomatico/erotica del nostro beneamato premier.

Proprio oggi, in Iran, è stato ucciso mediante un’autobomba uno scienziato che lavorava al programma nucleare iraniano ed un altro è stato ferito: noi, che non abbiamo mai seguito Wikileaks, riteniamo ovviamente che i due fisici abbiano scherzato un po’ troppo con il fuoco, magari mentre preparavano di nascosto dei mortaretti per i loro figli e che i servizi segreti, in questa faccenda, non c’entrano nulla.
In Italia, invece, la classica casalinga di Voghera (poveracce, ‘ste casalinghe di Voghera…sempre prese di mira…) penserà di Berlusconi: “è un vecchio bavoso che rincorre le ragazzine – lo ha detto anche quel Uichilecs – però mi ha tolto l’ICI. Basta che non tocchi mia figlia, e che mi frega di lui?”

Parliamo di cose serie, che è meglio.


Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

26 novembre 2010

Dottor Scotti!



Una bella storia

Finalmente una buona notizia: il prof. Veronesi ha comunicato l’esito di una ricerca[1], mediante la quale sarà possibile ottenere delle diagnosi più precise per il tumore al polmone e, soprattutto, quelle diagnosi potranno evidenziare l’insorgere del male quando ancora non presenta sintomi evidenti, dando così la possibilità ai medici d’intervenire rapidamente e con ottime probabilità di successo.
Sempre Veronesi, ha affermato che il test dovrebbe essere fornito gratuitamente ai fumatori, poiché potrebbe salvare migliaia di vite l’anno.
Su quel “gratuito” – per come va oggi l’andazzo della Sanità – ci permettiamo d’avere qualche dubbio, ma l’intenzione è buona e speriamo che ascoltino Veronesi.

Una storia italiana

L’altra notizia – che non ha avuto certo il privilegio di finire sulle prime pagine dei grandi quotidiani – riguarda invece la Riso Scotti, una delle principali aziende italiane di produzione e raffinazione del riso, che ha sede a Pavia e coltivazioni in Italia e nell’Europa dell’Est, nell’area danubiana.
La Scotti, però, non limita la sua azione alla semplice produzione e commercializzazione del riso, bensì “spazia” nel settore dell’energia, ed ha creato l’apposita divisione “Riso Scotti Energia”[2].
Cosa fa la Scotti nel ramo energetico?

Produce energia elettrica utilizzando gli scarti della produzione: nel riso, la parte della pianta utilizzabile a fini alimentari è meno della metà (secondo i prodotti ed il tipo di lavorazione: riso brillato, integrale, ecc). Siccome la produzione d’energia elettrica avviene utilizzando biomasse, la Riso Scotti Energy gode del trattamento di favore che lo Stato riserva per quelle produzioni, ossia quelli derivanti dai fondi CIP6 che tutti paghiamo sulla bolletta elettrica.
Avevo già indicato in un precedente articolo (Biomasse in salsa italiota[3]) come le biomasse utilizzate in questa forma – e non per il riscaldamento degli ambienti – servano principalmente ad arricchire i soliti noti, ma andiamo avanti e rimandiamo alle considerazioni già esposte in quell’articolo.

Succede, proprio nel Novembre del 2010, che parta un’indagine sull’impianto a biomasse dell’azienda sito nel comune di Pavia: l’indagine prende il via da Grosseto ma, per competenza territoriale, è la Procura di Pavia ad occuparsene.
Quella che appare, è una tragedia ambientale.
Stupisce che la notizia non sia rimbalzata sui grandi network né abbia avuto il giusto risalto: Beppe Grillo se n’è occupato, ma i grandi giornali hanno taciuto, il che fa tornare alla mente la “dimenticata” vicenda delle navi affondate in Calabria, che parevano essere una, due, sei, otto…e tutto terminò con un relitto della Prima Guerra Mondiale. Ed una motonave – la Jolly Rosso – abbandonata sull’arenile non si sa perché.
Ma torniamo a Pavia.

La produzione del riso, in Italia, è di circa 1,3 milioni di tonnellate (secondo l’anno, la meteorologia, ecc): siccome questa cifra indica solo la parte del cereale utilizzabile ai fini alimentari – che è circa il 50% del totale – possiamo ipotizzare almeno 1 milione di tonnellate di biomassa utilizzabile ai fini energetici.
Quanto, di questa biomassa, è stata utilizzata nell’impianto della Scotti?
Non possiamo saperlo, però possiamo ipotizzare che diverse decine di migliaia di tonnellate, forse centinaia, erano ogni anno incenerite a Pavia per produrre energia, guadagnare ed incassare i contributi statali: dall’inchiesta, pare che siano stati almeno incassati 30 milioni di euro solo nel biennio 2007-2009.

Come funzionava l’andazzo? Semplice.
Nello stesso periodo, l’azienda accettava lo “smaltimento” di rifiuti fra i più disparati:

L’impianto di coincenerimento Riso Scotti Energia spa posto sotto sequestro nel Comune di Pavia utilizzava secondo gli inquirenti nella produzione di energia elettrica e termica, oltre alle biomasse vegetali, rifiuti di varia natura - legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane e industriali e altri materiali misti - che per le loro caratteristiche chimico-fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti - cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri - previsti dalle autorizzazioni.”[4]

La quantità di rifiuti incenerita illegalmente nell’impianto della “Scotti” – ad oggi, secondo le attuali stime degli inquirenti – s’aggira intorno alle 40.000 tonnellate. Una catastrofe: significa che sono stati inceneriti i carichi tossici di quasi 1.500 autotreni!
Non contenti, rivendevano l’intruglio di pula di riso e monnezza ad altre aziende, le quali producevano pannelli per l’edilizia e, addirittura, la “pozione” era fornita ad aziende agricole come lettiera per l’allevamento dei polli: uova coloratissime, al Cromo.
Era tutto segreto?
No, tanti sapevano, al punto che il Presidente dell’AMIA (gestione rifiuti) veronese – Paolo Paternoster – lo ammetteva candidamente[5]:

Siamo al 48% di materiali riciclati…” afferma contento Paternoster ed aggiunge “Attualmente, all’interno del termovalorizzatore i cui forni sono spenti da tempo, funzionano le linee per la produzione del CDR, che viene smaltito dall’azienda alimentare Riso Scotti di Pavia…”

“Smaltito”?!? “Alimentare”?!?
Il buon Paternoster si “lancia” addirittura nella previsione di una diminuzione dei costi della tassa sulla spazzatura per i veronesi: guardate come siamo bravi! Recuperiamo e vi facciamo spender meno!

Siamo alla follia estrema: la mano destra non sappia cosa fa la sinistra, le tre scimmiette non vedano, sentano ed odano nulla. Solo l’indice destro sia attivo, per cliccare sul mouse e verificare a quanto ammonta il “giro” di soldi che si guadagna grazie alla monnezza. E, questa volta, è monnezza nordica, delle terre leghiste, “verde”.
Ovviamente, qualcuno sapeva e stava zitto. Ecco il “giro” dei monnezzari:

Oltre all’arresto di Giorgio Radice, l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo dell’impianto di coincenerimento della Scotti Energy a Pavia, situato in via Angelo Scotti, e la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di Massimo Magnani, direttore tecnico dell’impianto; Giorgio Francescone, consigliere delegato e responsabile dell’impianto; Cinzia Bevilacqua, impiegata amministrativa dell’impianto; Marco Baldi, responsabile del laboratorio di analisi chimiche Analytica srl di Genzone (Pavia); Silvia Canevari, tecnico responsabile del laboratorio Analytica; Alessandro Mancini, intermediario e Amministratore Unico della Mancini Vasco Ecology srl di Montopoli in Valdarno (Pisa).”

C’è chi sta zitto e chi, invece, pensa d’esser più furbo degli altri e canta, come la gallina quando fa l’uovo. E’ il nuovo responsabile della Analytica – Filippo Camoni – che si fa vivo per affermare:

Il dott. Marco Baldi non è più titolare del laboratorio Analytica e che lo stesso laboratorio - che rappresento - non vuole essere accomunato alla vicenda.”[6]

Beh…certo che “non è più” ma, se la lingua italiana è ancora intelligibile, significa che “lo è stato”, o no? Non riteniamo, sig. Camoni, di doverle citare Aristotele.

I dubbi, però, riguardano il danno ambientale reale che c’è stato in questi anni: nessuno ha visto niente? A cosa servono, allora, quelle costosissime centraline per l’analisi dell’aria? Le nanoparticelle generate da quelle 40.000 tonnellate di schifezze, nessuno le ha notate? Tutti sono a posto, con la coscienza tranquilla? E i dati forniti, in quegli anni, dalle analisi dell’aria? Com’è possibile che 40.000 tonnellate di rifiuti se ne vadano per l’aria e nessuno s’accorga di niente? O i dati sono stati taroccati, oppure le centraline non “beccano” una mazza.
Nessuna novità: sarà come per l’aumento dei carcinomi in Calabria il quale – ovviamente – non c’entra nulla con quello che c’è in mare e nemmeno ha a che fare, per la Campania, con tutto quello che è stato sotterrato.
Stupisce (ma non troppo) la precisazione:

“«Non ci sono atti di indagine sugli impianti di produzione del riso», precisa il Corpo Forestale dello Stato.”

Non stupisce più di tanto perché, questa vera e propria associazione a delinquere che ha avvelenato il pavese, non si poneva il problema dei cicli naturali: per loro, l’unica cosa ad aumentare era il conto in banca.
Dove si produce il riso?

Principalmente nelle province di Vercelli, Pavia e Novara.
Immaginiamo che, per alcuni anni, degli appositi autotreni con impianti nebulizzatori avessero scorrazzato in lungo ed in largo per le strade di quelle aree, propalando ai quattro venti una miscela aerosol di 3-4 benzopirene, diossina, Cromo, Piombo, Mercurio…avanti e indietro, per anni.
Mangereste quel riso?
Tanto non potete farci niente: come i soldi, anche il riso del supermercato non ha odore, ci saranno altri che certificheranno la buona qualità del prodotto, come la terra in Campania e l’acqua in Calabria.
Ma, quel lurido camino che per anni ha sbuffato fuori veleni, ha avuto – a causa dei venti, delle nebbie, delle piogge – lo stesso effetto dei camion sopra citati: la diffusione nelle acque, nella terra, nei muri, nelle piante, nelle strade, negli stagni…

Crediamo bene che i grandi quotidiani abbiano appena sfiorato l’argomento, perché non si può raccontare alla gente che migliaia di tonnellate di sostanze fra le più cancerogene che esistano sono attualmente presenti nei loro campi, nei loro giardini, persino nella terra dei vasi sul terrazzo.
E – ironia della sorte – quella gente ha pagato una tassa aggiuntiva sulla bolletta dell’ENEL per avere “energia pulita”!
Infine, ci domandiamo cosa il prof. Veronesi dovrà inventarsi per l’oltre mezzo milione d’abitanti[7] della Provincia di Pavia, sui quali – nel generale silenzio dei grandi media – sono precipitati addosso i residui di 40.000 tonnellate di rifiuti tossici. Auguri, professore: forse dovrà campare fino a 140 anni, per scovare le contromisure.

Conclusioni

Sarebbe stolto osservare questa vicenda come la solita “mela marcia”, “mosca bianca” o roba del genere: questo è l’andazzo del Belpaese, che sarebbe meglio definire il “Malpaese”. Perché?
La risposta è nella nostra Storia: mai come nel nostro caso, vale la morale del bellissimo film di Liev Schreiber “Ogni cosa è illuminata”. E’ illuminata dal passato: dalle vicende vissute dalla popolazione, dalle loro risposte, dall’infinito ripetersi dei comportamenti interiorizzati. E il richiamo alla Storia non è un volo pindarico, una favoletta per allocchi: solo là troveremo le ragioni del nostro essere oramai immuni da ogni forma d’indignazione, di sussulto d’orgoglio, di dignità.

Si cominciò col credere che un vigoroso impulso risorgimentale avesse travolto una terra divisa in mille fazzoletti per riunirla: sbagliato. Furono semplicemente attuate le direttive britanniche, per creare nel Mediterraneo un contraltare all’espansionismo francese[8], mentre i veri rivoluzionari erano al confino od erano stati prudenzialmente fucilati anzitempo.
Si passò quindi all’infinita vulgata dell’italiano “brava gente”, che scendeva da Andalù per costruirgli strade, ponti e donargli il sorriso: sbagliato. Pochi popoli furono brutali come gli italiani nei confronti delle popolazioni indigene: decimazioni, stragi – un milione di morti in Libia (1/8 della popolazione!) solo durante la fase di “pacificazione” degli anni ’30 – e campi di concentramento come quello di Arbe (Rab), dove si moriva di fame e di stenti. Che trovino il coraggio di trasmettere il noto documentario Fascist Legacy, con il commento del prof. Del Boca, perché un’altra storiografia esiste.

In economia, s’iniziò con Tangentopoli 1 nel 1892, lo scandalo della Banca Romana: si scoprì che la classe politica s’era abbondantemente rifornita di denaro (addirittura falso ed in doppia serie!) dalle casse della banca, per investirlo nella nascente industria pesante italiana, ad esempio la Terni ed i cantieri Orlando. Nel frattempo, le lamiere italiane costavano il doppio e valevano la metà rispetto a quelle della Krupp.
Venne Tangentopoli 2, nella quale Mussolini stipulò un Concordato con il Vaticano per avere, in cambio, appoggio dallo IOR per le costruzioni belliche: anche qui, la qualità fu al primo posto, al punto che nel 1943 la FIAT aveva ancora in produzione il biplano (!) CR-42. Stupirà sapere chi ricevette numerose commesse per l’approvvigionamento dell’Esercito: la famiglia Petacci.
Si giunse – dopo “cambi della guardia” all’ENI in “formato” aereo che cade, e al sistema bancario con “impiccagioni” sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, più stricnina nel caffé – a Tangentopoli 3, che si prese al balzo per regalare ai privati l’apparato produttivo pubblico.
Siamo a Tangentopoli 4 (5? 6?)…Mulinopoli in Sardegna e Sicilia, Monnezzopoli in Campania, Calabria, Lombardia…ovunque…

Proprio oggi, il governo teme che Wikileaks pubblichi chissà quale nequizia nei suoi confronti: noi aspettiamo ancora di conoscere la verità su Piazza Fontana, su Ustica, su Brescia…persino sul Moby Prince! E vorremmo sapere perché “l’anarchico” Bertoli voleva tirare una bomba a mano a Rumor, oppure facciamo finta di credere alle verità confezionate come Bologna o Calabresi. Che ci frega di quello che dirà Wikileaks? Abbiamo tonnellate di punti interrogativi di nostro, da soddisfare!

Non raccontiamoci frottole: siamo un popolo marcio nei suoi fondamenti, nel suo midollo, nel suo sangue malato, nel latte che le madri danno ai loro figli, inconsapevolmente contaminato da montagne di bugie: la monnezza è dentro di noi, non solo fuori.
Quando non sappiamo più come salvarci alziamo le spalle, sbuffiamo e citiamo qualche motto latino: “Malatempora currunt”…eh, che ci volete fare…“De minimis non curat praetor” eh, ma quello chi è? Ma che ci frega di lui! Quell’altro, perché ha raccontato che ci comprammo la partita con il Camerun, è caduto in disgrazia? Eh, “Sic transit gloria mundi”. Maledetto Latino.

E qualcuno ancora si meraviglia, se un’azienda rinomata e solida raccontava di bruciare biomasse, e invece impestava proprio i terreni che coltivava con migliaia di tonnellate d’inquinanti? Ci sarebbe stato da meravigliarsi per il contrario.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

25 novembre 2010

La falsa Violetta



Sarà che stavo ascoltando una delle mie composizioni preferite – gli Ultimi Quattro Canti (Vier Letzte Lieder) di Richard Strass – ed ero dunque pervaso dall’atmosfera decadente del compositore, appena segnata da qualche timida primula di morente romanticismo. Sarà che l’Inverno si sta presentando con i suoi toni più spicci, ricordandoci la nostra caducità ma anche l’importanza di saper tenere la schiena ritta. Sarà che ero lontano dallo spicciolare le notiziole politiche. Sarà.
Così, quando ho letto che Mara Carfagna vuole salutare Silvio Berlusconi ed andarsene, sulle prime l’ho incasellata nell’avventura romantica: come dimenticare quel “se non fossi già sposato ti sposerei” d’appena un paio d’anni or sono?
Quando ho letto che lei avrebbe atteso il tanto sospirato giorno della fiducia al Governo per votare a favore, e quindi andarsene, ho pensato che la Carfagna si comportasse come la vera eroina di un romanzo ottocentesco la quale – nel gran calderone dello scivolo decadente che stiamo percorrendo – valutasse e pesasse, insieme, sentimenti (ammirazione, gratitudine, stima, ecc) ed azione politica.
E invece.

In realtà, tutta la storia gira attorno a 150 milioni di euro che il governo aveva destinato dapprima alle Province (Cosentino), poi alla Regione (Caldoro) e quindi, nuovamente, al “sistema” di Casentino con qualche postilla per Caldoro. Un gran casino? No, un gran vortice di soldi che ancora oggi nessuno sa dove andrà a posarsi.
Mara Carfagna afferma che, oramai, nel PdL c’è “una guerra per bande” e non abbiamo difficoltà a crederle, e che questa lotta trova nella Campania una delle “faglie” più pericolose e dolorose. Sull’analisi, concordiamo in pieno.
Il problema è che noi possiamo dirlo, noi possiamo sottolinearlo, noi possiamo metterlo all’indice dell’opinione pubblica perché non siamo parti in causa: per noi, che i soldi giungano a Cosentino oppure a Caldoro, non sposta una virgola. Per un Ministro ed esponente del PdL, la cosa è un po’ diversa.

Si potrà affermare che Cosentino è in “odore” di camorra e forse anche qualcosa di più, ma nessuno ci può assicurare che il tandem Carfagna-Caldoro sia la soluzione per i mali campani poiché, in fin dei conti, fanno tutti parte della stessa “caserma”.
E ci saranno, in Primavera, le elezioni per il Sindaco di Napoli.
Se fossimo degli sprovveduti, potremmo credere ad una Mara Carfagna eroina di un romanzo ottocentesco, ma la musica è finita e torniamo con i piedi per terra. Partendo da qualcosa che può apparire, a prima vista, assai distante dalla bella signora e dal Vesuvio.

Beppe Grillo e il suo Movimento a 5 Stelle si presenteranno alle prossime elezioni politiche: quanto vale, nel borsino nazionale dei sondaggi, il Beppe nazionale?
I sondaggi non sono dati elettorali e cambiano, ma l’ordine di grandezza non muta: i recenti sondaggi indicano il Beppone in una “forbice” fra il 2 ed il 5% dei votanti. Buon risultato?
Sì, per una formazione che si presenta per la prima volta come l’alfiere dell’antipolitica, ossia di una specie di contro-politica o di nuova politica. Sì, un buon risultato: agli altri, cosa rimane? “Solo” il 95%.
Perciò, su quel 95% dei votanti – che saranno probabilmente il 60-70% degli aventi diritto – centrano le loro attenzioni tutti i partiti, da Berlusconi a Vendola.
Per conquistarli idealmente? Sì, anche.

Il voto per appartenenza – un tempo si scomodava l’ideologia – è molto, molto in ribasso nel borsino dei sondaggi: se Grillo, dopo anni ed anni di can can, di salti in piazza ed insulti, di promesse e minacce…non riesce a raccogliere che un misero 5% al massimo, vuol dire che gli italiani votano più per convenienza che per appartenenza.
Non siamo mica come gli islandesi i quali, per punire il governo reo d’averli cacciati nella crisi dei subprime, eleggono con proporzioni bulgare un sindaco di Reykjavik pescandolo fra i ruoli degli attori!

Noi siamo ligi, buoni buonini, politically ipercorrect e, nel caleidoscopio delle vicende del giorno dopo – che sono soltanto utili a scalzare quelle del giorno prima – per prima cosa “teniamo famiglia”, quando non è corrente, cosca e di nuovo famiglia. Perché “famiglia” – in Italia – ha più significati.
Quei 150 milioni di euro sono la posta, l’albero della cuccagna per chi riuscirà a gestirli e conquistare così il Comune di Napoli, aggiungendo un tassello all’infinito puzzle dei compensi per la propria cosca. Pardon, famiglia. No, scusate, partito. Anzi no, corrente.

Con buona pace di Madame Bovary, Violetta e Jane Eyre, che sarebbero forse passate sotto il Vesuvio soltanto per gustare “la terra dove fioriscono i limoni”.

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23 novembre 2010

Matrimoni per disperazione



La notizia che Rifondazione Comunista ed il PDCI sono tornati sotto il medesimo tetto non ci ha nemmeno strufugliato i chirillaccheri, tanto ci sembra priva di senso e d’importanza.
Il gran fiume di parole che ha condito la mini-kermesse dello scorso 21 Novembre, in realtà, era un copia-incolla di vecchi congressi, di vecchi programmi, di vecchi mal invecchiati.

Panta rei, ma nulla resta uguale. Così, un giorno come un altro, Paolino ed Olivieruccio incontrano Cesarino e decidono di scendere in cortile per arringare la torma di ragazzini che corre dietro ad un pallone.
Arrivano convinti, se non proprio sicuri, che saranno accolti da un’ovazione di saluti e di consensi: invece, manco uno che si volti e che dica – almeno – “entrate: due con noi ed uno con gli altri, perché siamo uno di meno, e mettetevi in difesa.”

Il lungo “percorso programmatico” che ha sancito la riconciliazione, dopo la “terribile” cesura di quella guerra alla Serbia del 1999, ha trovato sintesi nella richiesta di ritirare le truppe dall’Afghanistan. Una proposta forte, motivata, avvenirista: ci è già, addirittura, arrivato Obama.
L’Italia ha già dichiarato che seguirà a ruota, come sempre, perché la guerra afgana è stata persa – brutto termine, non più usato, meglio dire che si entra “in una nuova fase che si concluderà nel 2014” – poiché a Kabul, dopo tanto sbattimento, torneranno al potere i Taliban.

Nel frattempo, in questo decennio che è trascorso dal 2001, la Cina è passata dall’essere una “stupefacente e positiva realtà” allo spauracchio: chissà se saranno padroni illuminati? Speriamo, almeno, che ritirando le truppe dalle loro frontiere la prendano bene e ci mettano un “più” sul registro quando decideranno di fare i conti con noi: vecchi, azzimati, nobilotti in parrucca che ancora pensano d’inviare truppe per il mondo a sistemare faccende che, con le truppe, proprio non si possono sistemare.
Verrebbe da chiedersi dove siano stati tutto questo tempo i tre giovin falciomartelluti, perché nel frattempo ci si chiede se sia ancora conveniente rimanere in questa fortezza sfaldata chiamata Unione (delle banche) Europea, quando tutti quelli che non ci sono entrati stanno meglio, lontani dalla BCE e dai suoi diktat.

I tre, non sembrano aver fatto “autocritica” per le nefandezze che commisero quando erano al governo: proprio il nuovo capoccia, monsignor Diliberto, fu ministro della Giustizia (sic!) mentre l’amichetto suo superveleggiato bombardava Belgrado.
Non ci passa nemmeno per la testa, ma nemmeno per un solo istante, di consegnare un voto a questa gente ma, se proprio lo volessimo fare, cosa potremmo chiedere?
Sarebbe troppo chiedere conto – che almeno spiegassero – cosa successe in quella notte del Luglio 2007, quando il governo “amico” dei lavoratori partorì una riforma delle pensioni peggiore della Maroni e nessuno dei ministri “rossi” fu invitato a Palazzo Chigi per la trattativa? Passarono dopo a firmare, come si fa con i prestanome.

Oggi, tutti s’appassionano al gran tormentone berlusconiano, alle dichiarazioni di voto o di sfiducia, alla guerra che si fa a colpi di brevetti sui simboli e con tonnellate di monnezza che si sbattono da una parte all’altra.
Noi, forse un po’ previdenti, ci domandiamo invece se non sia pronta una “Santa Alleanza”, grazie alla quale certi personaggi oggi nell’ombra – pensiamo a Draghi, Montezemolo od a qualche loro tirapiedi – potranno essere “sdoganati” per compiere quella missione che, da tempo, a Francoforte caldeggiano: una sorta di “commissariamento” dell’Italia nel nome della superiore ragion bancaria. Detto a chiare lettere dai banchieri di Francoforte: oramai, la finanza è così importante che non si può lasciarla nelle mani dei politici, meglio nelle nostre che siamo “tecnici” esperti, dunque si facciano da parte e s’appressino a votare in silenzio i nostri diktat.

Perciò, il paradosso tutto italiano è quello di dover scegliere fra un personaggio da operetta che non fa proprio niente come Berlusconi, oppure altri guitti d’avanspettacolo che entrano in scena, magari paludati nelle “gloriose” bandiere rosse.
I quali, dopo qualche roboante affermazione, firmeranno tutto – come fecero in passato – nel nome della “necessità” di preservare il sistema finanziario e bancario per gli “investimenti produttivi” indispensabili per sorreggere la “vera occupazione”.

Vale a dire, scendere in piazza per giocare la partita: sempre, però, rischiando il sederino degli altri.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

17 novembre 2010

Jack Falazza’s Story


Se veramente vogliamo capire la personalità di Giacomo “Jack” Falazza, gentili studenti, non possiamo esimerci dall’analizzare l’ambiente in cui visse, nel lontano 2018, nell’oramai stridente e claudicante Milano, la megalopoli che iniziava a rivelare, ad occhi attenti, i primi segni di cedimento.
Così esordì il prof. Claudio Veraderian, in quell’uggioso Novembre del 2092, di fronte alla platea di studenti – non più di 25 persone – che erano presenti nell’aula 37 dell’Università di Castelnuovo né Monti, intitolata a Nelson Mandela, Facoltà di Storia, Corso di Storia Contemporanea, Seminario sui fenomeni sociali precedenti la Grande Fusione.

Iniziamo dall’ambiente in cui visse.
Nato nell’ultimo decennio del ‘900, Jack Falazza era il prodotto di una normalità che potremmo, con un bisticcio linguistico, definire soltanto “normale”. Figlio di un impiegato comunale e di un’insegnante di Religione, Jack crebbe come la gran parte dei contemporanei, nell’Italia Unita di quegli anni, con il senso del vuoto apparente nel cuore, del futuro senza senso negli occhi.
A complicare il suo senso di colpa nei confronti dell’ineluttabilità degli eventi, ossia dell’impossibilità d’approdare a scenari che avessero almeno i connotati della concretezza, la figura della madre: donna d’antichi principi, nata e cresciuta nella seconda parte del ‘900, aveva ereditato dal suo tempo quella sorta d’anelito, tensione, sublimazione verso un mondo che doveva essere – se non proprio perfetto – almeno migliore.
La madre connotò sicuramente Jack in modo definito, catalizzando certamente in lui quel coacervo d’istinti adolescenziali, tesi all’idealismo, che sono patrimonio della giovane età di tutte le epoche, mentre la figura del padre, nella breve avventura umana del figlio, è sicuramente sullo sfondo. Non abbiamo prove di una sua conclamata omosessualità – cosa, d’altro canto, poco o nulla influente per gli aspetti che andremo a trattare – mentre una misantropia di fondo è senz’altro accettata da più analisi, condotte da psico-storici e da psicoanalisti contemporanei.

Vi chiederete perché l’attuale storiografia si soffermi così sulla figura di Falazza – in fin dei conti una meteora del suo tempo – e la ragione sta tutta nell’abitudine, assai rara all’epoca, di tenere un diario cartaceo, che è stato successivamente analizzato da più studiosi di scuole diverse, per trarne il massimo insegnamento possibile sulle strutture sociali di quegli anni.
L’obiezione più comune, che viene posta contro i “Falazzisti” dagli storici più tradizionali, è di dedicarsi più all’analisi del materiale non ufficiale, ossia non prodotto dalle elite dell’epoca, piuttosto che ai documenti di fonte certa.
La risposta degli studiosi cosiddetti “Falazzisti”, ossia della Scuola Storica Comportamentale, è che gli archivi dell’epoca sono zeppi di materiale insulso ed intelligibile: ore ed ore trascorse a visionare il materiale video dell’epoca non lasciano nessuna traccia, non mostrano nessun indizio. E, a detta di molti, suscitano una noia senza fine.

E’ questa una premessa che – da docente – era mio dovere sottoporre al vostro giudizio, poiché le conclusioni alle quali giunge la Scuola della quale faccio parte non sono certo le uniche e, ci tengo a sottolinearlo, sono da altri studiosi viste in modo assai critico. Perciò, se qualcuno non avesse ben compreso le metodologie che saranno qui seguite, oppure non le condividesse, senza nessun problema potrà fare altre scelte, seguire altri corsi.
Nessuno si mosse.

Bene – pronunciò con soddisfazione il professor Veraderian – andiamo ad iniziare.
La biografia di Falazza è assai scarna: mediocre studente in un Liceo Scientifico, si diploma con voti non certo esaltanti nell’anno 2009 e s’iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione, contro il volere materno – come lui stesso racconta nel suo diario – che lo avrebbe, invece, voluto medico. Come già ricordavo, non vi sono annotazioni di merito nei confronti della figura paterna, che riteniamo dunque poco influente nella sua formazione e, successivamente, nelle sue scelte.
Dal 2012 in poi, vi sono alcuni anni nei quali le sue vicissitudini sono tratteggiate in modo molto evanescente: aiutante di un veterinario nel 2014 in Toscana, correttore di bozze per una rivista on-line nel 2014. In ogni modo, nel 2015 si laurea con una tesi su “Influenza delle culture territoriali nella comunicazione planetaria”: un titolo quasi inflazionato in quegli anni. Difatti, Falazza metterà la laurea nel cassetto e non la userà più.

Nel frattempo, la madre era morta nel 2014 ed il padre era stato ricoverato in un istituto psichiatrico l’anno seguente, dove poco dopo era morto: da quel momento in poi, la famiglia di Falazza scompare dalla scena. Jack, è solo.
Per quanto siamo riusciti a risalire nella vita di Falazza, abitò in zona Lambrate per tutta la vita ma, gli sconvolgimenti successivi alla Fusione, non ci consentono di risalire con certezza ad un’abitazione, giacché molte andarono distrutte e fu, successivamente, deciso un radicale cambiamento nell’identificazione della viabilità.
La parte che a noi interessa, dell’intensa e brevissima vita di Falazza, riguarda soltanto il biennio 2016-2018, dalle prime annotazioni sulla sua attività criminale fino alla sua morte.

Falazza racconta poco del suo incontro con il fantomatico GDL, la persona che in qualche modo sicuramente impresse un carattere del tutto originale alla sua vita e che lo condusse, non ancora ventinovenne, alla morte.
Falazza accenna appena, nel suo diario, la figura di GDL e la tratteggia con pochi colpi di penna: all’apparenza romano (nemmeno lui, però, è certo), alto, atletico, sui 50 anni.
Ciò che fa pensare ad un rapporto più stretto fra i due è proprio l’importanza che assume nelle prime pagine del diario – che avete in copia – da pag. 5 a pag. 12 per poi scomparire del tutto, come inghiottito da una voragine.
Come potrete notare, nelle pagine che ho indicato ne parla quasi in ogni paragrafo “Incontrato GDL al Parco Lambro il 19/4: riflessioni, considerazioni, analisi”. E ancora, questa volta il 24/8: “prime indicazioni operative da GDL, apparato di controllo dei risultati, target”. Infine: “posizionamento e metodologie d’approccio: GDL conferma l’operatività del progetto”.
Qui, a pagina 12, terminano le citazioni di GDL, come se un accordo preso antecedentemente lo obbligasse a tenere per sé qualsiasi contatto. Oppure – questo è più probabile, ma non possiamo provarlo – i canali di comunicazione fra i due si spostarono in un ambito elettronico oggi non analizzabile né ritrovabile.

A pagina 15, c’è la descrizione della prima “operazione” (così lui le chiama) di Falazza: è il 16 Febbraio del 2017 quando avvicina, nell’allora centralissima Via Torino, il pensionato Maurizio Varni, ex dipendente della Banca Ambrosiana, nella quale aveva rivestito – fino alla pensione – l’incarico di Direttore dei Servizi Esteri.
Varni – siamo riusciti a visionare il rapporto di Polizia dell’epoca – non aveva nessun legame con l’eversione, non partecipava alla vita politica né aveva problemi finanziari o sentimentali: Falazza lo descrive come un uomo dall’aspetto ancora giovanile – aveva 64 anni – e lo fredda nell’androne di un palazzo dove il Varni si stava recando per un consulto medico.
Le modalità dell’assassinio resteranno quasi sempre identiche – a parte alcune “operazioni” molto complesse, che analizzeremo in seguito – ossia l’avvicinamento e poi uno, due colpi al massimo alla nuca con la stessa arma, la Beretta bifilare col silenziatore che fu ritrovata addosso al suo cadavere. Poi, Falazza s’allontanava rapidamente, prima che qualcuno potesse intervenire.
Così andò anche nell’occasione della morte del dott. Alfonso de Mestri, ex direttore dell’ufficio comunale affissioni, 67 anni: ucciso a due passi dalla fermata dell’autobus 235, quasi alla periferia di Monza.
Le vittime che Falazza ricorda nel suo diario sono ben 46, più di una il mese! Ciò che insospettisce, che sembrerebbe indicare una traccia, è la posizione sociale delle vittime: tutte in buone condizioni economiche, di sesso maschile (salvo tre) e, stranamente, pensionati/e.

Le due cosiddette “operazioni”, che Falazza portò a termine, riguardarono il sabotaggio degli autobus della compagnia di viaggi “Calbetti & Sgorlo”, i quali effettuavano collegamenti rapidi fra Milano e la riviera romagnola, oppure brevi gite per associazioni che prendevano a nolo i mezzi.
In entrambi i casi, Falazza descrive con precisione le modalità del sabotaggio.
Utilizzò alcuni componenti elettronici già pre-confezionati, ai quali doveva solo collegare l’esplosivo: per gli acquisti, si rivolse ai normali circuiti di vendita sulla rete, ma utilizzò sempre un indirizzo IP falso, utilizzando un servizio che un sito, IPYOU, forniva gratuitamente dalle isole Cayman.
In pratica, il sito forniva un falso indirizzo IP ed il database veniva distrutto automaticamente ogni due ore, impedendo così qualsiasi intromissione e controllo: nessuno è mai riuscito a risalire fino ai responsabili del sito, che era mascherato sotto le vesti di un innocuo social network.
Falazza non parla, invece, del reperimento dell’esplosivo, tanto meno si conosce se scelse a caso le sue vittime, oppure se vi fu un intervento esterno che lo guidò.
L’apparecchio che Falazza installò, in entrambi i casi sugli autobus, era un sofisticato congegno che attivava l’esplosione soltanto quando il mezzo superava la velocità di 100 Km/h ed avveniva un’improvvisa decelerazione. Veniva semplicemente applicato, con un aggancio magnetico, su un braccetto dello sterzo ed in prossimità di un condotto d’alimentazione dell’aria per l’impianto frenante: l’effetto era la perdita, contemporanea, dello sterzo e dell’apparato frenante.
In entrambi i casi, gli autobus saltarono la corsia dell’autostrada e s’abbatterono nella corsia opposta: 87 vittime nel primo incidente, all’altezza di Parma sull’Autosole, il 14 Maggio 2018 e 94 morti nel secondo, avvenuto pochi chilometri prima del casello di Rimini, il 13 Agosto dello stesso anno.

Dopo il secondo incidente – tutti i mezzi d’informazione diedero gran spazio ai disastri – c’è uno strano silenzio nel diario di Falazza: pare quasi ammutolito. Non parla più di “obiettivi” né di “strategie” e, addirittura, si lascia andare a considerazioni sulla vita e sulla morte, sul post mortem, su un possibile aldilà.
Sembra quasi un Falazza stralunato quello che, il 22 Settembre 2018, si reca alla stazione per prendere il treno con destinazione Trieste, dove ancora era in vita un fratello del padre, l’unica persona della famiglia, a parte i genitori, che cita nel diario (pag. 56).
E, come potrete notare, il diario termina alla pagina successiva: nell’autobus 157 – la linea dalla stazione di Lambrate alla Stazione Centrale – Falazza viene rinvenuto esanime dal conducente, quando oramai il mezzo era prossimo al deposito.
Stranamente, non fu richiesta l’autopsia: il medico che constatò la morte la definì, nel suo referto, come avvenuta per “arresto cardiocircolatorio”.

La platea del prof. Veraderian, che fino a quel momento era rimasta silente ed attonita, si permise qualche sussurro e qualche timido sbadiglio. Veraderian tacque, perché sapeva che doveva affrontare la parte più difficile della lezione.
Bevve un bicchiere d’acqua, si nettò la fronte con il fazzoletto e s’accinse a riprendere.

La vicenda di Falazza rimase circoscritta ad una noterella di cronaca per moltissimo tempo, fino a pochi anni or sono.
Nel 2056, un certo Kevin De Laudatis s’appresta a metter ordine nella casa di campagna, abitazione nella quale era vissuto fino a qualche anno prima il padre, morto nel 2048.
Nella soffitta, rinviene un voluminoso incartamento – parzialmente rovinato dall’incuria e dai topi – che sta per gettar via, quando nota – in bella calligrafia – la firma del padre su molte pagine.
Incuriosito, porta il tutto al piano inferiore e cerca di capirci qualcosa, ma le pagine – zeppe di sigle, annotazioni, nomi di città, riporti, indicazioni, date – non gli raccontano nulla: gettare nel fuoco tutto, con quella firma elegante, tracciata con la stilografica di suo padre – quel “Gregorio De Laudatis” che sembra incombere da ogni foglio – gli sembra un sacrilegio ed allora decide di riporlo in uno stipetto, protetto da una busta di nylon. E lo dimentica.

Passano gli anni ed i decenni, Kevin De Laudatis muore in un incidente aereo ed il figlio – il noto attore professionista Gregorio De Laudatis – ritrova, a sua volta, l’incartamento. E’ incuriosito, come se quei vecchi fogli ingialliti gli volessero narrare un copione ermetico del quale, disgraziatamente, non possiede la chiave: abituato, però, a decifrare i sentimenti fra le righe delle tragedie di Shakespeare, intuisce che quei fogli contengono una vicenda, vorrebbero narrare avvenimenti oramai lontani, ma non sa che fare.
Una sera, dopo una cena insieme ad alcuni conoscenti, gli viene l’idea di mostrarlo ad un amico – siamo oramai quasi ai giorni nostri – che è il dott. Vittorio Nat Chang, commissario di Polizia a Rieti.
Il commissario osserva con sufficienza quei vecchi fogli ingialliti, come se fosse un antico erbario che ha smarrito i profumi, e lo sfoglia rapidamente. Poi, qualcosa avviene.

In alto a destra, su alcune pagine, legge tre R maiuscole in fila – RRR – e la cosa lo incuriosisce, poiché è la stessa codifica che ancora oggi viene usata per disciplinare, in ambiente cartaceo ed elettronico, il massimo livello di riservatezza.
Si getta allora con maggior attenzione proprio su quelle pagine, lettere e cifre vergate soltanto per pochi, segrete come la notte più buia per chi non conosce la chiave d’accesso. Alcune sigle, però, gli sono familiari: sono le codifiche, di due lettere, delle vecchie province: MI, RM, NA, BA, TO…si tratta dunque di una rendiconto, di qualcosa che contiene, sigillate nelle cifre, vicende reali. Chiede, ed ottiene, di poter tenere con sé il documento, per mostrarlo al suo ex commissario capo, oramai in pensione da anni.
Il dott. Venanzio Re osserva, e conclude che quelle codifiche – benché usuali nella Polizia – non sono appannaggio esclusivo del loro settore, bensì erano e probabilmente sono ancora usate da altri corpi dello Stato, compresi i servizi di sicurezza nazionale.
Fino a quel punto, però, il misterioso “archivio De Laudatis” – così era oramai chiamato – continuava a mantenere intatto il suo alone di mistero.

Doveva giungere un ignaro laureando in Storia – Gaetano Luppi – per iniziare a squarciare il velo del mistero: incerto sulla tesi da presentare per l’esame di laurea, s’imbatte nella pubblicazione elettronica del “Diario Falazza”, che precedentemente era stato anche pubblicato in veste cartacea, e lo trova interessante per analizzare una vicenda precedente la Grande Fusione.
Ovviamente, le conclusioni alle quali giunge Luppi sono scontate, anche se il lavoro è pregevole e ben redatto, al punto che ne scaturisce un libro: la vicenda di una “scheggia impazzita” dell’epoca, la storia di un serial killer, utile come soggetto in primo piano per tratteggiare il tormento di quegli anni.
Pochi mesi dopo, un altro laureando – Giorgio Jovanovic – consultando una serie di materiali d’archivio, s’imbatte nell’archivio De Laudatis, ma con una differenza: Jovanovic ha letto il libro di Luppi.
Scorrendo alcune pagine, nota che sotto la sigla “MI” sono annotate una serie di date: le ultime due hanno una colonna in più, con riportate due cifre, “87” e “94”. Improvvisamente, il lampo.
Prende una copia del libro di Luppi e confronta le date: corrispondono! A conferma che è sulla buona strada, sulla prima colonna di sinistra, accanto alle date c’è la codifica “GF”.

Il lavoro, però, è ancora lungo: perciò, si crea un gruppo di ricerca interno alla facoltà che inizia una fatica certosina. Si tratta, in sintesi, di trovare corrispondenza fra quelle date e possibili omicidi ed incidenti – o considerati tali all’epoca – corrispondenti alle date ed alle province indicate nell’archivio De Laudatis.
Le prime corrispondenze, le coerenze calano e s’incastrano con precisione: addirittura, è indicato l’esatto numero di vittime che si ebbe nell’incendio di un albergo di Bordighera nell’Inverno del 2019, stagione nella quale era prevalentemente occupato da pensionati benestanti che svernavano al sole della Liguria. La data ed il numero delle vittime, 42, corrispondevano perfettamente, per un incendio che fu classificato come accidentale e non doloso, causato da un cortocircuito.
La certezza che si era sulla buona strada, però, fu ritrovare tutte le date degli omicidi del serial killer di Ferrara – noto come Brown Blood, che rispondeva al nome di Gerardo Moscardini – il quale aveva ucciso, fra il 2016 ed il 2020, ben 72 persone nella provincia, prima di suicidarsi gettandosi sotto ad un treno. Difatti, accanto alle date, c’era la sigla “GM”.

Quei fogli ingialliti, l’archivio De Laudatis, narravano una vicenda criminale, della quale qualcuno teneva la contabilità come se fossero state pedine di una scacchiera, da eliminare ad una ad una.
Complessivamente, dai dati fino ad oggi accertati, siamo di fronte a numeri impressionanti, che rasentano le 70.000 unità ma che possono anche andar oltre, poiché il lavoro sul documento è tutt’altro che terminato.
A quel punto, Vidal Montego – giovane studentessa fiorentina – raccolse tutto il coraggio che riuscì a trovare e pose la domanda: perché? Cui prodest?

Il professor Veraderian sapeva che qualcuno, prima o dopo, sarebbe giunto al dunque, a chiedere conto della ragione di tanto lavoro, ed un po’ temeva quel momento.
Ancora una volta bevve un po’ d’acqua, poi s’accinse a rispondere: non prima, però, d’aver chiarito che non si potevano confondere come un tutt’uno la Polizia Criminale ed un Istituto di Ricerca Storica come il loro.

Per dare una risposta, dobbiamo anzitutto definire la vicenda nel suo ambito temporale: le prime date annotate nel documento sono del 2015, mentre le ultime sono del 2021. Siamo di fronte, quindi, ad un’attività criminale che durò ben sei anni: probabilmente, gli eventi che precedettero la Grande Fusione posero termine alle attività dell’organizzazione.
Poi, ci sono gli aspetti sociologici, che sono però più ardui da tratteggiare: chi erano le vittime?
Se siamo riusciti a conteggiare ed a classificare migliaia e migliaia di false morti accidentali – comprese quelle degli assassini, come Falazza – per quanto riguarda le vittime il compito è più laborioso: si tratta di rintracciare biografie assai lontane nel tempo e – non dimentichiamo – fra noi e quegli eventi vi furono i traumi epocali della Grande Fusione.

Siamo, per ora, riusciti ad identificare ed a collegare alla loro biografia 8.623 persone, in gran maggioranza di sesso maschile e di livello sociale medio alto.
Già questo è un dato che insospettisce poiché, soffermandosi su quegli anni – di profonda depressione economica e bassi redditi – verrebbe da pensare che quei crimini fossero degli omicidi mirati.
Ma, il dato che più c’allarma, è che per il 99,7% le vittime erano pensionati, a fronte di un’incidenza dei pensionati nella popolazione, all’epoca, del 50% circa!

Qualcuno uccideva scientemente pensionati benestanti… – si lasciò sfuggire dalle labbra Stefano El-Warrani, studente di Pistoia – e, per farsi perdonare quella frase sfuggita quasi dall’inconscio, la collegò alla domanda: chi era quel, quel…De Laudatis?

Anche qui, il professor Veraderian comprese che doveva stare ben attento a non cadere in una troppo facile conclusione, a non inculcare nei suoi studenti un risultato che, dal punto di vista del rigore scientifico nella ricerca, non era assolutamente scontato. Però, una risposta la doveva.

Quando la ricerca iniziò a farsi pregnante di fatti gravi, di tanto sangue violentemente e scientemente versato del quale s’era prima all’oscuro, un paio di ricercatori si recarono da Gregorio De Laudatis – l’attore, ovviamente, ed un coro di sorrisi stemperò la tensione – per saperne di più.
Non fu difficile, anche se i rapporti fra suo padre ed il nonno non furono mai gioiosi: la scelta di Kevin d’intraprendere la carriera di concertista aveva seccato il padre, che aveva invece previsto per il figlio un fulgida carriera diplomatica. C’erano, però, parecchi documenti dell’epoca: inconfutabili, certi, incontrovertibili.
Mio nonno, Gregorio De Laudatis – aveva affermato l’attore – come risulta dai documenti in mio possesso, lavorava presso l’allora Ministero del Welfare: era Direttore Generale della Previdenza Sociale.

Ogni riferimento a persone, luoghi o situazioni è, ovviamente, puramente casuale.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

12 novembre 2010

Nelle vite degli altri

L’incontro che si doveva tenere Domenica 14 Novembre 2010, presso la mia abitazione, messo in agenda consensualmente una decina di giorni or sono con i rappresentanti dell’associazione “Faremondo”, non si terrà.
La ragione? Ad oggi – Venerdì 12 Novembre, ore 12.30 – nessuno degli aderenti all’associazione ha confermato se verrà: anzi, a dire il vero, sono state ammesse “difficoltà” a partecipare.
Cerchiamo di capire, allora, di quali “difficoltà” si parla.

Ai responsabili di quella associazione (due persone) non sono andate a genio le critiche che mossi in un mio articolo – Come può funzionare?[1] – pubblicato il 28 Ottobre, che diede la possibilità a tutti d’intervenire per commentare, con arguzia, gli argomenti esposti.
Quando si prospetta di pubblicare sul Web una rivista, è necessario chiarire quali sono le proprie priorità, gli obiettivi che si desiderano raggiungere: anche perché, quando s’inizia, poi si deve lavorare e, se si finisce per trascorrere ore ed ore per qualcosa che per noi non ha senso, l’interesse scema.

Da parte di “Faremondo” si riteneva prioritario affrontare argomenti inerenti agli inganni dell’epistemologia della scienza, del suo stretto connubio con i desiderata del capitale, la natura stessa del capitale ed altri che ho elencato nell’articolo.
Da parte mia, pur comprendendo e condividendo quegli argomenti come fondanti per la pratica politica, ritenevo che l’attuale momento politico di grande incertezza – qui non sta andando a bagno Berlusconi, qui è un’intera classe politica creata “in laboratorio” già negli anni ’70 ad andare al macero – necessitasse di un approccio più pragmatico, che tenesse conto dei tempi.
In altre parole, se in una rivista si dibatte sul “lavoro” delle fondazioni all’interno del sapere scientifico, e dunque sulla sua reale obiettività, non si capisce perché non si possano affrontare anche altri argomenti, quali il lavoro, l’energia, la forma di stato.

Secondo “Faremondo”, quegli argomenti hanno una sorta di “primazia” sugli altri poiché fondanti: senza completa chiarezza sui “fondamentali” del capitalismo, non si può assolutamente partire.
Al che, io concordo: va bene, allora vediamoci come avevamo concordato, esponiamo i nostri dubbi e le nostre richieste, confrontiamoci, conosciamoci, parliamoci, poi si vedrà.
No – rispondono – l’accettazione di questi principi è condizione essenziale anche per programmare un incontro: se non s’accettano i contenuti del documento che presto (quando?) pubblicheremo – e del quale t’invieremo una bozza – non se ne farà nulla.
Al che, mi salta la mosca al naso.

E passi che, se si programma un incontro e poi si “dà buca” – di qualsiasi tipo siano le motivazioni dal “mi è bruciata la casa” in giù – qualche problemino agli altri si finisce per crearlo: se non altro, la marea di mail da scrivere per chiarire, annullare, rettificare…ma è la prassi seguita che mi fa imbestialire, perché trasuda “odor di compagniucci” lontano un miglio.

Ciascuno di noi ha le proprie ferite che, pur rimarginate, se strofinate col sale tornano a bruciare.
Una delle mie è ascoltare che l’accettazione d’alcuni “punti” sia prioritaria persino per parlarsi: mi ricorda tanto lontane riunioni, nella quali chi era “fuori della linea” era fuori da tutto, era un “compagno che sbagliava”. Che andasse per qualche tempo in ritiro, a volantinare alle sei del mattino nel freddo di Mirafiori, per capire i suoi errori.
Oggi, quegli “estensori della linea”, li possiamo ritrovare placidamente seduti nelle direzioni dei principali media, di governo e d’opposizione. Intercambiabili, come i robottini giapponesi.

Chi conosce questo blog, avrà capito che su alcuni principi non transigo: educazione, rispetto e chiarezza sono i miei cardini. E, quando si prende un impegno, bisogna saperlo rispettare: è in gioco il rispetto verso gli altri, il loro tempo, i loro impegni, le loro vite.
L’aspetto tragicomico di questa vicenda è che, quando a Maggio “Faremondo” mi chiese di tenere una conferenza, mi prospettò d’essere uno dei conferenzieri in una serie d’incontri. Oggi, a posteriori, rilevo che fui l’unico a recarmi veramente (e gratuitamente) presso il loro centro “Lokomotiv” a Bologna: gli altri, probabilmente, rifiutarono od accamparono scuse.

Ma l’aspetto comico della vicenda è che da Bologna si sentono “traditi” da Chiesa e Badiale che – a loro dire – li hanno abbandonati fondando d’amblé il gruppo “Alternativa”. La loro tesi è che, comunque, siano strategie “entriste” per, domani, contrattare qualcosa con i partiti tradizionali: sia chiaro, sono ipotesi “bolognesi”, non mie, che non so nulla né di Chiesa, né di Badiale e né di cosa stiano facendo.
L’aspetto è comico perché vanno a raccontare queste cose ad una persona che per anni ha scritto su Comedonchisciotte senza chiedere né cercare nulla, incalzando pazientemente le critiche ed intervenendo nei commenti per dialogare coi lettori: l’ho abbandonato solo quando sono calati gli insulti e nessuno della redazione ha preso seriamente le mie difese. D’altro canto – come ha rilevato recentemente un lettore di CDC – “oramai, su CDC, ci sono più berluscones che nel PdL”.

Nello stesso periodo, però, le offerte non mi sono certo mancate: quella che mi sento di ricordare è stata del PD, che mi ha chiesto motivo del “mio non lavorare con loro…che insieme si sarebbe potuto…”
Insomma, se sono passato oltre con il PD, ritengo di poter superare con un’alzata di spalle anche “Faremondo”.

Mi scuso qui pubblicamente con quanti avevo interpellato, ma la vicenda non è dipesa dalla mia volontà: in futuro, m’accerterò prima d’essere perfettamente coerente con la “linea”.

Copyright 2010 © riproduzione riservata

11 novembre 2010

Passaggi di tempo


Pieter Bruegel Il Vecchio - La caduta degli angeli ribelli


"…sono state giornate furibonde
senza atti d'amore
senza calma di vento,
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo,
ore infinite come costellazioni e onde
spietate come gli occhi della memoria
altra memoria e non basta ancora
cose svanite facce e poi il futuro…"

Fabrizio de André/Ivano Fossati – Anime salve – dall’omonimo album (1996).

Se gli uomini ancora osservassero il cielo, i suoi segni, non avrebbero bisogno di legger tanto.
Forse, la loro necessità di conoscere il destino, il futuro che li attende – cercandolo negli scritti d’altri – è solo l’incapacità di racchiudersi, d’ascoltare le voci dell’animo, dopo che i sensi hanno percepito e sondato l’Universo.
Anche gli antichi si rivolgevano a “terzi”, quando – troppo confusi da una moltitudine di segni – non riuscivano più a coglierli come un messaggio univoco degli Dei, e correvano all’oracolo. Sì, oggi mancano gli oracoli, e qualche volta se n’avverte la mancanza.
Cosa potrebbe raccontare, l’uomo della strada – quello cresciuto a pane e certezze scientifiche – del momento che stiamo vivendo?

La scienza, la scienza…certo: le tempeste equinoziali…poi il calo stagionale delle temperature che va ad incidere sulla tensione di vapore nell’atmosfera…l’anticiclone che se ne va e lascia campo libero alle irruzioni dal Nord d’aria gelida…
E la politica, la politica…certo: decenni di “galleggiamento” per mantenere al potere una classe politica selezionata in anni lontani[1] come l’unica possibile…certezze che vanno e vengono perché l’unica cosa certa deve essere la remunerazione del capitale…e poi “congiunture”, crisi economiche, “fattori esterni”, tensioni internazionali…”normale! normale!”…

Tutto è nella norma, ma è la norma ad essere fuori posto come un pinguino nella savana, quando s’accasciano al suolo vestigia di un tempo antico ritenute patrimonio dell’umanità, senso del tempo, riflessione sulla nostra caducità. Ed è “normale” che crollino perché così sancisce sempre la norma, quella dell’acqua che scorre e tutto pervade.
Di chi la colpa?

Ecco, la domanda che tutto completa: fornita la risposta, tutto rientra nella norma.
Che sia colpa dell’incuria per mancanza di soldi, che sia l’incapacità di un ministro sedicente poeta, che sia la rigidità di qualche Provveditore (ma chi li doveva nominare?)…poco importa: stabilita la colpa – il vulnus alla norma – la norma stessa è salva. Finalmente, la pace torna a regnare nei codici.
Così è anche per la norma che stabilisce, indica, obbliga qualsiasi governo a salire e scendere dalle posizioni di comando per un voto parlamentare: nulla da eccepire, sarebbe peggio se fosse di competenza dell’Arcivescovo di Costantinopoli.
Ma…la percezione?

Soprattutto nei regni dell’incertezza, la percezione s’affina: lasciati soli nella notte, nelle boscaglie, tornano addirittura alla mente le storie di pantere nere abbandonate e fotografate in sbiadite immagini…è un gatto, no è una pantera, no è un gatto…ma la percezione s’affina ed i sensi s’acuiscono per avvertire l’odore della fiera. Di certo non s’occupano del micio.

Ciò che gli italiani stanno oggi percependo – basta leggere i commenti su qualsiasi quotidiano – è il senso dell’abbandono: la nave è ferma, manca l’energia elettrica e fa caldo, perché l’impianto di climatizzazione è anch’esso fuori uso. Si sale in plancia per chiedere conforto e la plancia è vuota: solo mare, infinito, dalle alette e verso prua. La radio gracchia e chiede conferme su conferme, alle quali nessuno risponde.
Allora si scende di un paio di ponti e, nella sala riservata all’equipaggio, una moltitudine di persone sta seduta intorno ad un tavolo infinito, in silenzio.
Ogni tanto, qualcuno affibbia al suo dirimpettaio una colpa. L’altro tace, per lunghi istanti, poi ribalta la colpa su un terzo e il gioco continua. Se non ci fosse un po’ di rollio a movimentare la scena, parrebbe un quadro di Velasquez o del Caravaggio. Quando il rollio, per qualche misterioso volere di Nettuno cessa, addirittura si passa a Bruegel ed a Bosh.

Sale la nausea, viene la voglia d’andarsene da quel posto muffito, di salire sul ponte superiore per farsi accarezzare dal sole ma si riflette: i comandi sono bloccati, la sala macchine sigillata, tutti i principali passaggi vigilati da zombie in tenuta da combattimento.
Per qualche istante, la sala si anima: entrano giullari e baiadere assai poco vestite. I giullari sciorinano i loro repertori – chi una romanza, chi uno jodel, chi una barzelletta – mentre le giovani s’accompagnano ai loro anfitrioni per qualche istante così, nella promiscuità della sala, nella luce del mezzodì solare.
S’ode qualche riso sguaiato, qualche sospiro, qualche lamento di piacere poi la scena termina; se ne vanno giullari e baiadere e la scena riprende: tornano le accuse – subito rimbalzate su altri – ed il gioco ricomincia.

La mente s’annebbia, il caldo opprime, le palpebre s’incoronano di minuscole gocce di sudore e, nel travisamento della realtà che scivola nel sogno e nell’incubo, appare.
Il nobile Fortebraccio ordina[2]:

Quattro miei capitani
mettano il corpo d'Amleto su un palco,
così come s'addice ad un soldato:
perché se fosse stato lui sul trono,
si sarebbe mostrato un buon sovrano.
Diamo il nostro saluto al suo trapasso
con musiche e con riti militari.
Gli altri corpi toglieteli alla vista:
è una vista da campo di battaglia
e s'addice assai male a questo luogo.
E s'ordini alla truppa di sparare
.”

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/storia-di-lucidatori-di-sedie.html
[2] William Shakespeare – Amleto – Atto V scena II

08 novembre 2010

Sforzi e sfinteri economici

Un anno fa circa, il senatore del PdL Valditara – oggi passato con Fini – proponeva una soluzione per risolvere un problema non molto conosciuto ma grave: l’invecchiamento del corpo decente italiano e, in generale, del personale della scuola.
Il corpo docente italiano – a causa delle continue controriforme delle pensioni – è il più vecchio d’Europa: il 55% dei nostri prof ha più di 50 anni, contro una media europea del 30% circa (dati forniti dal MIUR, ossia con l’imprimatur della Gelmini).
La situazione è facilmente intuibile: in Europa, c’è una situazione “30-30-30”, ossia un terzo giovani, un terzo di mezza età ed un terzo di “veci”. Questa impostazione – anche sotto l’aspetto didattico – presenta dei vantaggi, poiché c’è un naturale evolvere delle generazioni, che corrisponde al mutamento della didattica, relativa ai tempi ed al mutare dei contesti.

La situazione italiana, invece, presenta un evidente squilibrio verso le persone anziane, una sorta di “congelamento”: non è una buona scelta mandare in classe persone che sono già nonni, a meno che queste persone se la sentano e decidano spontaneamente di proseguire. Insomma: un conto è poter scegliere, un altro essere comandati.
La situazione, sul campo, è disperante: pletore di barbe bianche e capelli tinti e ritinti, e l’unica domanda sulla bocca: “Quanto ti manca”?
Per contrappeso, l’infinita querelle dei precari che ogni anno rimbalzano come palline da biliardo da una scuola all’altra, con 6 ore in una scuola e 12 in un’altra a 50 chilometri. Poi, arriva anche la “buca” e per quell’anno non lavori proprio: se hai famiglia, sono tutti cavoli tuoi.
I ragazzi, a loro volta, sono disorientati perché c’è troppa differenza d’età con i loro insegnanti: nati in un’altra epoca, cresciuti in una scuola diversa, obbligati a starci perché le continue “riforme” delle pensioni allontanano la carota dalla bocca del povero asino, obbligato a tirare la carretta anche quando non ce la fa più.
Insomma, Valditara meditava d'intervenire, almeno, sulle fasce più vecchie, quelle intorno ed oltre i 60 anni.

Nella vulgata imperante, questi “sacrifici” sono necessari per mantenere in ordine i conti, le esigenze di bilancio, e bla, bla, bla…
Stupisce osservare che, anche dalle parti della cosiddetta opposizione, si spertichino turiboli d’incenso per un tal Tremonti, che sarebbe l’autore di un “miracolo”, quello di non farci precipitare nella “bolgia greca”.
Possiamo dimostrare – conti alla mano – che è tutto falso.

L’emendamento proposto da Valditara fu bocciato in commissione Bilancio, non ritenuto ammissibile perché avrebbe causato chissà quali disastri sul bilancio dello Stato. Sottolineiamo che, se fosse stato attuato, il problema del precariato sarebbe stato più facilmente risolto, con l’immissione in ruolo – almeno! – dei quarantenni. Problema che ha, poi, richiesto comunque dei fondi per dei miserevoli sussidi di disoccupazione…non era meglio seguire la via più semplice? No:

“…la sua proposta…il prepensionamento dei docenti è stata bocciata sul nascere dalla Commissione Bilancio del Senato. Questa ha infatti giudicato “inammissibile” lo sforzo economico derivante dalla manovra (assunzioni e pensionamenti) quantificato in 7 milioni di euro per il 2010, in 21 milioni per l’anno successivo e di 14 per il 2012.”[1]

Ecco i terrificanti costi dell’emendamento Valditara: 42 milioni in tre anni, ossia 14 milioni l’anno per tre anni. Roba che fa rizzare i capelli: Tremonti s’erse sullo scranno e pronunciò “niet!”.
Bravo! – giunsero a dire persino dai banchi del PD – tu sì che sai tenere i conti in ordine, che riesci a non farti rubare i soldi dalla saccoccia, che tieni a bada la masnada di cavallette che tutto vorrebbero ingoiare!
Vediamo, allora, cosa Tremonti ha autorizzato, ossia quali sono gli “sforzi economici ammissibili”:

Il precedente governo aveva deciso di tenere il G8 nell’isola della Maddalena: insomma, dopo Genova…se si trovasse anche un posticino su Marte…e così si spesero 328 milioni di euro[2]. 14 in un anno, per risolvere i problemi della scuola, sono troppi: 328 “a botta” invece no, vanno bene.
Poi, su quei soldi, s’intrufola la “banda” Bertolaso: alberghi, centri congressi…alcuni completati, altri abbandonati…insomma, la solita storia di corruzione e di tangenti, che si concluderà fra 20 anni con la solita prescrizione. Bravo Tremonti, quello che tiene i conti in ordine.

Ma succede il terremoto a L’Aquila e si deve far qualcosa: ottima idea, trasferiamo il G8 all’Aquila! In quei giorni – ricordo – una buffonesca opposizione plaudeva alla scelta: bene! Così la città sarà sul palcoscenico del mondo! E’ proprio vero che le corti sono oggi tristi: i pagliacci si sono trasferiti tutti in politica!
Gente più semplice – come chi scrive – meditava: ma, non sarebbe meglio ricostruire la città invece d’andarci a fare il G8? Mah…

Così, fra un albergo ed un centro congressi, un aeroporto che non userà mai più nessuno e regali a iosa per i partecipanti, si spendono 514 milioni[3] i quali, uniti ai 328 già spesi per la Maddalena, fanno 852 milioni. E vai col tango. Poi, ci fu il solito teatrino di Berlusconi superstar che “seguiva” i cantieri nella città e gli amichetti che, a Roma, si sfregavano le mani per le bustarelle.
Ma, della Maddalena, che ne facciamo?

Ecco, c’è la Louis Vuitton Cup, una manifestazione per giovani proletari amanti della vela: possiamo fare qualcosa per loro?
Sì, gli yacht dei miliardari (in euro) stanno per salpare, nello scorso Giugno, quando giunge una notizia allarmante.
“Qui Cappellacci da Cagliari, a Palazzo Chigi, Roma: mancano denari per finanziare manifestazione Luois Vuitton Cup alla Maddalena. Chiedo urgentemente istruzioni!”
“Da Palazzo Chigi a maggiordomo Cappellacci: impossibile inviare attualmente denaro. Rifornitevi di denaro necessario presso fondi destinati agli ex minatori del Sulcis, poi provvederemo a coprire spese appena disponibili.”
Così, i soldi necessari per la Louis Vuitton Cup furono “stornati” dal fondo per i disoccupati del Sulcis[4]: tutto sommato ci sembra un provvedimento equilibrato e ricco di profonde motivazioni morali. Prendere ai poveri per dare ai ricchi.

Nella vulgata imperante, centro/destro/sinistra, c’è però un Tremonti che tiene i conti a posto…non preoccupatevi…è il miglior Ministro economico europeo…e dagli…

A Palazzo Chigi[5] non ce la fanno più: con 4 miliardi e 294 milioni l’anno non ce la facciamo a tirare avanti! Dobbiamo affittare un computer a 500 euro il giorno (perché non se lo comprano?) e le nostre segretarie non accettano più d’essere soltanto segretarie, vogliono di più. Così, il Sultano le ha fatte tutte dirigenti di prima fascia a 180.000 euro lordi l’anno. Segretarie, al netto, a 8.000 euro il mese: beh, e poi dicono che fare la segretaria sia un mestiere da poco…

Passino i Carabinieri che scortano le squinzie, le attricette, le ragazzine, le minorenni…saremmo curiosi di sapere con quali fondi il Ministro Brunetta ha pagato la sua “prestazione sessuale” da 300 euro alla escort Nadia Macrì…e poi – siamo un po’ voyeur – è stata una sveltina? I soli 300 euro sembrerebbero indicarlo, se paragonati ai 10.000 pagati dal Sultano. Alla svelta? In piedi? Con sgabello?

Ma dove li prendono i soldi per pagarsi tutto l’ambaradan?

La CGIL – ma non credete loro, sono comunisti – ha pubblicato una notizia allarmante[6], ossia che hanno iniziato a metter meno alle liquidazioni. Come?
Per i dipendenti privati, sempre l’ottimo Tremonti, aveva già provveduto a “tosare” il loro conto di 3,5 miliardi con la precedente finanziaria e, già che c’era, aveva anche tolto di mezzo tutti gli apparati di controllo dell’INPS: solo il Direttore! Semplifichiamo! Cioè…così non avremo nemmeno più bisogno del “palo”…
E i dipendenti pubblici?

Bene, allova, pev lovo, abbiamo pvonta una bella vifovmina…
La circolare dell’INPDAP[7] del 8 Ottobre 2010 – fresca di giornata! – chiarisce che il DL 78 del 31 Maggio 2010, convertito successivamente nella legge 122, ha modificato il “calcolo” della liquidazione.
Insomma, per gli assunti dopo il 2000 ci sarà solo qualche spicciolo mentre, per quelli assunti prima del 2000, ci sarà il “ricalcalo” della parte successiva. In soldini, saranno 5-10.000 euro in meno di liquidazione. Sempre che il TFS non superi i 90.000 euro, altrimenti scatta la penalizzazione più la rateizzazione.
Ottimo Tremonti! Il Robin Hood de no antri, il tizio portato sugli allori da quelli di “Roma Ladrona”…
Ricordiamo che il TFR/TFS è definito “salario differito”, ossia una quota di salario che il lavoratore affida temporaneamente al proprio datore di lavoro e riscuote al termine del rapporto: con quale diritto il commercialista di Sondrio s’appropria di soldi che non sono suoi?

Come si fa a nascondere tutto?
Beh, con Scodinzolini al TG1 ed un po’ di dipendenti Mediaset sulle altre reti, rimane soltanto qualche timido afflato del Tg3…ma ci sono le buste paga!

Fino a qualche anno fa, nella scuola – come in qualsiasi posto di lavoro – alla scadenza mensile venivano consegnate le buste-paga. Poi, si pensò di risparmiare sui costi (carta, spedizione, ecc) inviando le buste paga in formato elettronico alla casella postale che ogni dipendente ha presso il server del Ministero di Viale Trastevere: lì c’era effettivamente un risparmio – difficile stabilire quanto – ma una giustificazione logica c’era.
Vorremmo ricordare che, data l’età di molti dipendenti della scuola, non tutti hanno dimestichezza con la posta elettronica: in ogni modo, era sempre possibile farsi aiutare da qualcuno più esperto, scaricare la mail ed eventualmente stampare la busta paga. Ma arriva un’altra “riforma”.

Le mail con le buste paga non vengono più inviate all’indirizzo di posta – mentre continuano a giungere sulla stessa casella di posta tonnellate di fregnacce para-pubblicitarie dell’universo gelminiano, le cosiddette “News della professione docente” – bensì pubblicate in una pagina del Ministero che il dipendente deve consultare con una procedura un po’ arzigogolata, immettendo codici da copiare dalle vecchie buste paga…
Domanda: dov’è il risparmio, dal sito alle mail?
Un sito come il ministero, dove risparmia, fra inviare le mail (con sistemi automatici) e pubblicarle in una pagina? Se c’è un risparmio, perché non vengono pubblicate e basta le famose “News”, invece d’intasare le caselle di posta con roba che nessuno legge? Delle due l’una: o c’era un risparmio – allora tutte e due sul sito – oppure, oppure…

Per qual poco che conosciamo nella gestione delle banche dati, si tratta di un’operazione del tutto automatica, che un server esegue senza costi aggiuntivi se non quello dell’aggiornamento del database: cosa che, in ogni modo, va fatta. E allora?
Forse che, lentamente ma inesorabilmente – anche nei simboli – sia partita l’operazione “nessuno sappia cosa fa la mano sinistra”?

E’ ovvio che, chiunque, sa quanto guadagna dall’estratto conto bancario/postale ma è diverso leggere ad una ad una le voci. Ad esempio, se s’aumentano di qualche euro ogni mese i prelievi delle amministrazioni periferiche, quanti se ne accorgono? “Sì…più o meno è quello che avevo preso il mese scorso…”. Certo, “più o meno” che, moltiplicato per centinaia di migliaia, diventano i cosiddetti “risparmi” con i quali alimentare tutta la corruzione politica.
Da ultimo, volevamo lasciar fuori le banche? Ma, Tremonti, nei libri che scriveva, non riservava loro peste e corna?

Un piccolo regalino, tanto per farle sedere anch’esse a tavola: il giorno di paga, da decenni – nella scuola – è sempre stato il 23 d’ogni mese. Ciò significava che la mattina del 23 quei soldi erano disponibili con la relativa valuta. Talvolta, giungevano già il 22, sempre – però – con valuta al 23.
Un mattino, mia moglie va a fare l’estratto conto – era un 23 – e lo stipendio non c’è. Mah, ci sarà stato un ritardo…e il 24 mattina i soldi ci sono.
Mese seguente: idem.
Vai a vedere che…con i “larghi respiri” della sua politica da “economista”, s’è inventato di giocare sulla valuta…invece no: peggio.

Il buon Tremontino, con la legge del 28 Gennaio 2009 – “Decreto anticrisi” – ha varato una serie di norme che consentono alle banche d’appiopparvi altri balzelli, di una certa consistenza, anche per modesti “sforamenti” sul conto. Collegamento in nota[8].
Cosa succede?

E’ il 23 (ma per altre amministrazioni, industrie, ecc può essere un altro giorno) e vi recate in un supermercato. Sapete che, quel giorno, vi sarà pagato lo stipendio e che la valuta viene conteggiata proprio il 23.
Quello che non sapete – sono le 11 del mattino – è che quei soldi saranno effettivamente versati soltanto in tarda serata: quindi, in quel momento, sul vostro conto non ci sono.
Siete lì perché s’è scassato il frigorifero e dovete cambiarlo: vostra moglie è in ansia per l’arrosto che rischia d’andare a male…beh, se i soldi ci sono…
Comprate il vostro frigorifero nuovo, lo pagate con il Bancomat e la banca lo accetta (ai lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato la banca lo concede) ma…se “sforate” anche solo di 10 euro, vi vengono appioppate una serie di tasse e balzelli, diversi da banca a banca.

Le associazioni dei consumatori si sono ribellate ed hanno promesso fuoco e faville, ma Tremonti se ne fa un baffo e passa oltre: c’è la “crisi”, qualcuno deve pur pagare le tonnellate di titoli “tossici” (che, a suo dire, in Italia non esistevano) e quel “qualcuno” siete voi. Sursum corda: state contribuendo ad appianare il bilancio della vostra piccola banca, la quale fa parte di un grande gruppo bancario, il quale è direttamente collegato con quelle belle Bande Bassotti di qua e di là dell’oceano che hanno creato il bel giochetto di creare denaro dal nulla. E voi pagate il conto. E’ come entrare in un ristorante, osservare la lista, stabilire che si spenderanno 25 euro a testa e poi…pane, coperto e via discorrendo…pagarne 40!

Oltre queste considerazioni di bottega – che, però, è necessario fornire se si vuole fare seriamente informazione – c’è un dato sconfortante: il 90% della classe politica (non osiamo proprio il 100%...) è convinto che Tremonti sia il salvatore dei conti pubblici.
In realtà, tutto il lavoro di Tremonti è stato accuratamente preparato per far entrare nella nassa gonzi e allocchi, già da quando – siamo nel 2008, campagna elettorale – pubblica (Mondadori, ovviamente) “La paura e la speranza”, ossia il suo pamphlet di anti-globalizzatore.
Ne riportiamo la presentazione comparsa sul sito di IBS libri, perché è una chicca:

Abbiamo i cellulari ma non abbiamo più i bambini. In un mondo rovesciato, oggi il superfluo costa meno del necessario. Vai a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato te ne servono almeno 40. Sale il costo della vita, dal pane alle bollette; stiamo consumando le risorse del pianeta; e dal mondo non vengono segnali di pace. Giulio Tremonti ha compreso ciò che sta emergendo nella consapevolezza comune: la globalizzazione, tanto celebrata, ha un lato oscuro, fatto di disoccupazione e bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. E, per l'Europa in cui viviamo, di un doppio declino: cadono sia i numeri della popolazione, sia i numeri della produzione. Tremonti racconta le cause della situazione attuale, i passi falsi della politica e le spietate dinamiche della finanza internazionale, delineando i contorni della crisi globale di cui ogni giorno vediamo singoli episodi. Ma cerca anche di indicare una strada percorribile per superare questo momento e vincere la paura. La pianta della speranza non può nascere solo sul terreno dell'economia, ma su quello della morale e dei principi. Si tratta di rifondare la politica europea a partire da sette parole d'ordine: valori, famiglia e identità; autorità; ordine; responsabilità; federalismo. E in tutti questi campi bisogna ritornare alle radici dell'identità europea, in un percorso che va nella direzione opposta e contraria rispetto al '68 e ai suoi errori[9].”

A parte quel generico attacco alla “direzione” presa con il ’68, potrebbero essere una serie di principi che tutti potremmo controfirmare, persino Vendola o qualche gruppo extraparlamentare, a destra come a sinistra, cattolici e non, Sud e Nord.

Vorremmo chiedere a Giulio Tremonti cosa ne è stato “del pane e delle bollette”, con salari e pensioni che perdono potere d’acquisto oramai mese dopo mese, migliaia di euro persi in pochi anni[10]. A fronte, manager come Marchionne che guadagnano migliaia di volte quello che intasca un loro dipendente e sputano pure nel piatto.
Ma, soprattutto, chiediamo conto a Tremonti – quello che scriveva di “pane e bollette” – perché ha licenziato spese per 2,132 miliardi di euro alla Protezione Civile (non sapeva? Sapeva? A scelta: gonzo o corrotto) oppure le spese pazze del Sultano e della sua corte da operetta.
E lo indichiamo anche a coloro i quali pensano che, comunque, così andava fatto – i Bersani, i Di Pietro, i Casini ma anche i Renzi ed i Fini, che oggi s’atteggiano a censori per una nuova morale della politica – perché quando si parla di “pane e bollette” prima delle elezioni, dopo non si può finire a puttane e marchette.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.tecnicadellascuola.it/index.php?id=27182
[2] Fonte: http://tg24.sky.it/tg24/economia/2010/02/01/maddalena_g8.html
[3] Fonte: http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=8856:g8-di-berlusconi-una-lista-di-follie-di-sprechi-e-di-appalti-ai-soliti-noti&catid=37:politica-interna&Itemid=154
[4] Vedi: http://www.repubblica.it/politica/2010/05/21/news/soldi_dal_sulcis_alle_barche_vip_insulto_ai_sardi_senza_lavoro-4252723/
[5] Vedi: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/silvio-quanto-ci-costi/2119170
[6] Vedi : http://www.flcgil.it/attualita/la-manovra-economica-penalizza-ulteriormente-i-dipendenti-del-pubblico-impiego-cesseranno-il-lavoro-con-una-liquidazione-piu-leggera.flc
[7] Fonte: http://3.flcgil.stgy.it/files/pdf/20101021/circolare-inpdap-17-dell-8-ottobre-2010-interventi-in-materia-di-trattamento-di-fine-servizio-e-di-fine-rapporto_2.pdf
[8] Vedi: http://banca-del-risparmio.blogspot.com/2009/06/commissione-di-massimo-scoperto-si-paga.html
[9] Fonte: http://www.ibs.it/code/9788804580669/tremonti-giulio/paura-speranza-europa.html
[10] Fonte: http://city.corriere.it/2010/09/28/milano/i-fatti/salari-dieci-anni-valore-sceso-oltre-5000-euro-30891568890.shtml

06 novembre 2010

L’albero malato secca i suoi frutti






Chi semina vento, raccoglie tempesta
Proverbio popolare

Quando abbiamo visto le fotografie dell’alluvione in Veneto, il cuore s’è riempito di lacrime. Poi, quando il Governatore Zaia ha lanciato quel grido di soccorso: “Il Veneto è in ginocchio ed ha bisogno dell’aiuto di tutti!”, ci è sembrato che si fosse tornati con i piedi per terra. Perché, quando la terra diventa acqua, quel che restituisce, dopo, è una sorta di fondale marino, nel quale sono disseminati i resti di milioni di vite troncate.
Poi, proseguendo nella lettura dell’articolo[1], il cuore è tornato a stringersi: la Regione ha ricevuto “risposte positive” da parte d’alcune banche, ossia l’apertura d’alcune linee di credito. D’altro canto, con le banche strutturate come S.p.A., la carità non può essere iscritta a bilancio.
Infine, alcuni animali salvati dalle Forze di Polizia. E basta.

6 Novembre 2010, province di Vicenza e di Padova: acqua, su tutto. 150.000 animali morti, le cascine sono diventate isole, con i piani terreni zeppi di fango, mentre nelle stalle scorre il fiume.
Aiuto: certo. Da chi?

4 Novembre 1966, Firenze travolta dalla piena dell’Arno: non ci fu bisogno di chiedere, l’aiuto giunse spontaneo, da ogni parte d’Italia e dall’estero, in migliaia e migliaia che presero il sacco a pelo e basta, senza chiedersi troppi perché.
Ero troppo giovane, e non ricevetti il permesso paterno per recarmi a Firenze.

Due anni dopo, però, scavavo nella cantina di un orologiaio in un paesino delle valli biellesi: tremenda alluvione, 150 morti, un’economia distrutta, fango persino sui tetti.
L’orologiaio – quando si dice la disgrazia – era già stato alluvionato nel Polesine, 1951, ed ora tornava ad osservare quella malta grigiastra che tutto include, soffoca, nasconde e che – quando s’asciuga appena un poco – diventa una morchia che devi togliere pezzo per pezzo, come chewing-gum che tutto aggrappa, attanaglia, morde.
La sua speranza eravamo solo noi, che da quella cantina potevamo ritrovare alcune casse zeppe di pezzi di ricambio – minuscoli bilancieri, ingranaggi grossi quanto una lenticchia, quadranti… – tutto in quelle casse sepolte dal fango, la sua speranza di “riveder le stelle”, d’immaginare ancora una volta un futuro.

Era un uomo piccolo e magro – ancora lo ricordo – con due lenti tonde e la calvizie incipiente: ogni tanto, saltava fuori dal fango una bottiglia di vino e voleva assolutamente che la stappassimo subito, che la bevessimo. Era l’unica cosa che poteva offrirci.
Per fortuna, ogni tanto una cassa saltava fuori. La ripulivamo alla belle e meglio, le rovesciavamo secchi d’acqua per togliere il fango poi, facendo passamano su scale di sapone, le portavamo al piano superiore, dove la moglie era riuscita a trovare chissà come una bombola di gas liquido e coceva spaghetti per tutti, conditi con l’olio perché non c’era altro.
Non avemmo il tempo d’essere felici né di ripensare a quanto stavamo facendo: per noi era normale così, la sola cosa che c’interessava era ridare all’orologiaio i suoi ferri, i suoi quadranti, le sue molle. Per fortuna, tutto in quelle casse che ritrovammo.

All’epoca, le visite dei politici non erano gradite. Venivano, sfilavano nelle auto con i finestrini chiusi perché ad ogni curva arrivavano sulle carrozzerie linde palate di fango. La Polizia non diceva nulla, non osava dire nulla: noi, eravamo quelli che potevano tirar fuori dal fango quella gente, non le banche e nemmeno le “Forze dell’Ordine”. Solo noi e gli Alpini: l’avessero ben chiaro.

Oggi, qualcuno, dopo decenni nei quali non ha fatto altro che magnificare una chimerica autosufficienza della propria gente, dovrebbe guardarsi intorno e cercare di capire. Che tutti siamo deboli, fragili, percossi dalle intemperie e che “anche durante un naufragio, si deve pur mangiare”.

Ci si chiede come celebrare i 150 anni dell’Unificazione. E ci si scanna.
Un’Unificazione che nessuno riconosce e sente più: al Nord per non dover mantenere il Sud, al Sud con l’orgoglio di chi si è visto calpestato e colonizzato. Ed ucciso se protestava.

C’è stata forse un po’ di retorica di troppo sugli “angeli del fango”: qualche regista c’ha intessuto le sue fortune, qualcuno ha voluto far sua una cosa che era di tutti e di nessuno.
Certo, se ci fu un momento nel quale l’Italia s’unì fu in quelle occasioni, in quelle alluvioni, quando si prendeva il sacco a pelo e si partiva, perché altri avevano bisogno d’aiuto. Altri italiani, od europei – più in là era difficile andare – che si sentivano fratelli nel bisogno, nel cemento dell’amore che univa più forte del fango che soffocava, della terra che tremava, dell’acqua che spazzava via, del freddo e dell’umidità che facevano battere i denti.
E ci si riscaldava a quel fuoco, concreto o trasfigurato, nel quale tutti eravamo fratelli.

Chi ha mantenuto, nel tempo, quei principi nulla ha da rimproverarsi: chi, invece, per troppo tempo ha alimentato il gelo della divisione e dell’odio, osservi oggi l’albero con i frutti muffiti, i rami secchi e spezzati, le foglie malate. E si chieda il perché.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.