23 maggio 2017

Desertec? Ci vorrebbe un secondo Mattei!


Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara.
Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri.
Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai?
Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.
Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno.
Vediamo.

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea.

Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto.
Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta.

Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3, qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scoregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne.

Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi.
Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva.
Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA.

La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve.

L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora?
Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria.
La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis.
L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile.
Cosa rimane?

La Tunisia.
Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no.

La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi.

Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese.

Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

17 maggio 2017

Incontro con Serge Latouche


Mercoledì 7 Giugno 2017, alle ore21, presso "La cena di Pitagora" via San Ponzo 25, 27050 Ponte Nizza (PV) tel +39.0383.53410 (zona Tortona-Voghera), ci sarà un incontro con Serge Latouche sulla decrescita e sulla mondializzazione dell'economia. Io sono stato invitato ad introdurre gli argomenti ed a moderare il dibattito.
La prenotazione è obbligatoria,
Intervenite numerosi!
Di seguito, un approfondimento dell'evento:
http://www.lacenadipitagora.it/webroot/files/LATOUCHE[1].pdf

 Devo riconoscere che mi sono sentito molto onorato per introdurre un uomo di grande saggezza come Latouche: sono queste le occasioni nelle quali uno scrittore sente d'aver fatto qualcosa di buono.

13 maggio 2017

Addio, Oliviero



Conobbi Beha una sera di tanti anni fa, in una Torino uggiosa, circoncisa dalla nebbia ed immersa in quell’umidore che t’attanaglia la pelle e ti strema il respiro.
Eravamo una cinquantina d’anime dannate che sognavano una “Repubblica dei Cittadini”, qualcosa di molto diverso dai cybernauti che oggi vanno per la maggiore: un po’ per fideismo, un po’ per depressione e sfiducia.
Uscivamo a fumare fuori, dalle parti del Palazzo delle Facoltà Umanistiche – terra di Bobbio e di Abbagnano – che ci rammentavano un po’ una Torino smagata da tempo, dall’altra il senso della misura, oggi perduto nelle risse da balera televisive.
Eppure, Oliviero c’aveva raccontato tante, troppe cose, soprattutto quella ventura di scoprire una partita di calcio fottuta, combinata, comprata…chissà…una come tante, in un campionato dove se ti chiami Fiorentina, per lo stesso reato, vai in serie D, se ti chiami Juventus vai solo in B. Vai a capire: no, non c’è niente da capire.
Quello scoop fu maledetto. Se tocchi il calcio oppure l’ENI, in Italia, sei fottuto per sempre.
Gli lasciarono quel posto in RAI – così mi raccontò – tanto per sbeffeggiarlo, per fargli capire che uno bravo non lo vogliamo, se non è disposto a chinarsi a novanta a comando. Lo lasciamo lì, a rimirare la sua impotenza.
Per questo volevamo un repubblica fatta da cittadini – non da cafoni suburbani – che oggi si litigano per capire chi ti ha telefonato per dirti che non dovevi comprare quella banca…oppure no…che la dovevi comprare…madonna mia, che schifo.
In questo senso eravamo più Bobbio od Abbagnano: sempre meglio che giocare alla capra con Sgarbi. Che finisce, irrimediabilmente, sotto una panca fatta di scoregge e rutti, in un’osteria di periferia.
Dal televoto di Sanremo al cyber voto  per dichiarare che 20.000 persone hanno deciso che tutto va bene, così hanno sentenziato a Milano, e Genova ha approvato.
Hai preferito vivere da signore un po’ scapigliato, con quell’andazzo dal quale lasciavi intendere di vedere le cose un po’ più in là degli altri, con un orizzonte più lasco, meno imbrattato dai verminai politici o dalle madonnine cibernetiche.
Non mi viene in mente altro che la frase della (ipotetica) figlia di Marco Aurelio ne Il Gladiatore: “E’ stato un giornalista italiano. Onoriamolo.

02 maggio 2017

L’Europa è finita, andate in pace

“Quando si perde il Tao, appaiono la moralità e il dovere, più si emanano leggi e decreti, più ci saranno ladri e predoni.”
Tao-te-Ching – Lao-Tse – VI secolo a. C. (?)

Il popolo cinese possiede una “scienza” che trova proprio nel I-Ching il suo metodo tipico di lavoro. Il principio di tale scienza, come molte altre cose in Cina, è oltremodo diverso da quello su cui invece è impostata la nostra.”
Carl Gustav Jung  (1875-1961).


Voglio pormi una domanda che sembra scontata: non noi, ma i nostri nipoti avranno qualche speranza di tornare a vivere in un mondo dove ogni cosa non sia ritmata da un etimo astratto – poiché non corrisponde più al suo archetipo linguistico – ossia l’economia?
L’oggi è perverso, forse il domani sarà anche sanguinoso – non ci credo, ma state certi che quando il saggio di profitto si liquefa, si distrugge tutto per tornare a guadagnare – e il dopodomani?

L’oggi è il parossismo: a Bruxelles, sono accreditati 15.000 lobbisti, più quelli che lo fanno senza dirlo, ma solo lobbisti “doc”, sia chiaro. Per la coca e le puttane da fornire ai nostri rappresentanti (ah,ah,ah), ci sono altre strutture, dedite, appunto, ai giri di coca e di prostituzione atti alla bisogna. Un’organizzazione perfetta, che chiamano democrazia.
Perché – caso appena successo (1) – le fabbriche che sfornano seggiolini da automobile per bambini sono in crisi: guadagnano troppo poco. Ergo, bisogna mettere subito fuori legge tutti i seggiolini esistenti per costruirne di nuovi…tanto i soldi li tirano fuori, è obbligatorio…e poi, l’economia soffre. Come farglielo capire ai parlamentari europei?

Ci pensa Titta Tuttetette la quale, dopo una tirata che ti fa sentire il Leone delle Nevi, per fartelo capire meglio ti succhia il biscottino…vero che la firmerai quella legge? E’ necessaria, altrimenti gli operai vanno in cassa, e piangono. Tu non vuoi che piangano, vero? Se smetto di ciucciare tu piangi, ma io non sono cattiva e continuo imperterrita, voglio farti godere perché tu faccia godere anche quei poveri operai. La democrazia è una cosa meravigliosa: vedrai, per quelli che hanno tre figli faranno lo sconto comitive – come ho dovuto fare io, pensa – perché fra presidenti di commissione, vice presidenti, tecnici, capi-corrente…quanti biscottini mi toccherà ciucciare…
Ma Titta Tuttetette è una professionista seria: il lobbista, incaricato di far mettere fuori legge i vecchi seggiolini, si fida di lei, la conosce bene.

Le elezioni francesi – se ancora ce n’era bisogno! – ci hanno chiarito il loro concetto di democrazia: tutto deve continuare come oggi, il sistema è perfetto…certo, qualcuno rimane indietro…ma, fra Tv, Web e quattro mance elettorali, siamo in grado di resistere ancora molti anni. Tre candidati si sono coalizzati per sconfiggere la Le Pen.

Intanto, i sudditi di Tsipras fanno la fame, mentre il cialtrone corre a Cuba a visionare il “paradiso socialista”, oppure potremmo ipotizzare che Brexit non sia stata voluta a furor di popolo, ma sia stata la vittoria del partito filo-atlantico contro quello europeista: di certo, Trump non ha pianto il giorno del referendum!
Oppure, vuoi vedere che è stata una decisione indigena…ossia…la Banca d’Inghilterra, statale ed azionista della BCE (pur non avendo l’euro!), ha fiutato che l’affare non conveniva più…già…ma come si fa a tirarsi indietro? Eh, il popolo ha democraticamente deciso…

Non starò a tediarvi con queste cialtronerie che tutti ben conosciamo, ma le elezioni francesi ci hanno mostrato una realtà limpida come l’acqua: nessun cambiamento potrà mai avvenire per via elettorale, perché – mediante i giochi associazione/dissociazione (e questo vale per l’Italia) – sono in grado di controllare tutti gli equilibri parlamentari. Se non basta ancora, si va al mercato delle vacche e si comprano, senatori e deputati. Qualche De Gregorio, Razzi o Scillipoti c’è sempre. Non basta ancora? Si creano nuovi movimenti, all’apparenza rivoluzionari chedipiùnonsipuò, che saranno sempre controllati dai vari centri di potere, mediante il denaro o l’omicidio.

Ho sottolineato “i nostri nipoti”, perché i coetanei (sono della “leva” dei nonni) o sono riusciti ad entrare per il rotto della cuffia in pensione – e stanno attenti a come spendono anche i centesimi – oppure sono messi ancora peggio. Chi campa perché moglie/marito lavora, chi perché la mamma – novantenne – ha ancora una pensione (magari l’accompagnamento!) e la povera vecchia si rende ben conto, se la testa non l’ha mollata, della responsabilità che le è piombata addosso con i suoi novant’anni.
Qualcuno ha piccoli redditi da immobili, chi è aiutato dai figli, chi ancora – a 65,66,67 anni – lavora, come può…come gli riesce…e non s’immaginava di certo, quand’era quarantenne, di fare una simile fine. E i figli?
Quelli, sono messi peggio.

Per loro, hanno inventato un nuovo tipo di welfare: il welfare creativo. Su, dai…se non riesci ad essere creativo – ossia a cavare i soldi anche dai sassi – sei un bamboccione, un figlio di mammà che non vuole staccarsi dalle gonne! Sapete che il figlio (maschio) della Fornero fa il regista? Non l’avete mai sentito nominare? Oh, ma come siete poco informati (!)…Andrea Deaglio, è “uno stimato regista e produttore di film socialmente impegnati” (Il Giornale)…come, non l’avete mai sentito?
Per quelli che, invece, non vincono il concorso come amministratori del Quirinale (125.000 euro l’anno)…perché figli dell’ex segretario del Quirinale…c’è sempre un posto da cameriere, prima pagato con i voucher, adesso in nero o con contratto a chiamata, ossia lavori se c’è lavoro, solo quando ci servi.
Il contratto di lavoro – istituto cardine della giurisprudenza del lavoro – quella cosa dalla quale discendeva l’accordo fra le classi sociali…sparito!

Anni fa, per andare in Bosnia passai dalla Croazia: non mi piacque. Sono un popolo di camerieri, pensai, gente che appena ti guarda cerca di capire quante Corone potrà scucirti. Piano, ma ci stiamo arrivando anche noi: privati delle grandi industrie, con le piccole imprese controllate da Paesi stranieri, siamo cotti. Un tempo c’era l’Italsider con 2.000 dipendenti, oggi le navi della Costa caricano/scaricano migliaia di turisti: i nostri ragazzi, che magari sono ingegneri, corrono da un tavolo all’altro. Cuba libre? Due? Grazie, arrivo.

Questa è la realtà dei nostri figli: chi un po’ meglio, chi un po’ peggio.
E i nipoti?

Per ora vanno a scuola od all’asilo, ma scoccherà anche per loro il tempo delle scelte, ossia fra schiavismo od accattonaggio.
Qualcosa può cambiare?
Non certo per movimenti sociali d’opposizione: leggiamo, scriviamo, commentiamo…ma di più cosa possiamo fare? Ah sì, ogni 5 anni andare a crocettare una scheda…chi ci va ancora…

La mia generazione ci provò, e ne fui testimone: una sera mi recai alla riunione di Potere Operaio. Stupito, notai che al banco della presidenza c’erano tre tizi che non avevo mai visto. Fecero in fretta: compagni, noi siamo ex partigiani e vogliamo fare la rivoluzione: le armi ci sono, bisogna prepararsi.
Quella sera capii che stavamo per dichiarare guerra all’arma dei Carabinieri, alla Polizia ed allo Stato in generale: compagni, saluti!
Furono anni duri, ed il dolore per tante vicende mi prendeva allo stomaco…d’altro canto, se credi che si possa affondare una portaerei a forza di testate…

L’unica speranza è in un mutamento di pensiero, che prima o dopo si faccia largo nella popolazione. Anni? No, almeno decenni, se non secoli.
Da dove può scaturire una nuova forma di pensiero sociale?

Europa
Per due millenni l’Europa è stata il centro del mondo: la sua civiltà greco-romana e poi cristiana ha plasmato il pianeta – nel bene e nel male – fino a pochi decenni or sono. Forse, se la costruzione europea avesse tenuto conto d’altri fattori – più Keynes e meno Friedman, a grandi linee – la situazione, oggi, sarebbe forse migliore e ci potrebbe essere una speranza, una “visione” per il futuro, ma così non è.
Da Vilnius a Lisbona, da Atene a Rotterdam, il continente non ha più niente da dare alla civiltà umana, giacché l’Impero Germanico – sconfitto due volte con le armi – ha saputo imporre ugualmente la sua egemonia, senza una cultura cui riferirsi. Poco ascoltati in Patria, i grandi filosofi tedeschi non hanno più nulla da raccontarci: niente visioni del futuro appaganti o, almeno, stuzzicanti.

Stati Uniti d’America
Un popolo di coloni non può far altro che colonizzare, serialmente, come fanno da due secoli: il “sogno” americano si nutre con l’incubo delle popolazioni assoggettate dopo la vittoria nella 2° G.M. Per alcuni aspetti, hanno copiato ciò che l’Europa fece con l’Africa, ossia bloccare lo sviluppo di un intero continente per alimentare il proprio. L’Impero Americano sarà duro a morire, poiché hanno un territorio vasto e per molti aspetti sono autosufficienti: le metastasi che si diramano ovunque, nel Pianeta, alimentano il surplus che deve sorreggere la retorica di supporto alla macchina mediatica statunitense. La cultura, in un simile sistema, non può che essere “embedded” o, per dirla con la nostra lingua, “organica al sistema”. Vale a dire, pari a zero.

America Latina
Ciò che più conta, in questa definizione, è la seconda parte: è terra ispanica, appena sfiorata dagli aliti delle Ande, peraltro scomparsi – come cultura – da parecchi secoli. In questo enorme continente, si vive di ricordo e di sogni: si potrebbe affermare che ogni abitante gira con, sottobraccio, il suo libro di Cervantes. I grandi sogni sono il suo pane quotidiano, la visione di un futuro estatico sono il viatico per il “Paradiso degli Eroi”, da Don Chisciotte a Che Guevara. Ma la cultura che conduce ad un futuro non scaturisce dal sogno, bensì dal pensiero: c’è comunque qualcosa di più vivo che a Nord, c’è almeno la coscienza d’essere umani, con il proprio ricordo di un umanesimo caricato, insieme all’acqua ed ai viveri, sulle caravelle che varcarono l’oceano, dove ammazzarono a più non posso. Ricorderanno la saggezza di Sancho Panza? Chissà...

Africa
E’ il continente che più ha pagato il conto della ricchezza europea ed americana: sconvolto con lo schiavismo, proprio nel passaggio dalla cultura dei villaggi a quella delle città, l’Africa non esiste più. Una grande miniera a cielo aperto, diamanti e petrolio per tutti, meno che per gli africani. Onore a chi, come Gheddafi, propose e pagò personalmente con la vita il sogno di una unità pan-africana, un rinascimento che è stato sconvolto ancora una volta da guerre e massacri, orditi da Washington e da Bruxelles. Africa, addio.

Russia
E’ giusto presentare la Russia come un continente, perché culturalmente la Russia zarista, poi comunista, oggi metà post-comunista e metà neo-zarista, vive di un equilibrio proprio, autoctono. E difficilmente esportabile.
La Russia ha poco interesse per il mondo che la circonda: lo osserva principalmente perché sa d’essere sempre nel mirino per le sue enormi ricchezze minerarie, ghiotto boccone per le economie di rapina. Per questa ragione si arma, quel tanto che basta per scoraggiare chiunque: come colonizzatori, i russi non valgono una cippa. Si notò chiaramente come risolsero le questioni in Ungheria e poi in Cecoslovacchia, da ultimo in Georgia: questo fa parte della mentalità russa, che ingloba nelle vicende umane una quota di sofferenze inevitabili – che fosse il disinteresse zarista o la protervia staliniana, Tolstoj o Dostoevskij – l’importante è che il continente russo continui ad esistere, con la religione ortodossa, la lingua slava ed i popoli slavi. Nulla che ci possa interessare: il “mix”, non è esportabile.
Però, la Russia – diciamo l’era Putin – sarà ricordata come il compromesso – tentato? riuscito? parzialmente? – fra il mercato e lo Stato. Putin ha chiarito che, senza l’economia centralizzata e statale, non ci sarebbe stata la vittoria nella 2° G.M. Lo stesso Putin che ha imprigionato gli oligarchi, i quali erano scappati con l’ex apparato energetico sovietico sotto il braccio: non sputi l’osso? Stai in Siberia: alla Stalin.
Indubbio che risultati ne ha ottenuti, ristrutturando l’industria pesante e la politica estera russa: però, nulla di nuovo. Nel senso che l’URSS vendeva minerali grezzi ed armamenti, ed oggi la Russia non è stata capace (a parte le armi) di far fiorire l’industria leggera e l’agricoltura: per sistemare le centinaia di cartiere sulla Transiberiana, ha dovuto rivolgersi a svedesi, finlandesi ed italiani.
E c’è ancora una realtà da considerare: Putin è uno solo…e il futuro? Certo, la Russia potrà essere sempre grande esportatrice d’energia – se solo intercettassero i venti artici con degli aerogeneratori…oggi non interessa, hanno il metano da vendere – ma questo non significa avere una visione per il futuro, condivisibile ed esportabile.

L’Asia
L’Asia non è un monolite, al suo interno (a parte la presenza geografica russa) si distinguono due aree, il subcontinente indiano e la Cina, con la propaggine insulare giapponese.
L’India è tuttora pervasa dalle sue antichissime tradizioni, alle quali – come espressione di modernità – ha quasi appiccicato le pratiche apprese dal colonialismo britannico. E’ senza dubbio una società giovane e dinamica, ma il peso della tradizione opprime. Stupisce, ma non troppo, che abbia creato come espressione di modernità il doppione di Hollywood: come a riproporre un olimpo di celluloide da sovrapporre al mondo tradizionale. L’India rimane, in sostanza, legata agli archetipi come nessun altro nel Pianeta: sono tradizioni profonde, antichissime, che non possono essere esportate. E che, per alcuni aspetti, li schiacciano e li immobilizzano. Potremmo dire che sono apprese dal latte delle madri: per questa ragione, ritengo che il mondo indiano abbia poco da offrire al resto del pianeta, anche se – paradossalmente – è stata la culla di grandi scuole di pensiero.

Se escludiamo il Medio Oriente, intossicato dall’Uranio impoverito e dalle fiumane di dollari petroliferi, rimane ben poco: una lontana colonia dimenticata, l’Australia.
E la Cina.

La Cina è la più antica cultura del Pianeta e non è mai stata colonizzata. Forse lo sarebbe stata, ma una concomitanza di fattori – il declino dell’Impero Britannico, la rivoluzione russa, la lenta ascesa dell’Impero Americano, la guerra civile in Cina ed i successivi tentativi americani, falliti, in Corea e Vietnam – decretarono l’indipendenza della Cina.
In quanto a cultura, nessuno può competere con i secoli di cultura cinese: basti riflettere che quando Confucio – coetaneo di Socrate e Buddha, VI secolo a. C., mentre Roma era un villaggetto di pastori – completò la sua formazione, studiò sui tre libri classici della cultura cinese: l’I-Ching, il Nei-Ching ed il Tao-te-Ching. Che risalivano (probabilmente) a Lao-Tse e all’epoca, l’epoca…scompare nella notte dei tempi. Confucio dichiarò che alcuni di quei libri erano “molto antichi”: cosa avrà voluto dire? Nessuno lo sa.

I libri non insegnano niente…l’esperienza è tutto…sarà vero, però, un uomo che a quei tempi scrive un libro (I-Ching) basandosi su 64 esagrammi, ciascuno di 6 linee, intere o spezzate: in altre parole, inventa il sistema binario e poi lo commenta per descrivere l’apparente caos della vita…beh…forse qualcosa da insegnare ce l’ha.
Siamo pronti per cambiare alla radice la nostra cultura?

Non ha funzionato: l’accumulazione di capitale, la rivoluzione borghese e proletaria non ci hanno portato a niente, anche se la prima s’è imposta e la seconda ha fallito. La conquista coloniale, il capitalismo, il materialismo storico, la fase imperialista…tutto inutile. Siamo noi euro-americani a fallire: la nostra mente non comprende l’ineluttabilità del caos, tenta d’imprigionarlo, inutilmente.
Il primo cambiamento è capire che il mondo non è eurocentrico, e nemmeno “americocentrico” – ci sono correnti di pensiero in tal senso – anche se le differenze, oramai, sono impercettibili.

In mezzo a noi, i cinesi.
Imperturbabili – che siano camerieri o uomini d’affari – paiono delle sfingi.
Confesso che mi hanno sempre stupito ed incuriosito, ma qualcuno si è chiesto come hanno fatto – solo vent’anni fa esportavano bamboline di pezza e giocattoli – ad imporsi come i primi produttori di tecnologia del Pianeta?

Pochi anni prima, un cinese fermò un carro armato con la sua sola presenza, ma questo avvenne perché l’ordine d‘avanzare, senza ripensamenti, non era ancora stato emanato: poche ore dopo, nella notte, i carri entrarono a Tien-an-men. Il mattino seguente regnava – per dirla con De André – una pace “terrificante”.
I nostri globalizzatori si stracciarono le vesti (non smettendo d’investire!) ma, in un Paese di un miliardo di persone, quanti milioni di morti ci sarebbero stati con una diversa decisione? Una nuova guerra civile?

I cinesi sono il pragmatismo fatto persona, e non perché sono comunisti o cinesi: perché, alla base della loro cultura ci sono il buddismo, Confucio e Lao-Tse.
Oggi, il Partito ha deciso per l’arricchimento: cinesi, lavorate e sguazzerete nei soldi! Fino a pochi decenni fa, il problema – in Cina – era trovare un miliardo di polli il giorno, per sopravvivere un altro giorno. Hanno smesso di centrare la loro attenzione su quei polli: Teng Hsiao Ping inaugurò un congresso del partito affermando: cinesi, arricchitevi!
Ma, subito dopo, chiarì che la fase capitalista era necessaria, era “uno stadio” della crescita verso il comunismo. Cosa significa? Chiedetelo ai cinesi, questa è stata la dichiarazione di Teng:

Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l'essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c'è una pianificazione anche nel capitalismo; l'economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell'attività economica.

C’è, in queste poche frasi, condensata la vicenda universale dei tentativi umani di dar ordine agli eventi economici. La sintesi non esiste, non c’è: noi cerchiamo la sintesi, e perdiamo di vista il fluire degli eventi. Vogliamo una sintesi breve – una sorta di Bignami della Storia e degli eventi – per fare in fretta, per tornare ad investire, lavorare, guadagnare. E non funziona più.

Non posso affermare che la Cina, il pensiero cinese, fornirà le basi per un nuovo umanesimo: oggi, lanciati come sono nell’iper-capitalismo…nessuno potrebbe affermarlo. Però, le parole di Teng sembrano il parto di una mente profonda, indagatrice. Che comprende sia il caos della produzione capitalista sia l’apparente ordine delle economie del socialismo reale, che si guardano, come allo specchio: apparentemente contrapposte. In realtà, speculari.
Bisognerà attendere che la società cinese sia “matura” per avere risposte, ma anche questa dizione è nebulosa: la “maturità” cinese, sarà come quella europea? Ossia, il capitalismo globalizzatore è giunto a frantumare anche le basi, antichissime, della cultura cinese? Nessuno può avere una risposta, però così – a naso – non ne sono convinto.

Per molti anni – essendo buddista – ho avvertito il dolore dei tibetani per la loro terra: non dicevo nulla, perché ritenevo quelle punzecchiature di spillo, da parte tibetana, inutili, pesanti, dolorose proprio per i tibetani. Però, in silenzio, meditavo: il Tibet diverrà cinese – fuor di dubbio – ma…e se la Cina diventasse tibetana?
Ogni cultura fa riferimento al suo retroterra storico/culturale, anche se il fenomeno è spesso spontaneo e non ce ne accorgiamo.
Le “sfingi” cinesi sono esseri umani come noi, ma la loro mente è completamente diversa dalla nostra, non percepiscono, non possono capire la nostra cultura, perché la loro è molto più radicata della nostra e più profonda. A parer mio, non esiste popolo – e qui intendo il buddismo ed il taoismo, più che le nazionalità d’appartenenza – che conosca i meandri della mente umana come gli orientali.

Sulla piazza Tien am men, vicino alla gigantografia di Mao-tse-dong, all’ingresso della Città Proibita c’è un ideogramma: significa “nessuna azione”. Curioso vero? L’accostamento di un leader comunista con (un’apparente) immobilità.
Craxi, quando visitò la Cina (il celebre viaggio con nani e ballerine…), fu colpito da quel logos (non saprei definirlo in altro modo): non così i personaggi del suo seguito, che lo ritennero – miserere! miserere! – un richiamo all’ozio.

In realtà, quel “nessuna azione” significa che il mutamento è la regola, non l’eccezione. Seguire il mutamento, senza opporre resistenza, vuol dire semplicemente plasmarsi allo scorrere degli eventi. E’ qualcosa di molto semplice e, allo stesso tempo, estremamente caotico: come si può definire altrimenti il lasciar scorrere il caos? Questo vale dal kung-fu all’economia, dalla vita familiare a quella sociale.

Se ci riflettiamo, scopriamo che la nostra classe politica esercita ogni tipo di pressione – montagne di denaro, discorsi fumosi, certezze degli economisti (!), pronte sentenze geopolitiche, ecc…un pietoso, inutile affanno – per non mostrarci la realtà: stiamo affondando, e loro tentano in ogni modo d’opporsi all’evento, si sforzano in modo inverosimile per mascherarne gli effetti. Quando un riconoscimento di realtà sarebbe più onesto e, soprattutto, consono per comprendere il nostro futuro.
Dobbiamo diventare un popolo di camerieri? Bene, allora facciamo in modo d’essere i migliori camerieri del Pianeta.
Siamo stati costruttori di dighe e ponti? Vero, lo siamo stati. Passato. Oggi ci cascano in testa ponti e cavalcavia: qualsivoglia possa essere la ragione, è così che vanno, oggi, le cose.

L’ho visto con i miei occhi in un ristorante cinese come intendono le cose della vita: un cameriere, sul finire dell’ora di pranzo, stava già preparando i tavoli per la sera.
In silenzio, la tovaglia fra le mani dinnanzi al tavolo, chiuse per un attimo gli occhi e lanciò la tovaglia, trattenendola da un lato. Per due volte, osservò il risultato e riprese la tovaglia: al terzo tentativo, l’ombra di un sorriso gli traversò sul viso per un istante: prese un’altra tovaglia e s’accostò ad un altro tavolo.

Non ho pretese d’aruspico, né voglio divinare il futuro con mezzucci per travisare gli eventi e farmi dire “bravo” o “scemo”: non ne ho bisogno e non serve.
Però, se c’è un popolo che potrà fornire risposte quando tutti gli altri clamori si saranno zittiti, io punterei sul popolo cinese, o comunque di chi vive in quella cultura. Se non ci riusciranno loro, non so proprio chi potrà farcela.

(1) https://www.altroconsumo.it/auto-e-moto/automobili/news/seggiolini-per-auto-le-nuove-regole

20 aprile 2017

Che ne facciamo di Schettino?


Fra pochi giorni, sarà celebrato l’ultimo atto della vicenda Costa Concordia e per Francesco Schettino sarà veramente l’ultima spiaggia: se verrà confermata la sentenza d’Appello saranno 16 anni di carcere, ma il P.G. della Cassazione ha già anticipato che chiederà 27 anni. Una pena troppo pesante per un omicidio colposo, seppure plurimo? La pena per l’omicidio volontario è di 22 anni. Tutta la vicenda ha un sapore assai strano: a Schettino non è stato ritirato il passaporto, e l’interdizione al comando – guarda a caso – è stata comminata per soli 5 anni.
Recentemente, Schettino ha pubblicato su Youtube un breve filmato intitolato “L’onore del marinaio” (1) e non ci sentiamo di dargli completamente torto.

Sarà perché tante volte ho visto la Concordia entrare in porto, a Savona, proprio mentre mi recavo a scuola, magari proprio al Nautico e ricordo l’imponente massa che, talvolta, suonava i rituali 5 colpi di sirena rivolta a barche, pescherecci e quant’altro: 5 colpi significano “non capisco cosa cazzo vuoi fare”. Ricordo che sorridevo, pensando al pilota occupato a seguire magari 3 o 4 bersagli mentre conduceva in porto un albergo galleggiante con 5.000 anime sopra.
Voglio precisare subito: per come sono andate le cose, Schettino doveva essere degradato a mozzo senza ripensamenti. Mai più doveva salire in plancia in comando: questo mi stupisce della sentenza di primo grado, sostanzialmente confermata in appello, perché girando attorno alle vicende processuali ci sono troppe cose che non tornano: gente che ha ricevuto medaglie e, poi, s’è trovata a dover patteggiare le pene, altri che hanno fatto la parte del leone e poi sono stati trasferiti, ma andiamo con ordine.

Nel 1974 mi trovavo al Giglio, accampato “sotto le stelle” proprio sulla punta delle Scole, che separa Giglio Porto dalla baia delle Cannelle. Nella baia, era ancorata una pilotina del New England di proprietà della contessa Agusta (quella che sposò un calciatore nero, ricordate?). Non fatevi fuorviare da quel “pilotina”: la “barca” in questione era un tre alberi di 100 piedi di lunghezza, equipaggio in divisa, ottoni lucidi e tutto il resto…se ne stavano lì, a fare i bagni.
Un giorno, probabilmente per rifornirsi di carburante, si recarono a Giglio Porto (a motore, ovvio) e fui stupito perché la rotta, vista da lassù, puntava dritta sull’Argentario (pressappoco per 90°): fecero un lungo bordo – circa un miglio – prima di virare di 180° circa ed entrare a Giglio Porto. Perché?
Poiché dal mio punto di osservazione, in alto, si notava chiaramente il “campo minato” di scogli che, dalla battigia, continuavano per centinaia di metri: manco con un gommone – pensai – sarei andato a cacciarmi lì dentro! Saggio, il comandate della pilotina – perché cercarsi grane? – mentre Schettino fu proprio tutto meno che avveduto.

E’ vero che lo spettacolo del Giglio con poche luci, nel buio invernale era atteso dai passeggeri, ma c’è modo e modo di farlo!



Osservate, nella cartina, l’angolo fra la rotta della Concordia e la costa Est dell’isola: troppo ampio. Pare quasi una rotta per entrare in porto al Giglio (se mai fosse possibile, con un simile “bestione”!) Chi tracciò quella rotta? Non lo sappiamo. Chi doveva approvarla? Il comandante. Per questa ragione affermo che Schettino non dovrebbe più comandare nulla, manco un pattino. Toglietegli anche la patente nautica.
Con una rotta più verso Nord, una correzione di rotta sarebbe stata più agevole: ma dove ha imparato, Schettino, a condurre una nave? E la velocità? Oltre 16 nodi! Non facciamoci proprio mancare niente per combinare un bel disastro!
Come è avvenuto? Colpa della globalizzazione, anche in quel caso.

La legge, oggi, impone la lingua inglese nei comandi in plancia. Così, invece di “timone a dritta” bisogna dire “on the starboard” e per timone a sinistra “on the port”. Immaginate…onthestarboard…ontheport…ditelo in fretta: com’è? Confusione? Pensate un po’…con un timoniere indonesiano che mastica poco l’inglese…
Così, con una bella accostata a dritta (invece che a mancina) per allontanare la poppa dagli scogli, si è giocato con la vita di 32 persone: bisognava pensarci prima, con una diversa rotta ed una velocità più bassa.

Un naufragio è una tragedia: anche quando finisci in mare da una piccola deriva a vela…ti viene una paura irrazionale…anche se sai nuotare, se è giorno, piena Estate…ti viene un terrore inconsulto e cerchi d’aggrapparti a qualsiasi cosa, anche se basterebbero poche bracciate per giungere a terra.
Un naufragio di 5000 persone, di notte, d’Inverno, nel volgere di un’ora…è una cosa che non riesco nemmeno ad immaginare: pur comprendendo le procedure, non penso che ci sia essere umano in grado d’affrontarlo. l’Andrea Doria, tanto per essere chiari, rimase a galla ancora per quasi un giorno: per certi versi, il naufragio della Concordia ricorda quello del Titanic: notte, freddo, stesso “taglio” delle lamiere per più compartimenti, inabissamento repentino.

Se non bastassero i prodromi – e qui Schettino ce l’ha messa proprio tutta – quando la nave, già da un’ora, è adagiata sugli scogli del Giglio, si fa vivo un certo De Falco – Capitano di Fregata della Capitaneria di Grosseto – che completa l’opera: dalla tragedia al teatro dei pupi.
Da cento chilometri di distanza, senza aver chiara la situazione, senza sapere niente – in pratica – fa una bella lavata di capo a Schettino, diventando un eroe nazionale. Successivamente, De Falco, sarà trasferito (non dietro sua richiesta) ad un incarico amministrativo (non operativo), proprio per aver aggiunto, per pura insolenza (tipicamente militare), un po’ di pepe sulla ferita: oh, come godono i media di mezzo mondo quando un “vero uomo” sale alla ribalta!

Prima d’andare avanti, bisogna ricordare che una nave, nel momento che viene dato il comando d’abbandonarla, diventa un relitto: da quel momento in poi, il comandante cessa d’esser tale e la competenza passa alla Marina, tramite le Capitanerie di Porto. Schettino, giuridicamente, era un naufrago come tutti gli altri.
Senza ricordarsi che il comandante Calamai (Andrea Doria) si salvò – ma anche l’amm. Nagumo sopravvisse all’affondamento dell’Akagi (Midway, 1942) come il comandante dell’Indianapolis Mac Vay e tanti altri – chiede a Schettino (non può chiedergli perché non è morto da eroe in plancia! Così fanno i veri uomini!) di risalire su un relitto senza corrente elettrica, buio come il fondo dell’inferno per dirigere le operazioni di sbarco. Che, all’ora in cui ci fu la famosa telefonata, erano pressoché concluse: alcune navi, deviate dalla rotta per soccorrere la Concordia, stavano allontanandosi perché oramai erano in troppi.
Schettino dirigeva, a quell’ora, le operazioni dalla scogliera insieme ai suoi ufficiali: s’avverte, nel colloquio, che Schettino non ha tempo né voglia di stare a sentire la ramanzina del solito capitano rompicoglioni, tant’è che ha già chiamato Roma, ossia il superiore di De Falco, per narrargli l’accaduto. Che, ad essere onesti, non ha mai negato: “Ho combinato ‘nu grosso guaio”, esordisce nel primo messaggio con la Costa Crociere, a Genova.

Poco prima aveva abbandonato la nave con l’ultima scialuppa disponibile, disincastrandola dalla gru che, per l’inclinazione della nave, minacciava di portarla a fondo. Nel momento nel quale lasciava la nave con gli ultimi naufraghi, Schettino era fermamente convinto che tutti gli occupanti avessero lasciato il relitto, perché non era lui a doversi occupare della questione. E chi, allora?
Quando si parla di naufragi e di responsabilità, sono sempre storie infinite: per questa ragione, Charles Butler McVay III (comandante dell’Indianapolis) si stufò e, nel 1968 – dopo 23 anni di avanti e indietro, sentenze di colpevolezza seguite da assoluzioni e tante scuse – si stese sul prato di casa e si sparò un colpo con la pistola d’ordinanza.

Schettino non rischia questi “avanti e indietro” – è responsabile e colpevole dell’affondamento – però ci sono altri che non hanno eseguito i loro compiti: primo fra tutti, il capo commissario di bordo Manrico Giampedroni, rimasto ferito (una gamba rotta) durante le operazioni di evacuazione e dimenticato sul relitto per un giorno e mezzo – per questa ragione ha ricevuto una medaglia al valore dal Senato – ma…quali erano i suoi compiti? Quella sera, dove si trovava?
Era sull’aletta di plancia, a sinistra, e si godeva lo “spettacolo” del “inchino” al Giglio, mai eseguito (sic!) così vicino alla costa dell’isola.
Così, ha patteggiato una pena a 2 anni, perché:

“…non avrebbe fatto evacuare i passeggeri dalle cabine della Costa Concordia e non li avrebbe fatti radunare nei punti di raccolta per avviarli alle lance di salvataggio, e non avrebbe coordinato l'emergenza in base ai prescritti protocolli.”

Insomma, l’uomo che aveva la responsabilità “alberghiera” della nave, in quel momento, stava in plancia (dove non doveva essere) e si trastullava. Disse anche: “Oh, ma quegli scogli li prendiamo in pieno!”. E scomparve, rimanendo poi ferito in un ponte inferiore, da qui la medaglia del Senato. Concessa con troppa fretta? Beh…similis similia solvitur…sappiamo bene che i senatori non perdono tempo per unirsi al coro dei media ed apparire in Tv…
Anche a Schettino è stato dato un riconoscimento – insieme a tutto l’equipaggio – nientedimeno che dai Lloyd's di Londra, per il comportamento tenuto durante il naufragio e per il salvataggio dei passeggeri.
Perché?

Poiché tutto il naufragio, dall’impatto a “nave ferma” semiaffondata, è durato circa 63 minuti e, in quei 63 minuti, il mondo si è capovolto per le persone sulla Concordia: dai brindisi al sapore, amaro, dell’acqua salsa.
La manovra tentata e riuscita, eseguita dagli ufficiali della nave – senza poter contare sulle macchine! – è stata da manuale (il plauso dei Lloyd's non giunge a casaccio): filando le ancore in sequenza, a tempo debito, sono riusciti ad accostare la nave alla costa. Cosa sarebbe successo se la Concordia fosse affondata – in 63 minuti! – nel canale? Quante centinaia di morti?

Insomma, tutta la faccenda è stata vissuta su due piani, quello reale (terribile) e quello mediatico, che deve essere spettacolare e che ha i suoi ruoli – il mattatore, il vile, l’eroe, l’amante, ecc – come recitano i canoni della commedia dell’arte. E servono, ancora una volta, ad acchiappare ed a condizionare il pubblico, a portarlo dove si vuole. Quante persone, nei giorni successivi alla tragedia – anche fra le gente di mare! – avrebbero voluto impiccare Schettino all’albero di maestra!

Il giudizio sul governo della nave, da parte del comandante Francesco Schettino, deve essere completo e la pena pesante, non c’è dubbio. Una manovra pericolosissima, senza tener conto che la cartografia GPS contiene un errore di 25-50 metri (per ragioni di terrorismo), ma 50 metri non sono niente in mare, difatti, la gomena, che è la misura corrente per le piccole distanze, è di 80 metri, e non vengono usate altre unità minori. Una gerarchia di comando e controllo molto approssimativa – quando mai un comandante non approva la rotta anzitempo? – l’assenza in plancia (sappiamo perché…) in un momento cruciale, la diffidenza con i suoi più diretti sottoposti, denotano un temperamento sbruffone ed orgoglioso, un comportamento superficiale e guascone. La compagnia è responsabile, per aver conferito il comando ad un uomo simile.

Per le vicende successive all’impatto, però, non ci sono elementi che aggravino la sua posizione nella vicenda: ha fatto quel che doveva fare, da bordo o da terra, la cosa non cambiava.
I giudici giudicheranno: vedremo se la sentenza sarà mediatica o basata sui fatti. Schettino è libero d’andare dove vuole: lo farà? Andrà in carcere?

15 aprile 2017

Guerra mondiale? Non facciamo ridere…


Le notizie dalla Corea del Nord galvanizzano tutti gli analisti della Terra con un solo obiettivo: alzare il livello d’attenzione, fomentare la paura, e mi stupisce alquanto che tanti giornalisti nostrani ci caschino. Servono notizie, quest’anno non ci sono né Mondiali e né Europei di Calcio, ed il Governo ha stilato un DEF che è un libro dei sogni. Le cose vanno male? Diamo loro qualcosa sul quale meditare, nelle notti buie dei soldi che non si trovano, dei balzelli che bisogna assolutamente pagare: La Corea va benissimo.
Ancora ricordiamo gli accorati appelli di Michael Chossudoskj sulle portaerei americane nel Golfo Persico, in funzione anti-Iran. E’ successo qualcosa?
Ma qual è lo scenario reale?

La Corea del Nord non possiede missili balistici che possano raggiungere almeno l’Alaska: oltretutto, i Taepodong1 (2.000 km di gittata) portano un carico bellico scarsissimo (proprio per raggiungere i 2.000 Km) e, al momento, in Corea non sono ancora riusciti a ridurre il peso delle testate. Il Taepodong2 (10.000 Km) è un Taepodong1 al quale hanno aggiunto uno stadio: non ha mai funzionato, è ancora al livello di sogno.
Le armi atomiche coreane potrebbero, al più, colpire il Giappone o la Corea del Sud, ma scatenerebbero la reazione americana, ed il confine delle acque territoriali nord-coreane finirebbe in Mongolia. Pyong-Yang al Polo Nord. Neanche a parlarne.

La Corea, però, possiede armi antinave e missili balistici a media gittata – come i Rodong – che hanno un CEP (Cerchio di Errore Probabile) di 200 metri: lanciandone una salva – il tempo di volo è brevissimo, non sono soggetti a contromisure – con un po’ di fortuna potrebbero colpire la Vinson. Inoltre, possiedono una lunga lista di vecchi missili derivati dagli Scud: non sappiamo quali migliorie siano state eseguite su quei missili, e la questione è la medesima, ossia tiro un razzo non guidato. La precisione? Ignota.
L’unico missile antinave è il K1, ma ha una portata massima di 80 miglia nautiche, e la Vinson non ha bisogno d’avvicinarsi tanto per lanciare un attacco aereo: 100 miglia le bastano ed avanzano. E, probabilmente, non ha nemmeno un motivo per lanciarlo.

La mini-task force americana è composta solo da due caccia ed un incrociatore, che portano un centinaio di missili da crociera: siccome i missili coreani sono tutti in shelter sotterranei, e persino gli aeroporti hanno piste di decollo sotterranee (come avvenne in Serbia, che a fronte di 10.000 missioni aeree non riuscirono a distruggere nemmeno la metà degli aerei serbi), cento missili – sottoposti ad una reazione contraerea, e addirittura degli aerei se la Vinson non lancia i suoi velivoli nella mischia – sarebbero poco di più di una puntura di spillo.

Messe come sono messe le cose, oggi, sembra di più un “pegno” pagato da Trump alle lobby militari e guerrafondaie: come mai solo 4 navi? La Vinson (in servizio dal 1982), è una fra le più vecchie portaerei: ha ancora, come difesa aerea, i vecchi Sparrow-7! Gli stessi del Vietnam! Correttamente, affida ai propri velivoli la difesa aerea, però…

Giustamente, quando s’inizia una guerra non si sa mai dove si va a finire: un minuscolo rischio c’è sempre, ma le risposte di Russia e Cina sono state tiepide. Vai e mostra i muscoli, ma non andare più in là: la situazione, rispetto allo scorso decennio, è cambiata: Russia e Cina fanno parte del capitalismo internazionale a pieno titolo, e gli investitori vedono male rischi sui profitti quando il tasso di profitto è ancora abbastanza alto. Che gli frega della Nord Corea?
Anche Kim-Jo-Un lo sa: il suo minuscolo arsenale strategico vale qualcosa a livello regionale, ma se solo si sbaglia a tirarne uno oggi – quando non ha ancora una capacità nucleare credibile – perde anche il suo status di potenza regionale, e non gli conviene.

Tutto fa pensare ad un attacco mediante missili cruise, che farà qualche danno (poi ingigantito dagli USA) allo scopo d’incrementare, in patria, la sua figura di macho con i cosiddetti sempre pronti: insomma, una zuffa da bar.
Se, invece, avessero voluto veramente piegare la Corea del Nord, avrebbero inviato due o più grandi task force, fatto intervenire i B2 dagli USA (non è detto che non lo facciano) ma il “copione” non sembra quello, perché le misure di supporto all’operazione sarebbero enormemente più vaste: con sole bombe e missili, non pieghi una nazione, né scalfisci una classe dirigente come quella coreana.

State tranquilli: gli unici che le abbiano prese dalla Corea del Nord fummo noi, a Londra, nel 1966. Goal di Pak Doo-Ik, Albertosi osserva sconsolato la palla in fondo alla rete. Si torna a casa, sconfitti e scornati.

12 aprile 2017

Igor Vaclav, chi è?


Ai più, sembra una barzelletta, una cattiva sorte che s’accanisce contro le popolazioni del Delta e prende per il naso tutti i vari cercatori super attrezzati, super concentrati, super addestrati delle forze di sicurezza italiane: non è così.
I militari italiani non sono degli sciocchi, sanno il loro mestiere: il problema è quando “qualcosa o qualcuno” che esula dalla tua esperienza e dalla tua cultura appare, e devi percorrere la sua vita per capire qualcosa: quasi impossibile.

Igor Vaclav nasce a Subotica (Суботица) nella parte Nord della Voivodina, terra di confine fra Serbia, Ungheria e Romania: zona di colline basse, laghi e paludi, proprio la “base” che, seguita da un certo percorso, conduce a quello che è oggi Igor Vaclav (o comunque si chiama). Interessante leggere qualcosa sul luogo d’origine, racconta molto: (1)
Ci sono due o tre punti salienti in questa storia: la capacità di muoversi su terreni impervi ed acquitrinosi lasciando pochissime tracce, quella di procurarsi facilmente armi, e quella di uccidere senza provare sentimenti, paure, senza essere minimamente scosso dall’avvenimento.
Da dove è arrivato, in Italia, Vaclav?
Dalla pista dei cinesi, quella che parte dalla Bosnia, attraversa Croazia e Slovenia (ma può benissimo essere stato un volo fino a Pola), poi il Carso: vuoto, deserto, dopo la caduta del nostro piccolo “Muro”.

Una breve parentesi. Ebbi una “soffiata”, che mi servì per un libro – circa 10 anni fa – da Trieste (ovviamente non dirò nulla, un giornalista protegge sempre le sue fonti) sullo stato del confine giuliano. Un tempo, c’era una enorme caserma della Guardia di Finanza presso Muggia (TS), e altrettanti vopos col Kalashnikov oltre le frontiere: tutto sparito.
S’interessò alla questione una ricercatrice del Censis, aprimmo un canale, ma appena ci fu il sentore che c’era una istituzione dello Stato, immediatamente tutto cessò. Anche una nota congregazione di frati cessò la collaborazione, perché tutto ciò che concerne il traffico d’esseri umani è gestito dai Servizi, i quali pagano quel “conto” – per precise disposizioni “dall’alto” – che salva l’Italia dall’essere una landa aperta al terrorismo di vari tipi.
Dal confine giuliano, le cifre indicavano un passaggio, annuo e costante, di circa 25.000 persone, in qualche modo censite, o almeno conosciute per sommi capi, dalle istituzioni italiane. Sono proprio 25.000? Non si sa: di certo, un Igor Vaclav non ha bisogno d’organizzazioni per il viaggio, per attraversare boschi deserti (infestati dagli orsi) dove, da un lato c’è una bandiera slovena, dall’altro una italiana. E nient’altro. Un Kalashnikov con due caricatori? Cento euro: di qua, lo rivendi per 2.000 al primo delinquente od organizzazione malavitosa.
Vi siete mai chiesti da dove giungono i cinesi? Ed a noi mandano le immagini dei barconi? Chiusa parentesi.

Igor Vaclav poteva rimanere in Serbia, diventare muratore o maestro, bere birra e rakja la sera con gli amici, ma la vita, il tempo, decise per lui: gli anni terribili coincidono con i suoi, è un modello perfetto del combattente di quelle guerre.
Non sappiamo con chi e perché combatté – se davvero fu un combattente – ma una cosa è certa: ha ricevuto un addestramento militare un po’ speciale: sembra, da come si comporta, un agente di unità speciali, di quinte colonne, d’infiltrazione dietro le linee del nemico, ecc.

Prendiamo la famosa balestra: molti si sono messi a ridere…questo va in giro con un arco…ne acquistai una qualche anno fa – 150 libbre – più per curiosità che per altro: mi resi subito conto che era un’arma potente e dai “risultati” terrificanti. Anche difficile da usare, per questo l’ho appesa al muro e morta lì: io, incompetente, non volevo rischiare d’infilzare qualcuno per mia incapacità.
Qualcuno, però, deve avergli insegnato che, in caso d’indisponibilità d’armi da fuoco, s’inizia con il coltello, poi con un arco od una balestra, proprio per procurarsi la pistola od il fucile. E, come si nota, Vaclav ha percorso tutto il “sentiero”: oggi, gira con un fucile e due pistole, ma state certi: la balestra l’ha lasciata in un luogo sicuro.
E come si fa a far perdere le proprie tracce?

Mai seguire un percorso regolare – anche queste cose qualcuno deve avergliele insegnate – perché bastano un centinaio di metri in un torrentello – senza uscire dall’acqua – ed i cani perdono la tramontana. Meglio, poi, se hai delle acciughe salate: ti mangi i filetti e frantumi la lisca, perché manda in “overloading” il fiuto animale. Mia bisnonna salvò così suo figlio dai rastrellamenti: il mio prozio viveva – di giorno – in una tana scavata sotto un letamaio e spesso cosparso con avanzi di pesce, ed i famosi cani da pastore tedeschi non avvertirono mai nulla. E poi: la cacca si fa nell’acqua, mai per terra.

Ora, Vaclav, si trova imprigionato in un’area piuttosto vasta, ma sa che – se non trova una soluzione – prima o dopo lo prenderanno: a mio avviso, si farà prendere vivo, non è un eroe né uno spostato, è semplicemente un tizio che continua una vita che forse gli andò a genio, su e giù fra monti e fiumi della Jugoslavia. Una sorta d’imprinting al quale non è riuscito a sottrarsi.
Anche la scelta di rubare una piccola barca denota furbizia e conoscenza delle tecniche di fuga: quando, di notte, si sposta semplicemente di qualche centinaio di metri con la barca, i rastrellamenti devono ripartire da un nuovo punto, e risistemare tutto lo schema del rastrellamento. Sempre che Vaclav non abbia deciso d’uscire dal quadrilatero dov’è imprigionato: in questo caso, si avvicinerà ad un corso d’acqua che fa da confine e, una volta raggiunta l’opposta sponda – è poi così difficile attraversare cento metri di fiume o canale, se prima hai osservato bene la disposizione di chi ti cerca? Quanti, di notte, resteranno in agguato in tutti i canneti della zona? Sono centinaia di chilometri quadrati! – affonderà la zattera e sparirà in una zona altrettanto impervia.
Di certo non gli manca una cartina, ma non è così fesso da utilizzare un rilevatore satellitare: s’orienta con il sole e con le stelle.

Di certo deve andarsene dall’Italia, oramai è troppo braccato e conosciuto: se riuscirà ad uscire dalla trappola, può darsi che fra poco sparirà una barca od un gommone a motore con il quale, a luci spente nella notte, in poche ore sarà in Istria, e da lì…Ungheria, Romania, chissà…
Possiamo fare tante ipotesi – può anche darsi un colpo di fortuna, un errore… – ma se un Magistrato ha detto, sconsolato “Se non lo trovano loro…” riferendosi al meglio che abbiamo in Italia, probabilmente sanno chi è e la sua storia.
L’ultima riflessione è ciò che generano i militari e le loro sconsiderate guerre.

Osama Bin Laden “resuscitò” a Sarajevo le due divisioni delle Waffen-SS “Handsar” e “Kama” (la prima fu operativa) – le tristemente famose divisioni islamiche del III Reich – e, da lì, si generò la guerriglia afgana, poi quella irachena, oggi quella siriana…
Perché, dall’altra parte, subito nascono i “Navy Seals” e tutto il resto…preda e cavallo, carro armato e caccia-carri, bombardiere e caccia, corazzata e sommergibile…il problema è quando s’addestra della gente per fare queste cose, perché – dopo – i militari li abbandonano. Se non servi più, oggi, non vali un centesimo: ricevono un addestramento così pressante e distruttivo tale per cui un loro utilizzo, lontano dall’uccidere, diventa problematico.
Queste persone, prima hanno distrutto una loro vita affettiva di qualche tipo, poi s’è dissolta l’ultima comunità che li accoglieva: il plotone, entità pluri-anima di un singolo animale, in continua mutazione.
E quando non esiste più il plotone?

Il mondo diventa una plaga priva di relazioni, nella quale niente ha valore: il povero barista di Budrio, con i suoi affetti e la sua vita di relazione (lavoro, amici, affetti, ecc) era uno sconosciuto per Vaclav, intendo sconosciuto come “genere esistente” sulla faccia del pianeta.
Stessa cosa per gli “sparatori” statunitensi, che uccidono senza senso – scuole, piazze, ecc – perché è l’unica cosa che hanno loro insegnato, privandoli – anzitutto – della coscienza di relazione, in primis la propria capacità di poter avere relazioni appaganti, sincere, produttive. E sparano, come al tiro a segno: distruggono cose che non comprendono più.
Per questa ragione ho sempre sostenuto che “il problema” della guerra, è la guerra stessa.

“L’animale soldato” – per essere adatto allo scopo – deve essere privato d’ogni capacità affettiva e relazionale: altrimenti, come potrebbe sganciare una bomba sul quartiere di una città? In tempi passati, i dopoguerra – sempre difficili – erano acquietati dalla ricchezza per i vincitori e dalla volontà di sopravvivenza per i vinti, potenti anestetici. Ma, tutti, inclusi nelle rispettive comunità.
Oggi, con le guerre a “geometria variabile” – nel senso che amico e nemico mutano continuamente con lo scorrere degli eventi – nemmeno più la retorica nazionalista regge: come puoi giurare su un’alleanza che domani sparirà? Italiani e tedeschi ne sanno qualcosa.
L’unica soluzione è perpetuare “Scartiland”, dove impiegare queste “maestranze” alla bisogna: dal Vietnam alla Siria. Con apparenti risultati immediati, ed una inevitabile sciagura finale.

E se qualcuno sfugge, o rimane indietro…beh…una pallottola, prima o dopo, terminerà la sua corsa…ma non prima d’averci mostrato tutta la sua solitudine: tragicamente, nemmeno percepita come tale.

03 aprile 2017

Signoraggio, che passione!









Tutti sappiamo che, dalla firma del Trattato di Maastricht in poi, siamo stati fregati, ma fregati di brutto: il reddito di signoraggio è passato nelle mani di una banca privata ed extraterritoriale, ossia sta a Francoforte ma è come se si trovasse a Bankenland. Nessuno le può dire niente: e poi, qualcuno, si prende ancora del fesso perché si chiede che fine abbiano fatto le prerogative degli Stati nazionali!
Non serve triturarsi il cervello su nuove monete, uscita dall’euro e via bofonchiando, poiché il reddito di signoraggio è parte integrante del sistema capitalista.
Siccome una moneta, nel momento stesso nel quale viene coniata, crea dal nulla la differenza fra il suo valore metallico ed il valore assegnato (un tempo dal signore, e dunque signoraggio) non è su questo valore che si deve dissetare, bensì dalla destinazione dello stesso.

Nelle economie liberiste è prerogativa del sistema bancario (e, dunque, dei banchieri), in un sistema veramente socialista viene messo a bilancio nella parte attivi, in un sistema misto (come era l’Italia, ma qui ci sarebbero molti “però” da aggiungere) era a disposizione della classe politica.
Per questa ragione, le soluzioni al problema vanno prima viste a livello storico, e poi declinate a livello politico: senza credere, però, che una classe politica come quella attuale si degni di concedere redditi di signoraggio, nuove monete e quant’altro.

La genesi del problema è degli anni ’70, quando le lotte operaie marcarono così stretto il sistema capitalista da ottenere non sono onori, ma ben precisi diritti.
In una intervista all’avv. Agnelli del sempiterno Bruno Vespa, salta fuori un discorso interessante, visto il personaggio che si confida al Vespone nazionale.
L’intervista – del 1976 – è riportata dal Giornale (1), e mostra un Gianni Agnelli affranto, assediato dai collettivi sindacali in fabbrica e dalle Brigate Rosse fuori, che vuole cedere: racconta a Vespa d’essere d’accordo per avviare la mitbestimmung, ossia la cogestione delle aziende fra proprietari e maestranze, come avviene in Germania per dettato costituzionale. Che frutta, a fine anno, a seconda delle aziende, dal 4.000 ai 7.000 euro per lavoratore, oltre al già “succoso” salario (2): per questa ragione i tedeschi sono sempre i più presenti a crociere, viaggi aerei, villaggi vacanze, ecc.
Gianni Agnelli è d’accordo, chi si mette di mezzo?
Luciano Lama – classe 1921 – non è d’accordo: sogna, per il sindacato (in particolare per la sua CGIL) un ruolo diverso, più alto. Lama vuole portare il sindacato a diventare il potere, super partes, più in alto della classe politica e di quella imprenditoriale: è ancora intriso di sindacalismo rivoluzionario, quella branca di pensiero politico che cerca di superare la dicotomia fra Lenin e la Luxemburg (rivoluzione e basta) e Karl Kautskji (il potere grazie alla compartecipazione al capitalismo), ossia il sindacalismo rivoluzionario, che avrebbe condotto la classe operaia al potere che nasceva dal disporre dei mezzi di produzione (cosa falsa, ma tant’è) .
E’ di quegli anni la grande conquista sindacale: la cosiddetta “scala mobile” che mette al riparo il lavoratore dal rischio di vedersi “scippato” il salario da ogni aumento reale dall’inflazione.
In quegli anni – e ne ho un ricordo personale – lo stipendio era “magico”: inflazione al 4% su base trimestrale? 25.000 lire d’aumento ogni trimestre. Pareva il Bengodi. Ogni anno che passava – con inflazioni che raggiunsero il 20% - uno stipendio di 500.000 lire diventava, a fine anno, di 600.000, e si viveva bene.
Immaginate, se guadagnate mille euro, che ad ogni fine anno diventano 1.200. Com’è?

I nodi – con una simile inflazione – non tardarono a venire al pettine: ciò dipendeva dal fatto che non c’era nessun accordo preventivo sulla ripartizione del plusvalore generato dai lavoratori, bensì si lasciava tutto nelle mani di un sistema automatico. E alla classe politica.
I quindici anni dal 1975 al 1990 furono senz’altro i più ricchi di soddisfazioni per i lavoratori italiani: poi, visti i pessimi risultati di una classe politica ladrona, si giunse a Maastricht.
Ovvio che una classe politica che ha sempre la “riserva” del signoraggio sotto mano, è portata a sottovalutare le conseguenze delle sue azioni: tanto, a fine anno, s’aggiusta tutto…
Ricordiamo solo un caso: i fondi per il sisma dell’Irpinia del 1980, che ammontarono all’astronomica cifra di 50.000 miliardi di lire – una follia per l’epoca, quando non molti guadagnavano un milione il mese – che furono saccheggiati dalla camorra e furono la prima “base” per un riconoscimento politico del legame fra politica e malaffare.

Oggi, si prospettano soluzioni “salvifiche” – il signoraggio, la democrazia diretta, il reddito di cittadinanza, ecc,ecc – ma nessuno ne indaga le basi: la ripartizione dei proventi dell’impresa, che è alla base del capitalismo.
Benissimo riappropriarci del signoraggio sulla moneta – Weimar insegna – ma dopo? A chi consegniamo le chiavi del forziere se non ci sono regole costituzionali alle quali attenersi?
Le diamo a Renzi, a Berlusconi, a Prodi oppure a Grillo…non cambia niente! Tutti sono bravi a promettere ma poi, quando hanno a disposizione un fondo consistente a fine anno, le clientele politiche – che generano voti – prendono il sopravvento su qualsiasi buon proponimento.
E, una riforma costituzionale che assegni – con il rango della legge più elevata dello Stato – la ripartizione dei dividendi, ha un solo nome: socialismo.  
Fate voi.

05 marzo 2017

Due storie, una sola morale

Quando mio fratello mi racconta una storia, sto sempre ad ascoltarlo attentamente perché raramente non ha un senso profondo: ha la capacità di vedere oltre gli eventi, come se una vicenda apparentemente banale – nella sua mente – andasse ad incasellarsi in un disegno universale. Per questa ragione lui non scrive, ma fa delle vignette che sono più taglienti di una lama di Damasco, e spesso qualche politico si è lamentato della sua “troppa” bravura.
Così, una sera come un’altra, mi racconta che è andato a comprare le sigarette, nella stessa tabaccheria dove vado io. Il negozio in oggetto ha vicino un piccolo slargo, che dovrebbe servire come fermata dell’autobus, ma è sempre occupato da automobili dei clienti che vanno a comprare le sigarette: un continuo via vai.
Proprio di fronte, ci sono due posteggi riservati: uno per i disabili e l’altro per la sosta carico/scarico di merci. Mentre il secondo, talvolta, è “invaso” (per breve tempo) da comuni automobili, quello per i disabili è “sacro” e sempre sgombro. Anche perché i vigili non scherzano.

Arriva, dunque, al negozio e posteggia l’auto nel solito slargo che i vigili tollerano che sia invaso, a patto di non lasciarci la macchina per più dei minuti che servono per andare alla rivendita. Mentre arriva, nota che un’auto dei Carabinieri s’è piazzata nel posteggio dei disabili: magari un’urgenza, roba importante, avranno i loro motivi…
Subito dopo, giunge l’auto di un disabile che, costernato, vede che il posteggio è occupato: scende e, claudicando vistosamente, chiede al Carabiniere sull’auto se può spostarsi. Apriti cielo! Il militare scende e lo investe con un diluvio d’improperi: ma cosa vuole? Se ne vada! Noi stiamo facendo il nostro dovere! Forza, via! Circolare!

Bah, meglio lasciarli ai loro diverbi…entra in tabaccheria (che ha, ovviamente, le infernali macchinette da gioco) e, appena entrato, nota subito l’altro Carabiniere: tranquillamente di fronte ad una slot-machine, che infila soldi e tira la leva. C’è coda, e deve aspettare qualche minuto che lo servano: il Carabiniere – mio fratello nota sempre tutto – è tranquillo come un angelo, non tradisce la minima emozione mentre infila soldi, osserva lo schermo, tira la leva.
Compra le sigarette ed esce: il Carabiniere continua a giocare mentre il disabile è fermo con l’auto nello slargo (è una zona a forte traffico, nemmeno pensare di trovare un posto “normale”), l’altro Carabiniere è risalito in macchina. Se ne va, e la scena che lascia è questa.

La sera, a letto, apro un vecchio libro di Sepulveda: “Il generale e il giudice” che non avevo mai letto. Diciamo subito che non è il meglio che l’ottimo scrittore cileno ha pubblicato, ma c’è una spiegazione: è stato scritto mentre Pinochet era stato fermato a Londra giacché il giudice spagnolo Garzòn lo aveva incriminato per i suoi delitti. Ovvio che, per Sepulveda, la vicenda dell’aguzzino poi tornato libero in Cile – fu, ancora una volta, la Camera dei Lord ad esprimersi contro la sua estradizione in Spagna, con l’apporto decisivo di Margareth Tatcher – scatenò dapprima speranze, poi una rabbia feroce. Si può capire.

Si tratta, ovviamente, di vicende cilene; ci sono, però, alcuni paragrafi che mi hanno colpito, come – ne sono certo – non m’avrebbero toccato profondamente, diciamo…10-15 anni fa. Vi propongo alcuni estratti:

“Il grande pericolo per la stabilità politica e la pace sociale del Cile si chiama “modello economico neoliberista”, si chiama “darwinismo economico”, si chiama “cultura del ‘si salvi chi può’”…proporre una riforma costituzionale che restituisca ai cittadini il diritto d’eleggere liberamente i loro parlamentari, affrancandoli dall’odiosa tutela dei senatori designati a vita…finché non si saprà quando e come è morto, chi è stato il suo assassino…la ferita rimarrà aperta e è compito degli uomini onesti tenerla aperta e pulita, perché quella ferita è la nostra memoria storica.”

Il Cile, dopo il golpe del 11 Settembre 1973, ebbe una democrazia “sotto tutela” militare, finché Pinochet sedette come senatore a vita: una riforma da lui voluta e fatta approvare dal Parlamento sotto la minaccia delle armi. Dall’epoca, poco è cambiato: le antiche formazioni politiche cilene – una specie di DC e le sinistre – si sono prontamente adattate al “nuovo” che avanzava, ossia un simulacro di democrazia. Rimane l’enorme masso, pesantissimo, di dare un nome ed un volto certo agli assassini, a coloro che fecero la mattanza dell’11 Settembre 1973 e nei mesi seguenti. Il Cile, tanto per capire ciò che afferma Sepulveda sui temi economici, è la nazione al mondo con il più alto indice di Gini, ossia la terra dove c’è più sperequazione nella distribuzione della ricchezza.
Torniamo in Italia.

Marco Biagi è correttamente individuato come colui che stabilì le basi dell’odierna giurisprudenza del lavoro: poco importa se, col trascorrere del tempo, si è andati ben oltre il suo pensiero. La “rottura” dei tradizionali “contrappesi” fra mondo del lavoro e capitale, in giurisprudenza, prese il “La” proprio dal suo pensiero: quando si rompono certi principi – il valore dei contratti nazionali, le tutele del lavoratore, ecc – si è imboccata una china che non ha fine. Per ora siamo giunti alla legalizzazione del lavoro nero – tramite i voucher – domani s’arriverà alla schiavitù (mascherata), che in certi ambienti (caporalato in agricoltura, soprattutto nel Sud) già viene usata, dapprima con gli immigrati, oggi anche con gli italiani.
Il 9 Dicembre 2002 Biagi viene ucciso dalle Brigate Rosse.

Poi, inizia una strana stagione, nella quale i morti ammazzati fioccano dal calendario. Federico Aldrovandi viene ucciso il 25 Settembre del 2005: seguono gli altri.
Riccardo Rasman, Giulio Comuzzi, Manuel Eliantonio, Marcello Lonzi, Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Stefano Consiglio, Gabriele Sandri, Stefano Frapporti, Simone La Penna, Katiuscia Favero, Aldo Scardella, Giuliano Dragutinovic, Riccardo Boccaletti…e, senz’altro, sfuggono alla triste conta altri nomi.

Così, i latino-americani hanno i desaparecidos, noi gli ammazzati: cambiano le proporzioni (e sono molto diverse le società dove i fatti avvengono) ma non si può che constatare un fatto evidente: qualcuno ha conferito alle forze dell’ordine la licenza di uccidere e la conseguente impunità.
Qui, c’è un parallelismo impressionante fra le madri (ora nonne) di Plaça de Mayo ed i parenti delle vittime italiane: la stessa protervia, lo stesso disgusto che si prova di fronte al palleggiamento delle responsabilità, la medesima sordità nell’applicazione di leggi chiare e semplici, i mille tentativi di affossare, insabbiare, deviare verità inconfutabili. Un essere umano viene preso in consegna dalle forze dell’ordine – che hanno il compito di proteggerlo fino al giusto processo (se viene rilevato un reato) ossia il principio stabilito con l’Habeas Corpus inglese del 1679 – e ne esce cadavere.

Le caserme, le prigioni, od altro ancora – allora – ci ricordano la tristemente famosa Escuela de Mecánica de la Armada (ESMA) di Buenos Aires, dove i detenuti venivano torturati, uccisi, o gettati dagli aerei in Atlantico.
E non mancano neppure in Italia i personaggi – veramente squalificati e squalificanti – che proteggono in Parlamento questi assassini: il figlio di Pinochet ebbe a dire, di fronte alle madri degli “scomparsi” “Mio padre uccise solo delle bestie”, che non è molto diverso dai tanti sproloqui di un Giovanardi qualunque in Parlamento.

Torno a ricordare che le modalità sono state molto diverse: oltretutto, gli eccidi in Latino America sono avvenuti in epoca pre-Internet, che consentiva più garanzie di farla franca, di far trascorrere molto tempo fra gli eccidi e le giuste proteste, mentre oggi – cito solo un caso – poche ore dopo l’uccisione di Gabriele Sandri tutta l’Italia ne era a conoscenza.
Ma, nella cultura di Internet, se vuoi far dilagare la paura e chiarire chi ha il potere d’ucciderti senza pagare il fio, non servono migliaia di morti: ne bastano pochi, poiché il concetto si diffonde rapidamente.
Cosa vogliono ottenere con questa strategia?

La paura, soltanto il terrore verso la divisa, che si materializza in uno sparare nel mucchio – di là delle appartenenze politiche – per aumentare il senso di strapotere di chi ci governa. In altre parole, se a qualcuno saltasse in testa di ribellarsi, ecco pronto il trattamento che vi riserveremo, senza sconti. Abbiamo anche chi ci difende in Parlamento.
Così nasce il disprezzo per l’altro, per la popolazione, che si materializza per la banale questione di un disabile che ha diritto a quel parcheggio, mentre dall’altra parte – per formazione – ci si sente autorizzati a spregiare qualsiasi diritto, nel nome di una divisa che rappresenta la collettività. Chiaramente una percezione distorta che è stata inculcata, ma così è: siamo solo “forza lavoro”, “risorse umane”, e poi vai a sostenere che le parole non sono pietre!
Vi chiederete chi sono i mandanti.

Nel 1997 Marco Biagi è nominato Rappresentante del Governo italiano nel Comitato per l'occupazione e il mercato del lavoro dell'Unione europea, dunque si pongono le basi per stravolgere l’impianto di diritti e doveri che regnava dagli anni ’50 e, soprattutto, si mettono in discussione le conquiste dei lavoratori dei decenni seguenti.
Il liberismo, per avviare la fase di globalizzazione – ossia investo dove costa di meno (o ci sono meno diritti) e vendo dove voglio – ha bisogno di un terreno tranquillo, senza scossoni sociali. L’Italia, non dimentichiamo, è la nazione europea che più ha avuto organizzazioni terroristiche: è un sorvegliato speciale.
E poi c’è l’annosa questione della democrazia parlamentare: può convivere con il turbo-capitalismo? No di certo.
Ecco, allora, che – al pari dei cileni – anche noi abbiamo ricevuto il nostro Parlamento di “senatori nominati” e non c’è verso di scalzarli (come si vede nei sondaggi) perché l’uso della giustizia ad orologeria colpisce ora l’uno ora l’altro, secondo la bisogna. Al resto, pensa l’immobilismo dei “senatori” stessi: e chi gliela farà mai fare una legge elettorale dove si scelgano delle persone e non dei vuoti “Logo”?

Il M5S – grande speranza degli italiani – è diventato il primo partito, ma si troverà di fronte gli altri 2/3 dei parlamentari, che si coalizzeranno nel nome dell’Europa: visto quante ammuine stanno già compiendo? D’altro canto, il non voler stringere alleanze, li condanna ad un imperituro isolamento dal quale non riescono ad uscire.
Il compito del M5S è quello d’attrarre lo scontento di larghi strati di popolazione, ma finisce tutta lì: non ho mai sentito nessuno, da quella parte, chiedere con forza l’abolizione delle mille leggi sul lavoro e la previdenza emanate dai vari governi liberisti e fortemente europeizzati.

Scusate, ma qui mi voglio togliere un sassolino che mi fa “calciare” male…ma Roma, non ha due stadi di grandi dimensioni? Uno dei quali versa in stato d’abbandono? Perché il Comune non stipula un contratto con le due società, una all’Olimpico ed una al Flaminio, trovate un accordo fra le due società, metteteci i soldi voi e restaurateli come volete. Non vorrete mica dirmi che l’Olimpico è uno stadio inagibile?!? Al Comune, rimarrebbe i diritti per gli altri sport.
Ma in questa Italia, che non trova i soldi per gli ospedali e le scuole, dovete proprio buttare i soldi (perché ce li mettono, eccome!) per costruire un altro stadio?!?

Nel 2013, interruppi la lunga stagione dell’astensionismo e votai il M5S: perché? Poiché, anche se non ti sembra il modo di far politica, concedere una prova è giusto. Ma dovetti subito ricredermi.
Ancora una volta, chiedo a Beppe Grillo di raccontare perché, poco prima delle consultazioni per formare il governo, si recò a Roma, ma la prima visita fu per l’ambasciatore statunitense.
Io, prima di tornare a votare il M5S, desidero due cose:
-sapere perché decise la visita;
-sapere, a grandi linee, quale fu il tono del colloquio.

In un movimento dove “uno vale uno” la chiarezza deve essere specchiata, altrimenti non servono torrenti di parole e mille rassicurazioni il giorno. La gente, Beppe, deve crederti, altrimenti avremo tanti Renzi o Gentiloni per i secoli a venire, nell’attesa del fatidico 51%.